Punto e… a Capo, Cape Town!

19 febbraio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Tablet Bike sbarca in Sudafrica, a Cape Town.

Voglio rassicurarvi subito: questa non è la cronaca di una vacanza. E’ la storia di un viaggio fino a Cape Town, un’avventura che vorrei farvi vivere, anche se solo virtualmente.

Un viaggio che mi ha catapultato da questo freddo mese di gennaio, direttamente nell’estate sudafricana. Mia sorella, mio cognato ed i miei nipoti, da qualche anno, vivono in questo paradiso, e finalmente sono riuscito a ricavarmi un paio di settimane per andarli a trovare.

Appena sceso dall’aereo, dopo quasi venti ore di viaggio, mi ha colpito immediatamente la luce: non è soltanto la differenza di stagione, in Sudafrica la luce è unica. Sembra che l’aria proveniente dagli oceani incontaminati del Sud e la totale assenza di inquinamento regalino un cielo talmente azzurro da fare male agli occhi. Non è raro imbattersi in set cinematografici, in città o sulle spiagge, e mi dicono che parecchi spot pubblicitari, vengono girati qui proprio per la luce così particolare.

Una notte di riposo e sono pronto ed impaziente di scoprire questo nuovo mondo.

Naturalmente lo farò in bici.

Non tutti gli spostamenti, certo, il mio programma è intenso e le distanze da coprire sono enormi. Ho preso “in prestito” mio nipote Alex, che si sta allenando per la Cape Town Cycle Race, ed una volta tanto, non sarò io la guida, ma mi farò accompagnare da lui nei posti più belli e caratteristici della regione del Western Cape.

La nostra base è Cape Town, una città enorme, ricca di verdi parchi nonostante alcuni anni di pesante siccità. Ma ciò che colpisce, è che questa terra è una miscellanea di etnie, lingue ed abitudini di tutto il mondo. Dopo anni di apartheid, è come se la gente volesse recuperare il tempo perduto, aprendosi senza paura al nuovo ed alla diversità. Il risultato è una megalopoli colorata, multiculturale, ed estremamente tollerante. Il mio primo approccio con la viabilità è delicato. Qui la guida è a sinistra, e soprattutto in bici, non ci sarà spazio per le distrazioni.

Un breve rodaggio e siamo operativi. Immaginatevi la mia meraviglia quando ho scoperto che in questo paese i ciclisti non sono solo tollerati, ma addirittura i benvenuti. Il traffico è molto ordinato, la gente si comporta con gli altri automobilisti sempre con cortesia e con i ciclisti è particolarmente attenta.

Effettivamente, a chi obbiettasse che ci sono poche piste ciclabili, si potrebbe rispondere che qui quasi non servono: l’asfalto è liscio come un biliardo ed in quasi duemila chilometri percorsi tra bici ed auto, non ho visto una sola buca. Inoltre quando ci si ferma a riposare, parecchi ristoranti e locali, hanno curiose rastrelliere in legno dove si possono appendere le bici, o addirittura parcheggi dedicati. Tutto in città sembra funzionare e si respira un’aria di efficiente rilassatezza.

E ci ostiniamo a chiamarlo “terzo mondo”…

Ma veniamo a noi. Dopo una giornata doverosamente trascorsa a fare il turista, con la mappa della città ed i suoi dintorni alla mano, decidiamo da dove vogliamo cominciare. Mi sono lasciato tentare da una zona ricca di vigneti, alle pendici della Table Mountain: Constantia.

Dal centro della città, si costeggiano eleganti ville e giardini per arrivare dopo una manciata di chilometri di facile salita in una famosa fattoria: Groot Constantia.

E qui si respira l’atmosfera seducente e misteriosa della sua storia. Verdissimi prati all’inglese si alternano a vigneti a perdita d’occhio. Gli edifici che incontriamo, pedalando piano piano, sono in stile coloniale olandese, bianchi come la neve, e perfettamente mantenuti.

