Afrofuturismo, il Focus alla Casa delle Donne

11 marzo 2019 | commenti: Commenta per primo |

Afrofuturismo femminista

Afrofuturismo: una corrente culturale nata da diversi scrittori, artisti e teorici afroamericani negli anni settanta. Così è descritto sulla sua pagina di Wikipedia, ma per comprenderlo davvero assieme al suo significato, l’afrofuturismo bisogna sentirlo.

Sentirlo dalle voci di chi lo inserisce nella propria opera, di chi l’ha studiato, di chi vede in esso un mezzo di rappresentazione per sé stesso e la propria identità culturale.

Ed è a questo scopo che la Casa Internazionale delle Donne di Roma, il 9 Marzo 2019, offre la sua Sala Tosi per una conferenza dedicata a questa corrente.

L’evento, organizzato dalla Casa Internazionale delle Donne e dall’associazione NIBI – Neri Italiani Black Italians,  vede la stanza colma fino all’ultima sedia, altri spettatori siedono a gambe incrociate sul pavimento o sbucano dalle porte e finestre ai lati della stanza. Al microfono parlano le voci della comunità afroitaliana: si parla di musica, letteratura, e soprattutto di identità. E allo stesso tempo, cosa altrettanto importante, si ascolta.

Spazio giovani

C’è spazio per i giovani: ed ecco le giovani attrici afroitaliane Tezeta Abraham, Balkissa Maiga e Liliana Mele intente a leggere passaggi di opere di stampo afrofuturista. I testi della compianta Audre Lorde, poetessa e scrittrice afroamericana, non sfigurano di un palmo una volta tradotti in italiano.

La grazia creativa della grande voce femminista, onesta e fredda quanto cortese e ricca nel vocabolario, emerge intatta dai suoi testi e risorge a vita nuova in tutto il suo sempiterno splendore.

Più intima e tenera nei toni è invece la traccia scelta di Binti, romanzo dell’autrice nigeriana americana Nnedi Okorafor, a breve edito anche in Italia. Il viaggio della protagonista Binti, giovane donna himba, attraverso lo spazio verso l’università galattica di Oomza Oni, è suggestivo e coinvolgente come tutta la buona fantascienza, e vale fino in fondo i complimenti di una collega illustre come Ursula K. Le Guin.

Black Panther

Igiaba Scego, scrittrice e autrice tra gli altri del premiato romanzo la Mia Casa È Dove Sono, parla di Black Panther e del suo impatto. Il cinecomic uscito l’anno scorso, vincitore di tre Oscar, è forse il più famoso outlet di afrofuturismo nella cultura pop, e il più culturalmente importante nel suo campo.

Ci sono stati supereroi neri in passato, ma né il Blade di Wesley Snipes né la Tempesta di Halle Berry facevano parte di un mondo così completo e particolare: un frammento di Africa non intaccato dal colonialismo, cresciuto fino a diventare ben più avanzato delle metropoli dell’Occidente, dotato di una cultura e di uno stile architettonico ispirato alle culture di tutto il continente.

E si parla delle donne del film: la gentile e astuta Nakia, l’abile e valorosa generale Okoye, e soprattutto della principessa Shuri, sorella del protagonista T’Challa, inventrice sedicenne la cui intelligenza supera persino quella di Tony Stark. “Per la prima volta”, dichiara Scego, “ci siamo sentiti come se ci fosse spazio anche per noi”. Spazio per fare cosa? Per vivere grandi avventure, combattete il male, e cambiare il mondo in un posto migliore di mano propria.

Una statistica demoralizzante, condotta in Inghilterra da Vogue UK, riguarda le donne nere nelle università: contro tredicimila uomini bianchi e quattromila donne bianche, non vi sono che venticinque donne nere con ruoli da professoresse. L’afrofuturismo, in questo senso, è anche esserci, farsi vedere: a Igiaba Scego non sono mai piaciuti i supereroi Marvel, ma dichiara comunque di essere stata sull’orlo delle lacrime all’uscita dalla sala ove proiettavano Black Panther.

La Musica

Non mancano riferimenti alla musica: quella straniera, indubbiamente, dal visionario jazzista Sun Ra alla poliedrica cantante R&B Santigold – la cui apparizione nel video The End Of Eating Everything, in collaborazione con la sottovalutata artista keniota Mutu Wangechi, è una delle più brillanti creazioni moderne nel campo dell’eldritch horror – ma anche italiana, rappresentata in questo senso dall’opera di Karima 2G.

Tanto in Bunga Bunga quanto in Refugees, presenti nel suo primo album 2G (dove “2G” sta per “seconda generazione”) si sente l’impeto creativo di un’artista innovativa.

Karima scrive e compone tutto quello che canta, con sample di Lost Poet, Fela Kuti, e della colonna sonora del Django Unchained di Quentin Tarantino. Per lei, la coscienza della diaspora è “non essere né qui né lì”: la musica rappresenta, per sé e per gli altri afroitaliani, un invito a uscire dalla paura e dal vittimismo generato dalla stessa.

Il riconoscimento è cruciale per sentirsi parte della cultura, e con esso l’educazione. Lei stessa ha realizzato un breve fumetto, intitolato The Italiens, che racconta questa complessa realtà servendosi dei tropi più classici e affermati del genere fantascientifico.

Di questo parla l’Afrofuturismo: nella speranza che se ne parli ancora.

Testo e foto di Maria Flaminia Zacchilli

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