In bici tra anatre e fantasmi

24 luglio 2019 | commenti: Commenta per primo |

In bici al Lago di Posta Fibreno tra anatre e fantasmi!

Noooo, non è il piatto forte di un ristorante. Anatre e fantasmi è il succo, la crema di un bellissimo fine settimana di questo inizio d’estate in bici.

Andiamo con ordine: volevamo fare un giro in bici in qualche posto incontaminato, magari in un angolo nascosto e meraviglioso di cui questa splendida regione sembra avere una scorta infinita.

Lo abbiamo trovato questa volta in provincia di Frosinone, proprio a ridosso del Parco Nazionale d’ Abruzzo. La chicca in questione è il lago di Posta Fibreno, conosciuto anche come lago della Posta, uno specchio d’ acqua che per bellezza e trasparenza non ha nulla da invidiare ad un lago alpino.

Ma c’è di più: si tratta di una riserva naturale, un ecosistema unico dove coesistono specie di pesci e uccelli che si possono trovare solo qui.

Dopo una serie di escursioni lunghe e faticose, ci meritiamo, solo per un giorno di prendercela proprio comoda; non si tratterà quindi solo di pedalare ma anche di osservare da vicino la natura, senza fatica e senza fretta.

Arrivare qui è fin troppo semplice!

Da Roma, con l’ autostrada fino a Ferentino, poi la superstrada per Sora, e dopo una manciata di chilometri eccoci in un vero paradiso. Secondo il noto principio per il quale appena è estate ci si accalca tutti al mare, qui non c’è quasi nessuno.

Parcheggiamo all’ ombra di un salice e ci avviciniamo alla riva del lago, ma prima ci rinfreschiamo bevendo l’ acqua della sorgente che lo alimenta e lo rende così dinamico e trasparente.

Che meraviglia! Quest’ acqua proviene direttamente dai Monti della Marsica, è ghiacciata e pura, sgorga con forza da un tubo di ferro che esce dalla roccia, a lato della strada. Chi arriva viene accolto con questa disarmante semplicità, e noi ”cittadini”queste cose non le ricordiamo nemmeno più.

Alla nostra sinistra, si staglia il lago nel suo splendore.

La prima impressione è che l’ acqua proprio non ci sia.

E’ così trasparente che anatre e folaghe sembrano sospese a mezz’aria.

Ci sono decine di uccelli, che sguazzano pigramente nell’ acqua e tra la rigogliosa vegetazione incuranti della presenza umana; provo a cercarlo nella memoria, ma trovare un esempio altrettanto armonico tra uomo e natura mi è proprio difficile.

Torniamo in fretta all’auto e scarichiamo le bici: troppo forte la tentazione di fare subito un giro sulla strada che costeggia il lago.

Subito ci avvolge il profumo dei tigli e dei fichi, pedaliamo lentamente per non perdere nemmeno uno scorcio di questo spettacolo che sembra appartenere ad un mondo lontano ed invece è proprio qui, a due passi da casa.

La nostra colonna sonora, nell’aria tiepida ed immobile, è il gracidare delle rane rotto ogni tanto dall’ esilarante dialogo tra papere che si disputano qualcosa da mangiare o richiamano la prole all’ ordine.

Si procede lungo il lago in senso antiorario, e dopo aver superato un piccolo agglomerato di case e qualche grazioso ristorantino che si affaccia sull’ acqua, si entra in aperta campagna.

Lo scenario muta ancora una volta!

Il colore intenso dei campi ammanta d’oro tutta la vallata. Il nastro asfaltato che la fende serpeggia per pochi chilometri fino alla strada provinciale che ci riporterà verso il lago.

Quest’ ultimo, in effetti ha anche un emissario, il Fibreno, meglio conosciuto come il fiume di Cicerone.

Transitiamo su un ponte e non possiamo che fermarci all’ ombra per guardare le acque cristalline che scorrono qualche metro sotto di noi.

Forse in altre situazioni avremmo avuto caldo, ma la presenza di acqua fredda ovunque, dà almeno la sensazione di rimanere freschi. Quindi ci rimettiamo in moto e non vediamo l’ ora di esplorare la riva opposta.

Qui le cose si complicano un poco: il sentiero che conduce al canneto ed alla relativa isola galleggiante è completamente sott’ acqua e il guado per raggiungere la passerella in legno è lungo e piuttosto profondo.

