Intervista ad Alberto Cancian

17 aprile 2019 | commenti: Commenta per primo |

Con il suo ‘The Journey of Joy – Amazzonia” lo scrittore e viaggiatore Alberto Cancian ospite sulle nostre pagine!

Avete mai preso in considerazione l’idea di viaggiare comodamente distesi sul vostro divano di casa?
Sì, avete capito bene. Illuminati dalla luce calda dell’abat-jour posata su mobiletto del salotto e avvolti in uno di quei plaid un po’ troppo rovinati per essere tenuti sul divano, ma un po’ troppo comodi per essere buttati via.

Beh, insomma, se vi fosse mai capitato di desiderare una cosa simile, siete nel posto adatto a voi!

Tablet Roma ha, difatti, avuto l’occasione di fare due chiacchiere con Alberto Cancian, autore del libro “The Journey Of Joy – Amazzonia”, testo che sta letteralmente scalando le vette delle classifiche di genere.

Alberto non è né un semplice viaggiatore, né soltanto uno scrittore ed è, perciò, piuttosto complicato limitarsi ad una semplice e banale descrizione introduttiva che lo riguardi.

Proprio per questo motivo, ho deciso di lasciarvi alle sue parole con una testarda convinzione: alla fine della vostra lettura sarete colpiti da una voglia piuttosto genuina di aprire una valigia, un libro (e magari, dico magari, proprio il suo) oppure, si fa per dire molto più “semplicemente”, il cuore.

Ciao Alberto, grazie innanzitutto per la tua disponibilità! Dimmi un po’, da dove nasce l’idea di questo viaggio?

È iniziato tutto nel 2011, quando un missionario del mio paese è tornato a casa per ricevere la cittadinanza benemerita. In quell’occasione ho conosciuto padre Bruno Del Piero e, un anno dopo, nel 2012, l’ho raggiunto in Colombia, attratto dalla sua figura e dalle missioni nelle quali viveva nel mezzo dell’Amazzonia colombiana.

Con lui, in circa 20 giorni, abbiamo visitato varie realtà sostenute dall’Istituto Missioni Consolata in Colombia.

Al mio rientro ho scritto il mio primo libro: “Colombia, Viaggio di Vita”. Un piccolo diario di viaggio che raccontava quell’esperienza… Il bello fu che le spese di stampa vennero interamente coperte da due enti del territorio e tutto il ricavato della vendita di quel libretto andò alle missioni di padre Bruno.

Successivamente, l’Istituto Missionario torinese per il quale operava il mio compaesano, avendo visto che mi piaceva scrivere e che avrei accettato di vivere nell’Amazzonia colombiana, mi chiese di trasferirmi in Colombia per scrivere la storia inedita dell’opera missionaria in quelle terre leggendarie.

Fu così che partii per le missioni: 6 mesi fra il 2013 e il 2014 ed altri 7 fra il 2014 e il 2015. Rientrai nel maggio del 2015, dopo aver vissuto innumerevoli avventure e scritto il mio secondo libro, un documento storico di 500 pagine che ora mantiene viva la memoria e un pezzo di storia di quelle terre.

Ok, quindi nasce prima la passione di scrivere o quella di viaggiare?

Credo siano entrambe cose scritte dentro me da sempre.
Sia per il viaggio che per la scrittura sento infatti una propulsione innata, un desiderio recondito. E quando faccio entrambe queste attività sento di stare bene, sento di compiere la mia missione.

Credo sia anche per questo che ho voluto unirle, scrivere di viaggio, per unire le passioni e in questo modo trasmetterle, con il cuore, perché proprio al cuore possano arrivare.

Sensazioni e differenze tra la fase di stesura e la fase di promozione del libro finito: quale fase senti più tua?

Quando si sceglie di auto pubblicare un libro, e di non affidarsi quindi all’editoria tradizionale, si è consapevoli che tutto dipende da noi e dalle nostre forze, dall’idea alla stesura, dall’impaginazione alla promozione.

Nel mio caso mi sono affiancato a due persone fantastiche per l’editing e l’impaginazione. Il resto nasce tutto dalla mia energia, a partire dalla scrittura, soprattutto in quel momento magico di creazione.

Per quanto riguarda la promozione, invece, non credo che al mio libro si addica questo termine.
Infatti non lo sto promuovendo, né pubblicizzando, queste sono forse delle conseguenze. Conseguenze dell’altra cosa, che è anche il motivo per cui l’ho scritto: la condivisione.

Questo libro infatti non vuole vendersi, anche questa è un’eventuale conseguenza, questo libro vuole condividere un messaggio. È un messaggio di rispetto, di sostenibilità, di consapevolezza e per dirla con una parola: di Amore.

La condivisione di questo messaggio d’Amore è quindi ciò che conta, non che il libro arrivi ad uno o a mille lettori, ma che quell’uno o quei mille, lo ricevano come ricevere un messaggio che parte dal cuore.