Il vino che si produce qui è eccellente ed altrettanto celebre, perché Napoleone, durante il suo esilio sull’isola di Sant’Elena, pretendeva di averne una scorta illimitata. In questa immensa tenuta ci sono alcuni percorsi da fare in mountain bike e noi ne approfittiamo godendoci la vista dall’alto sulla città.

Qui incontriamo altri bikers, che ci segnalano una pista ciclabile sull’Oceano Atlantico che parte da lagoon Beach e porta a Table View.

Così il giorno dopo siamo di nuovo in sella, questa volta pedaliamo a pochi metri dal mare, su una bella ciclabile battuta da un vento fresco e deciso che ci obbliga a faticare un po’ ed arriviamo, dopo una ventina di chilometri, al caratteristico ritrovo per surfisti della Big Bay: il ristorante Moyo.( foto gruppo ciclabile Moyo)

Questo locale è molto particolare, al suo interno ci sono bellissimi murales, mentre i tavoli all’esterno sono costituiti da tavole da surf e ci si siede tenendo i piedi al fresco, in una vasca d’ acqua. Così si può gustare una bella porzione di fish and chips in riva all’oceano. La spiaggia è di un bianco accecante e completamente deserta, la rassicurante sagoma della Table Mountain occhieggia in lontananza.

Il ritorno, in favore di vento, durerebbe un attimo se non fosse che uno stormo di pellicani decide di venire a salutarci e ci attardiamo volentieri a scattare qualche foto insieme a loro. Non c’è niente da fare: questo è un altro mondo. Gli animali qui sono rispettati, e non è raro imbattersi in specie che in Europa sono sconosciute o comunque inavvicinabili. Una visita alla spiaggia di Boulders, riservata ai pinguini è d’obbligo.

Si trova nei pressi della cittadina balneare di Simon’s Town, affacciata sulla False Bay.

Che spettacolo!

Se c’è un animale dalla simpatia travolgente è proprio il pinguino, ed è stato un vero spasso osservarli mentre si godono la libertà in un luogo protetto sia dai predatori che dall’uomo. Mi sono reso conto dopo pochi giorni, che ogni curva, ogni angolo di questo territorio nasconde scorci meravigliosi ed inaspettati.

Tutto questo agisce come una droga: più si esplora e più si vorrebbe vedere, in un crescendo di emozioni veramente difficile da descrivere. Allo stesso tempo è facile e naturale sentirsi immediatamente parte di questo luogo, con i suoi orizzonti infiniti e la natura così preponderante sull’uomo.

I giorni trascorrono troppo veloci e sono impaziente di percorrere un itinerario che per storia e fascino fa impallidire tutti gli altri: il Capo di Buona Speranza. La penisola del Capo è molto estesa, per di più Alex è a scuola, così approfitto di un passaggio in auto e percorro in bici solo pochi chilometri all’interno di questo Parco Nazionale.

Non vi nascondo che sono sopraffatto dall’emozione: troppi gli anni ad immaginare questa scena, troppi i libri letti sul Capo delle Tempeste. Quando vi arrivo, in bici, ho quasi le lacrime agli occhi, a sud di qui, solo acque ghiacciate e tempestose fino all’Antartide.

Mi siedo su una pietra, incurante delle decine di turisti vocianti. Sono arrivato dove volevo arrivare, e non mi sembra vero. Cosa porto con me al ritorno da questo viaggio? La voglia di tornare in Sudafrica naturalmente, e lo farò presto. Ma oltre a questo, mi accompagna l’immagine di una terra stupenda e di un popolo che, per quello che ho avuto modo di vedere, è coraggioso e cordiale.

Le tante persone che ho incontrato, alcune anche solo per pochi minuti, mi hanno trattato come un ospite e non come un intruso. Un proverbio africano recita: “lo straniero è come un fratello che non hai mai incontrato” Forse dovremmo riflettere su queste parole…

Testo e foto ©  di Luca Santagà

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.

 

Bike, fuga dal Natale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.