ADHD, torniamo a parlarne

20 marzo 2019 | commenti: Commenta per primo |

 

ARGENTOVIVO: torniamo a parlare di ADHD

 

È passato poco più di un mese dalla kermesse sanremese e il brano che ha fatto nascere più discussioni è stato sicuramente “Argentovivo” di Daniele Silvestri.

Ha colpito tutti e ne hanno parlato tutti, arrivando a proporre che venisse utilizzato dai professori nelle scuole come spunto per riflettere sulla problematica condizione dell’adolescenza…

Ha colpito anche me e ne voglio dunque parlare.

Non intendo discutere il brano da un punto di vista artistico: è davvero ben costruito e di forte impatto, perché Silvestri è indiscutibilmente un grande autore e musicista.

Foto Gian Mattia D’Alberto/LaPresse
05 Febbraio 2019 Sanremo, Italia
Spettacolo
Festival di Sanremo 2019, prima serata

Ma il testo mi ha lasciato perplessa…e vi spiego il perché

“Ho sedici anni Ma è già da più di dieci che vivo in un carcere… Costretto a rimanere seduto per ore, immobile e muto per ore. Io, che ero argento vivo…”

La canzone vuole parlare del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD). Ne hanno dato interpretazioni diverse, hanno parlato di disagio adolescenziale in senso più generico, di una società alienante pei i giovani… Ma io sono certa che si riferisca in modo specifico all’ADHD.

Silvestri stesso, in una intervista dopo-festival che facilmente si può trovare in rete, fa un riferimento esplicito all’ADHD, affermando che ci sono patologie quali i disturbi dell’attenzione ed iperattività in crescita, che sarebbero inventate dalle case farmaceutiche per aumentare i profitti.

“Ho, sedici anni ma già da più di dieci vivo in un carcere, c’è un equivoco nella struttura e fingono ci sia una cura, un farmaco ma su misura…”.

Silvestri attacca la società, la sanità, la scuola (“Sono fiori e scarabocchi il mio quaderno. Uno zaino come palla al piede, un’aula come cella…”) e la famiglia. Li accusa di non essere in grado di “gestire” l’argento vivo, la vivacità e la creatività di un bambino (poi ragazzo) pieno di voglia di vivere e di averlo condannato a vivere in una “prigione che corregge e prepara a una vita che non esiste più da almeno vent’anni”… dove “la sera mi rimandano a casa, lo sai, perché io possa ricongiungermi a tutti i miei cari, come se casa non fosse una gabbia anche lei e la famiglia non fossero i domiciliari”.

E continua: “avete preso un bambino che non stava mai fermo… lo avete messo da solo davanti a uno schermo… E adesso vi domandate se sia normale se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale. Io che ero argento vivo, dottore, io così agitato, così sbagliato, con così poca attenzione ma mi avete curato e adesso mi resta solo il rancore”

Mi sembra dunque opportuno tornare nuovamente a parlare di ADHD, per esprimere il mio parere, un parere che deriva da ormai 10 anni di lavoro clinico con bambini con ADHD (tutti i giorni, per anni…) e le loro famiglie.

La mia perplessità, rispetto alla canzone, è che venga veicolato questo messaggio: l’ADHD non è una vera sindrome ma piuttosto un “tentativo” da parte di una società inadeguata di “far diventare malattia” qualcosa che invece è naturale vivacità di bambini magari un po’ “difficili” ma di certo non “malati” e non da curare con dei farmaci, che “spengano” questo argento vivo.

C’è sempre stato un dibattito controverso sull’ADHD: c’è chi che lo ritiene un disturbo neurologico e chi nega la sua esistenza come disturbo e sostiene che si tratti di comportamenti particolari di bambini molto vivaci all’interno di una cornice educativa e/o affettiva problematica.

In realtà, l’ADHD esiste e non soltanto perché lo dicono il mondo scientifico e i manuali diagnostici: genitori e insegnanti che vivono da vicino questa situazione sanno bene che un bambino con ADHD non è soltanto vivace ma è ingestibile, impulsivo e con un controllo dell’attività motoria ed emotiva totalmente inadeguato.

L’ADHD non è una normale fase di crescita da superare, ma è un vero problema.

Per il bambino, perché gli impedisce di raggiungere gli obiettivi di sviluppo, apprendimento e integrazione; per la famiglia e per la scuola, poiché genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino.

L’altro messaggio che mi ha lasciato perplessa è appunto questo: la canzone sembra affermare che la società sia scientifica che scolastica e la famiglia stessa non sappiano come affrontare il problema e abbiano trovato una soluzione “comoda” ma sbagliata.