Ma noi siamo pressoché inarrestabili!

Quindi pedaliamo in una spanna abbondante d’acqua fino a questa bella passerella che si infila in un canneto fittissimo, per arrivare ad una baracca di legno dove si possono guardare gli uccelli sul lago senza disturbarli.

Lo spettacolo è garantito, ma quello che mi ha colpito di più è il silenzio ed il senso di pace che questo posto regala a chi lo visita.

E così seduti all’ ombra, con i piedi penzolanti sull’ acqua, ci godiamo la vista lasciando che scorra il tempo, che da queste parti sembra avere un’ importanza relativa, finchè la fame non comincia a farsi sentire.

Ci spostiamo di qualche centinaio di metri ed eccoci seduti sotto un pergolato a consumare un pranzo tardivo. Domani scorrazzeremo verso le alture e sarà una giornata faticosa ma oggi…solo relax. Tutto molto bello.

Arrivati ad un certo punto vi chiederete che cosa c’entrano i fantasmi con tutto questo.

Ve lo spiego subito. Per la notte, abbiamo prenotato un’ intera casa nelle vicinanze del lago.

Tutto ci aspettavamo ma non di capitare in un posto così particolare e misterioso. A poco meno di quattro chilometri dalle nostre amiche anatre, arroccato su un’ altura si trova un borgo che è una vera perla.

Vicalvi è un paesino silenzioso e fresco che si raggiunge dopo una facile salita.

L’immancabile castello che è visibile in tutta la valle, spicca sulla cima nel cielo azzurro. Solo una volta entrati in casa veniamo a sapere che le mura del maniero, a pochi metri da noi racchiudono uno dei misteri più affascinanti sulle antiche dimore del Lazio.

Il mistero di Alejandra

Qui si tratta nientemeno che di un fantasma: siamo nel XV secolo. Nel castello viveva una donna dai lunghi capelli neri e di rara bellezza, tale Alejandra Maddaloni, moglie di un nobile di origini spagnole.

Costui era spesso assente dal castello per combattere contro gli angioini. La castellana, non ha fatto altro che…diciamo riempire le pause adescando i giovani della zona promettendo loro intense notti d’ amore.

Forse le sarebbe anche andata bene, ma la signora in questione ha forzato un tantino la mano al fato: con la collaborazione di un suo fidato sgherro, faceva in modo che i giovani spasimanti non uscissero più dal castello la mattina seguente.

Essi in realtà, sembravano svanire proprio nel nulla. Nonostante i corpi dei malcapitati venissero seppelliti lontano dal maniero, alcuni di questi vennero ritrovati orrendamente straziati; le voci cominciarono a girare ed immancabilmente arrivarono al marito di lei.

Un’ approfondita indagine rivelò l’ intera storia ed il nobile, sopraffatto dalla rabbia e dal dolore incatenò la bella Alejandra e la murò viva nel castello.

Sembra che il suo fantasma si palesi talvolta preceduto da uno sferragliare di catene e quant’altro.

Questa storia affascinante, più che spaventarci ci ha incuriosito ed è stato piacevolissimo ascoltarla in giardino, sotto una candida volta di stelle nel silenzio irreale che in città è impossibile avere.

Dopo una buona notte di sonno ed una colazione monumentale, percorriamo a piedi i pochi metri che ci separano dal cuore del castello, che ora sembra tranquillo ma che è stato teatro nel corso dei secoli, di tanti episodi avvolti dal mistero, e che nel borgo vengono attribuiti allo spirito della castellana incatenata.

Noi siamo pronti per un’ altra fantastica giornata in bici, ma Il nostro sconfinamento nel Parco Nazionale d’ Abruzzo è un’altra storia e merita di essere raccontata a parte.

Tornati a casa rimane il ricordo di questi due giorni intensi; abbiamo pedalato in lungo e in largo in un territorio ricco di bellezze naturali, suggestioni e gente cordiale. Ma soprattutto ci siamo presi più tempo, abbiamo osservato più attentamente, abbiamo riflettuto.

La poetessa e scrittrice canadese Anne Carson dice saggiamente:” l’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.”E noi ci proviamo, Anne…eccome se ci proviamo.

di Luca Santagà

foto © di Luca Santagà e Antonietta La Rocca

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