Questa è la missione di questo libro, che per me è come un figlio, è per questo motivo che è nato. E credo sia anche per questo se in tantissimi mi stanno scrivendo che quel messaggio arriva e che a loro volta lo stanno condividendo. È un contagio positivo, di gioia, come sta scritto nel titolo.

E, dunque, qual è il prossimo viaggio in programma e per quale motivo? Ne scriverai in proposito?

Il mio viaggio attuale è ancora la scrittura. Infatti sto cercando di dare un fratello a questo mio figlio di parole. Sto scrivendo del viaggio che ho intrapreso l’anno dopo essere tornato dalla Colombia. Nel 2016, alla ricerca di me stesso e di ciò che potevo imparare dal mondo, sono infatti partito in direzione di Sud Est Asiatico, India, Nepal e Tibet.

Prima di qualsiasi viaggio vorrei quindi terminare questa missione che sento dentro. Dopo averlo fatto la meta in realtà è già pronta: è l’Australia. Vorrei andarci non tanto perché quel Continente mi attira, ma perché laggiù si è da poco trasferita la mia compagna.

L’idea è quindi quella di raggiungerla e poi, chissà, magari ritornare a casa assieme in un nuovo e profondo viaggio di scoperta.

Wow! E se invece dovessi scegliere fra tutti, basandoti soltanto sulle sensazioni che ti ha suscitato, un ricordo in particolare dell’esperienza in Amazzonia, quale sceglieresti?

C’è un ricordo dell’Amazzonia più forte di tutti gli altri, in realtà forse più forte di tutti quelli che io abbia mai vissuto nella mia vita. Ero a Leticia, la città colombiana più lontana di ogni altra, immersa nella giungla e sorta sul Rio delle Amazzoni.

Avevo raggiunto una riserva naturale nella quale avrei passato la notte su una capanna, costruita su di un albero altro 35 metri nel mezzo della Foresta vergine. Quella notte cambiò la mia vita. Condivido quelle sensazioni riprendendo le parole scritte su “The Journey of Joy – Amazzonia” che parlano proprio di questo: “Mi ci volle qualche minuto per riprendermi, stentavo a credere a cosa stesse succedendo.

Ero rimasto completamente solo in mezzo alla foresta primordiale. L’umano più vicino dormiva a una mezz’ora di cammino ma non avevo idea di come raggiungerlo, mentre il centro abitato più prossimo distava qualche ora a piedi. Eravamo rimasti solo io e la foresta. Fu in quell’istante che iniziò la magia.

Pensavo che avrei avuto paura quando la guida se ne fosse andata; paura dei ragni, dei serpenti, delle rane velenose, di stare da solo. Eppure, quando la sagoma della guida si fuse con gli alberi scomparendo alla mia vista e rimasi da solo, mi accorsi che le paure erano svanite come quell’ombra.

Solo con la foresta non ebbi la paura che avevo immaginato di provare. Iniziai a percepire ciò che mi circondava: i mille suoni del sottobosco, i sibili, i cicalii, i gracidii, i ticchettii delle goccioline di vapore che calavano dalle felci, gli strepitii dei rami degli alberi che stiracchiavano le loro linfe.

Non era la natura che mi faceva paura, non la solitudine. Non v’era cattiveria nella giungla, né invidia, assente l’odio. Allora è forse l’uomo la causa delle nostre paure? Il suo giudizio, la sua perfidia, la sua debolezza?

Forse sì, ma anch’io ero quell’uomo, non ero diverso; diverso era l’amore che mi circondava, l’amore dell’eterna madre, che mi aveva fatto trovare la PACE. Quel 21 marzo stava diventando la prima data del mio calendario della felicità: iniziava una nuova era, proprio mentre salivo quella scala. […]

Sistemai le mie poche cose, mi sciacquai il viso con l’acqua fresca liberandolo almeno per un minuto dal sudore, e tirai fuori dallo zaino i fiammiferi e la candela che mi ero portato da San Vicente pregustandomi quel momento.

Fissai il lume sul tavolino e sfregai due o tre fiammiferi bagnati dall’umidità. Finalmente la luce calda della fiammella invase la capanna e mi sedetti a guardarla. Nel mio udito straripavano tutti i rumori della giungla selvaggia, che componevano una melodia al contempo assordante e rilassante.

Mi lasciai andare a quei suoni amici e alle emozioni che evocavano. Piansi molto, mosso dai sentimenti che avevo provato prima di salire la scala che mi aveva portato alla meta. Cercai di concentrarmi su quelle sensazioni per provare a capirle; tra loro, dominava la riconoscenza.