Quale? Quella di rivolgersi al farmaco. Ritalin o Equasim diventano dunque gli strumenti utilizzati dalle case farmaceutiche per arricchirsi e per sedare, ingabbiare, spegnere l’argento vivo…

Se può essere vero che in alcuni Paesi (come ad esempio gli Stati Uniti) ci sia stato un eccessivo uso di questi farmaci, la situazione qui in Italia è decisamente diversa: i neuropsichiatri infantili arrivano a prescrivere il farmaco soltanto quando prima si siano già provate altre strade ma senza ottenere risultati: gli interventi psicoeducativi o la psicoterapia in primis.

Quando non si hanno le opportune conoscenze cliniche, sarebbe forse meglio non fare proclami azzardati. Bisogna conoscere il farmaco e quale sia il suo effetto: il metilfenidato è un farmaco con azione stimolante sul sistema nervoso centrale (SNC).

Qual è il meccanismo d’azione? Il farmaco si lega ai trasportatori sinaptici della dopamina, e in misura minore della noradrenalina, favorendo la permanenza dei due neurotrasmettitori nello spazio sinaptico.

Nei pazienti affetti da ADHD la concentrazione di dopamina nello spazio sinaptico risulta infatti inferiore a quella osservata nei soggetti normali. Il metilfenidato agisce modulando il livello di dopamina e noradrenalina nello spazio sinaptico. Nei bambini, la somministrazione del farmaco comporta miglioramenti nella capacità di stare attenti, di portare a termine i compiti assegnati e di interagire con gli altri, adulti e coetanei, già dopo pochi giorni di terapia.

Il farmaco, dunque, non “seda” il bambino, ma gli permette l’autoregolazione della capacità attentiva e delle emozioni che, quando non “regolate”, conducono a quelle reazioni esplosive e comportamenti dirompenti che sono il vero calvario del bambino con ADHD.

Va detto comunque che, anche in presenza del farmaco, la famiglia e il bambino debbano continuare i loro percorsi di parent training e psicoterapia, perché l’obiettivo è sempre quello di acquisire (anche con la crescita evolutiva), la capacità di autoregolarsi e quindi arrivare alla gestione del problema e alla sospensione del farmaco.

Perché dunque accusare le famiglie di “lavarsene le mani”, scegliendo la via della sedazione e dello spegnimento? A parte che abbiamo visto che non è questo l’effetto ricercato, va comunque detto la scelta farmacologica non è affatto semplice ed indolore per la famiglia.

Esiste su Facebook un gruppo sull’ADHD che ha più di 13.000 membri: 13.000 madri e padri di bambini/ragazzi con ADHD e, in più, qualche professionista come me che, quando è possibile, interviene ascoltando e dando qualche suggerimento.

Un numero considerevole di famiglie quindi… sono tutti genitori sbagliati? Tantissimi di loro si sono sentiti feriti, non compresi, ingiustamente accusati da quanto scritto nel brano “Argentovivo”, nonché dalle successive affermazioni rilasciate da Daniele Silvestri.

E, come dimostrazione di rispetto e comprensione proprio di tutte queste famiglie, che quotidianamente raccontano di momenti estremamente faticosi e dolorosi accanto ai loro figli, che quasi sempre si sentono non comprese, maltrattate e umiliate dagli altri (coloro che “non hanno il problema” e non lo possono capire), che si mettono continuamente in discussione, che hanno tentato e continuano a tentare ogni possibilità per aiutare il loro figlio impiegando tempo, soldi ed energie, voglio concludere con le parole di un padre che sicuramente dicono molto di più di quanto possa mai dire io…

Avere un bambino iperattivo o con disturbo oppositivo provocatorio è destabilizzante per tutta la famiglia. Non lo abbiamo voluto così. Ma è nostro figlio e lo amiamo con tutte le forze. Un bambino che si sente diverso, non accettato dai coetanei, che si ritrova sempre solo, che non ha amici ti distrugge dentro come genitore e come famiglia… Un bambino iperattivo o con disturbi comportamentali non ha colpe. Deve essere aiutato nei modi possibili che oggi la medicina e la scienza ci offrono. E anche lo stesso vale per i genitori. Oggi si accusano le famiglie di non sapere educare, di essere sbagliate. Ci fanno sentire sbagliati…”.

No, non siete sbagliati voi né i vostri figli. L’unica cosa sbagliata è insinuare il messaggio che l’ADHD non esista e non sia un reale problema.

 

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

 

 

 

 

 

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