Canova in concerto

1 maggio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Vivi per sempre: i Canova raccontati dalla prima fila

 

Nella vita ci sono ben due tipi di eventi: quelli a cui decidiamo di partecipare e quelli che ci piombano addosso, da un momento all’altro. Un po’ come un meteorite di cui nessuno ci aveva mai avvisati, ecco.

Quello di cui sto per raccontarvi è, per l’esattezza, un evento del secondo tipo.

Di quelli che basta un messaggio su Whatsapp in un pomeriggio alquanto piatto: “Oh, ma, venerdì ci vieni al concerto dei Canova a Bologna?”.

Andata.

Ora, se siete arrivati fino a qui ma non conoscete ancora la band di cui vi sto parlando, posso dirvi che sì, se nella vostra mente aleggia una vocina che vi sta sussurrando perplessa: “No ma, il Canova non era uno scultore?”, questa c’ha ragione. Difatti, i Canova sono una band indie italiana formatasi nel 2013 ed il loro nome, di carattere così profondamente artistico, deriva proprio da un manifesto pubblicizzante una mostra del noto artista italiano, il quale sembra aver ispirato il gruppo attraverso le proprie opere.

Matteo Mobrici (voce), Fabio Brando (chitarra elettrica), Gabriele Prina (batteria) e Federico Laidlaw (basso) hanno pubblicato nell’ottobre 2016 il loro album d’esordio “Avete ragione tutti” (Maciste Dischi) ottenendo un ottimo successo che li ha portati a partecipare a noti eventi quali il Mi Ami Festival di Milano, nel 2017, ed il Concertone del Primo Maggio a Roma, nel 2018.

Quella di cui sto per raccontarvi io, però, è niente di meno che l’ultima data del Vivi per sempre Tour: nove date a spasso per l’Italia per promuovere il nuovo album (“Vivi per sempre”, per l’appunto) uscito lo scorso marzo.

Insomma, veniamo al dunque, no?

Arrivo al PalaEstragon di Bologna vero metà pomeriggio, da buona fan-girl quale mi stavo prestando ad essere, almeno per una sera.

Una ragazza mi disegna un 17 sulla mano destra, indica il mio ordine d’arrivo e dentro di me, per un attimo soltanto, non capisco se mi trovi al reparto salumi della Conad o ad un Live. Comunque, tra una canzone, una battuta, un “che faccio, lascio?” ed una piada con salsiccia e maionese, arriviamo al momento tanto atteso.

Ed infatti, eccoci lì: premuti contro la transenna per la lotta alla pole position, spinti da quella “competizione da concerto”. Sì, dai, quella carica di spinte innocenti ma, in fondo, nemmeno troppo, quella con il cuore che ti batte sulle pupille, in testa ed un po’ ovunque, fino a scorrerti nelle vene a ritmo di quella canzone che ti piace tanto. Perché io, saldamente aggrappata alla mia porzione di transenna, osservo esattamente tutto questo attorno a me, battito per battito.

Poi è un lampo.

Le luci si abbassano, le ragazze (circa il 70% dei presenti, quantomeno fra le prime quattro file) urlano più di quanto le loro corde vocali permettano, la corda di una chitarra vibra, una bacchetta sfiora la pelle dei tamburi: s’inizia.

Confesso di essere partita da casa felice, sì, ma un pochino prevenuta sul pubblico dei Canova, pensando di risultare quasi fuori luogo in mezzo ad un’orda di ragazzini dell’età di mio fratello (15 anni, su per giù). Ebbene, mi sbagliavo. Ci sono persone d’ogni età: ci sono i coetanei di mio fratello, certo, come anche ventenni e trentenni.

Mi chiedo a quale pubblico, tra i presenti, la band s’immagini di rivolgersi attraverso le proprie canzoni.

Beh, questo non mi è dato saperlo, ma è evidente che arrivino in maniera limpida e chiara a tutti noi.

E’ questione di istanti, difatti, ed ecco che il PalaEstragon diventa un miscuglio di braccia alzate e cariche d’urgenza, di fronti imperlate di sudore ma di quello che poi, nelle foto, ti fa sembrare più bello. In un attimo non esistono più età, persone, numeri o cose: diventiamo un’immensa ed agitata onda sonora.

Io, questo, dai Canova non me lo aspettavo.

Dal loro canale Spotify fino all’account Instagram, li ho sempre seguiti con un certo interesse, certo, ma sul palco non me li sarei mai aspettati così. E per “così” intendo naturalmente coinvolgenti, carichi di un’energia che ti arriva addosso come una secchiata d’acqua fresca il 15 agosto; tant’è che sono quasi incredula quando li sento intonare, con grande approvazione del pubblico, “Rolls Royce” di Achille Lauro: brano che ha diviso le folle nella scorsa edizione del Festival di Sanremo.

Insomma, non è che loro il palco lo tengano, loro il palco lo diventano.

Non c’è nessuno fra i quattro componenti della band milanese che non risulti perfettamente in sintonia con gli altri, ed il risultato è divertimento puro. Il risultato è una musica che fa bene, proprio a tutti.

Ve lo sta dicendo qualcuno che, quando si tratta di lasciarsi andare, è a proprio agio quasi quanto un pino marittimo in cima al Monte Bianco.

Eppure, sulle prima note di “Manzarek”, alzo le braccia al cielo e cedo alla realtà dei fatti: lì, cullati dal panico di altre mani frementi, si sta fin troppo bene.

Hai la sensazione di volare, per un attimo, di non sapere chi sei e di avere invece l’opportunità di scegliere chi vuoi diventare.

Almeno per una sera, almeno per una canzone.

Il concerto procede liscio senza che me ne accorga, fra un giro di chitarra ed un delicatissimo medley al pianoforte, ed è già il momento in cui il pubblico acclama a gran voce la canzone di chiusura: la tanto attesa “Threesome”.

Il PalaEstragon è ormai al delirio, si cammina su un altro pianeta. Le luci vanno e vengono, il calore di tante felicità messe assieme divampa.

Mobrici s’avvicina alla transenna raccogliendo qualche reggiseno lanciato qua e là da quelle ragazze che, loro stessi, definiscono nell’omonimo brano con il nome di “Groupie”.

E’ un lampo, di nuovo.

Calano le luci, un affaticato grazie risuona fra i cuori pulsanti e allegri del fronte palco.

Il gruppo ne approfitta per uscire di scena fra applausi e sorrisi mentre qualcuno s’avvia all’uscita.

Una ragazza, proprio davanti a me, intona con voce traballante: “canzoni stonate, alle due di notte, che ce ne fotte!” mentre il suo ragazzo l’avvolge in un abbraccio sicuro accompagnandola all’esterno, senza riuscire a cancellare quella smorfia irrimediabilmente sorridente dalle proprie labbra.

Finalmente fuori!

Aria fresca, riprendo a pensare: i ragazzi tutt’attorno sghignazzano, qualcuno stappa una birra ed il cielo è invaso di stelle.

“La festa è stata bella”, direbbero i Canova.

“C’è riuscita ancora”, penso fra me.

Sì, dico, la musica. Ci ha uniti ancora una volta, sotto lo stesso cielo, nel medesimo piazzale, un groviglio di storie diverse intonano la stessa vecchia canzone: quella della felicità.

 

Chapeau, ragazzi!

 

Testo e fotografie di Paola Martin Rosset

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