Cos’è cambiato a 40 anni dalla Legge Basaglia?

12 dicembre 2018 | commenti: Commenta per primo |

Intervista alla Dottoressa Natascia Notarangelo, medico psichiatra e giudice onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma, che ci ha spiegato cos’è cambiato da quel 1978 in cui venne approvata la legge n. 180, nota anche come legge Basaglia.

 

I matti sono punti di domanda senza frase. Migliaia di astronavi che non tornano alla base. Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole, apostoli di un Dio che non li vuole”.

Così cantava Simone Cristicchi nella sua struggente canzone “Ti regalerò una rosa”, in cui raccontava la storia di Antonio, che era poi anche la stessa di tante persone con disturbi mentali (o considerate solo fonte di fastidio per la società), che per anni  furono rinchiuse nei manicomi.

Queste strutture, a volte, posti accoglienti, più spesso, erano però luoghi disumanizzanti, di grida e odori fortissimi, come ricordato da Alda Merini che in manicomio vi trascorse 10 lunghissimi anni e come denunciato anche da Franco Basaglia, quando assunse la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia e poi di Colorno e, successivamente, di Trieste.

Il mondo esterno venne a conoscenza di questa realtà terribile anche grazie al libro fotografico “Morire di classe. La condizione manicomiale”, pubblicato nel 1968 dalla casa editrice Einaudi, con scatti realizzati in alcuni manicomi italiani da Gianni Berengo Gardin insieme a Carla Cerati e l’aggiunta di testi di Basaglia, che mostra i pazienti alienati in questi inferni, persi in un luogo senza tempo e senza diritto a uno spazio privato o a una vita dignitosa.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la Dottoressa Natascia Notarangelo, medico psichiatra, oltre che psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, giudice onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma e criminologa, la quale ci ha raccontato:

Dott.ssa Natascia Notarangelo

La legge 180 (legge Basaglia)  impose la chiusura dei manicomi, disciplinò il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e istituì dei servizi mentali sul territorio. Ciò ha fatto dell’Italia uno dei primi paesi al mondo che ha abolito gli ospedali psichiatrici.

Prima i manicomi erano luoghi di contenimento sociale. Il ricovero prevedeva sia un certificato medico sia un atto di notarile, anche se nella pratica, di solito, con la procedura urgente bastava solo un certificato medico.

Una differenza era dettata dagli articoli 3 e 4. L’articolo 3 prevedeva che, perché il malato fosse dimesso, l’ultima parola spettasse al direttore del manicomio ma gli interessati potevano reclamare al giudice e chiedere una perizia. Invece l’articolo 4 prevedeva che il direttore avesse la piena autorità all’interno del manicomio. Inoltre la legge non garantiva ai degenti di comunicare con chicchessia, la facoltà dipendeva dal direttore.

Ricordiamo che i pazienti erano definiti alienati mentali. L’obbligo di ricovero era per dementi pericolosi, o scandalosi ed erano considerati uomini incurabili. C’è da precisare che erano ricoverati anche le persone con ritardo mentale.

Con Basaglia si aprono le porte e alcuni pazienti rientrano in famiglia”.

La Legge Basaglia si espose, però, anche a molte critiche negli anni immediatamente successivi, perché le strutture ospedaliere non erano pronte a far fronte alle necessità di queste persone, che, spesso, si ritrovavano abbandonate e sole o ricollocate in famiglia, senza che però, quest’ultima sapesse come gestirle.

Oggi, a quarant’anni da questa legge cos’è cambiato?

In tutti questi anni sono stati creati reparti psichiatrici all’interno dei vari ospedali, il SPDC (servizio psichiatrico diagnosi e cura), i CSM (centri di salute mentale), strutture residenziali e semiresidenziali, case famiglia, mentre gli OPG (ospedale psichiatrico giudiziario) sono stati chiusi nel 2013 e sono state aperte le REMS (residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza).

Nella realtà odierna nella collettività, alla luce della nuova riforma, c’è maggiore accettazione di tale paziente, anche se è pur vero che dietro al folle permane un alone di paura, a volte, difficile da debellare.

La difficoltà maggiore come in tutti i campi della medicina è accettare la malattia a maggior ragione se si tratta di pazienti psichiatrici perché non c’è un organo da operare. Difficile è anche la gestione di tali pazienti da parte delle famiglie che si trovano giustamente impreparati presi anche dall’onta della vergogna e la tendenza di eclissare il problema anziché chiedere aiuto a uno specialista o la medico di famiglia”.

Che fine hanno fatto quelle persone che il mondo definiva i matti?

Dopo la chiusura dei manicomi, sono stati inseriti in altre strutture. Oggi ci sono le strutture residenziale socio riabilitative h 24(SRSR24), dove io stessa lavoro, o le RSA psichiatriche.

La loro giornata è scandita dalle attività riabilitative, uscite da soli o in gruppo, colloqui con i medici, controlli sanitari, visite specialistiche, là dove serve e si è ridato loro la dignità di persone, che vivono una vita normale.

Mangiano insieme con servizio catering, hanno anche l’assistenza del nostro cappellano, le stanze sono confortevoli e hanno assistenza continuativa h 24 per ogni loro bisogno. Questo è attualmente l’obiettivo raggiunto.

Quello che Basaglia voleva era il rientro in famiglia, che però risulta più difficile, avendo queste persone vissuto per tanti anni – anche 20 o 30 – in manicomio ed oggi hanno un’età intorno ai 65-68 anni. Per questo motivo è complesso gestire un anziano in casa  con problematiche diverse rispetto ad un altro soggetto di pari età”.

Qual è il suo consiglio per le famiglie che avessero un familiare con questo tipo di disturbi?

Dallo Psichiatra arrivano dopo 1 o 2 anni di sofferenza psichica, quando la famiglia si trova in piena difficoltà. Bisogna avere attenzione ai sintomi prodromici del disturbo ovvero “le prime avvisaglie” cioè quando la persona inizia a deviare i propri comportamenti del normale per esempio ritiro sociale, insonnia perdita degli interessi, sbalzi di umore comportamenti anomali.

Bisogna pur dire che per le grandi patologie psichiatriche quali le psicosi si parla di disturbi cronici, come è l’ipertensione o il diabete ed il paziente può star bene ed avere una vita socio-familiare sovrapponibile alle altre persone avendo cura di prendere regolarmente la terapia e di fare controlli dallo specialista.

Nel comune pensare c’è la credenza che questi farmaci facciano male, alterano il carattere o fanno perdere le funzioni cognitive; ma tutto ciò è un falso mito.

Ci sono altri disturbi “più leggeri” come attacchi di panico, ansia, situazioni reattive che con una psicoterapia si possono risolvere. Ma è importante comprendere che sono persone malate che per il loro disturbo a volte non sono in grado di chiedere aiuto, ma ne necessitano molto.

Il ruolo della famiglia e della società il tal caso è importantissimo.

Invito le famiglie ad iniziare a chiedere aiuto, prima che si acuisca il disturbo, anche solo per avere informazioni su come gestire il paziente. Solo così si può iniziare un buon percorso di cura e riabilitazione”.

Ringraziamo la dottoressa Notarangelo per il tempo riservatoci.

Testo di Barbara Donzella

Immagini Pixabay sotto licenza Creative Commons CC0

 

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