Mi sentivo accolto dalla natura, che aveva fugato tutte le mie paure con il suo abbraccio materno. Sentivo una profonda pace attorno e dentro me e la tranquillità dell’ambiente si fondeva con quella interiore, espandendola.

Questa pace entrava dentro me come una grande mano, afferrando i timori e le insicurezze e trasportandoli all’esterno, dove i rumori ancestrali della foresta li dissolvevano nella serenità. Non avevo mai provato nulla di simile, eppure c’era qualcosa di ancora più grande di cui prendere consapevolezza.

C’era una percezione di fondo, una sensazione avvolgente, totale, che inizialmente non era chiara e che mi sforzai di conoscere. In quel momento un boato scosse il cielo e un grande acquazzone si abbatté sul fogliame del tetto.

La pioggia carica e fragorosa inondò la giungla, gli animali momentaneamente tacquero, restando in ascolto dell’acqua. Piansi ancora, e ancora. Lacrime di gioia solcavano il mio volto sostituendo quelle di sudore. Avevo capito. Quel qualcosa di profondo nel mio intimo era un senso di appartenenza.

Sentivo di venire da lì, da quel punto del mondo. Ma non era vero – mi ripetevo – io ero nato in Italia, dal ventre di mia madre, cresciuto nel mio paesino. Eppure no, un’altra parte di me mi diceva che non era vero: io ero venuto da lì. Ma da lì dove? Dalla capanna? Dall’albero? Dalla Colombia? Chi sono io?

«Chi sono io?». È questa la chiave di tutto: “chi sono io”. Io ero un bambino nato in Italia dall’unione di mio padre e di mia madre, vissuto e cresciuto nel mio paesino. Io ora sono un uomo, un essere umano divenuto consapevole di essere parte del tutto. Io non sono colui che cammina sulla terra umida, io faccio parte di quella Terra.

Questo mi sussurrava la Foresta: io ero parte di lei, per questo non avevo paura. Io sono parte del Tutto, tutti noi lo siamo. Da quel momento non vidi più la foresta solamente come un agglomerato di alberi, la Foresta, agli occhi del mio cuore, era diventata un’entità viva della quale anche io facevo parte.

È per questo che se il pianeta soffre noi soffriamo; è per questo che gioiamo delle sue meraviglie, che ci emozioniamo per il fuoco dei tramonti, per il colore dei fiori, per il fragore dei tuoni. Siamo parte integrante di quelle emozioni e sono proprio loro che ci uniscono al Tutto, attraverso la simbiosi universale che chiamiamo “Amore”.

Spesso le prime volte hanno bisogno di un input per diventare tali: cosa diresti a chi non ha ancora letto il tuo libro e dovrebbe iniziarlo? E a chi non ha mai viaggiato?

A chi non ha mai letto il mio libro direi che la cosa più preziosa che abbiamo, l’unica cosa che possediamo veramente, è il tempo. Quindi ogni istante della nostra vita vale più di ogni tesoro del mondo, nulla di materiale avrà mai il suo valore. Ne consegue che ogni attimo va ben speso, utilizzato in qualcosa che ci piace veramente, qualcosa in cui crediamo.

Direi quindi che un libro, come un film, come la compagnia di una vita, deve farci stare bene; dobbiamo sentirlo dentro, essere consapevoli che stiamo investendo su di lui, lei o loro la cosa più preziosa che abbiamo.

Allora un libro va letto solo se richiama la nostra attenzione, se ci fa scattare qualcosa dentro, se sentiamo che può farci bene; che questo significhi il semplice rilassamento o la profonda scoperta di noi stessi.

Per quanto riguarda il mio libro, questa sensazione la si può percepire, o meno, dalle poche righe scritte sulla quarta di copertina e, ancor meglio, dall’estratto gratuito che si trova su Amazon. Approcciandoci a lui lo sentiremo nostro, oppure di qualcun altro.

Vorrei approfittare di queste parole per aggiungere una cosa: se anche solo uno di voi lo sentirà vostro, e se dopo averlo letto sentirà che qualcosa è successo, che il messaggio è arrivato, che la condivisione ha funzionato, vorrei che me lo facesse sapere.

Ma non con una recensione su Amazon, vorrei proprio che ci sentissimo, mi troverà QUI: oppure sulla mia pagina Facebook , scrivendomi un messaggio privato.

Ah, ovviamente vale lo stesso discorso per il viaggio. Alcune destinazioni ci chiamano, sentiamo un richiamo dentro di noi. Ma c’è di più, è qualcosa di genetico. L’essere umano ha in sé il DRD4-7R, il gene della Wanderlust, la sindrome del viaggiatore, quello che dimostra che la nostra specie è migrante per natura, da milioni di anni, dal momento nel quale è partita dall’Africa, per non fermarsi mai più.

Buon Viaggio e Buona Vita a tutti.

di Paola Martin Rosset

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Felice, anzi Too Happy To Be Homesick!

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