Collettivo N, nuove prospettive nel linguaggio cinematografico

30 ottobre 2019 | commenti: Commenta per primo |

Dalla Festa del Cinema di Roma, l’esperienza del Collettivo N

Cala il sipario su una ricchissima Festa del Cinema di Roma edizone 2019 e proprio negli ultimi giorni ci ha colpito quello che è conosciuto con il nome di Collettivo N: si parla di nuovi progetti, di innovazione, di dove finisce il cinema di consumo e inizia l’arte cinematografica. E anche di rappresentazione delle minoranze nel campo cinematografico, naturalmente lasciando parlare chi ne è direttamente interessato. Le personalità e i giovani talenti del cinema italiano di origine straniera, primariamente africana, hanno un punto di riferimento nel collettivo N.

Il suo obiettivo è chiaro e necessario: cambiare l’immaginario collettivo italiano, attraverso i media, operando una vera e propria rinascita identitaria dell’Italia di cui si sentono in dovere di rendersi partecipi, attraverso l’arte cinematografica che praticano, perché sia sempre più multietnica e rifletta bene la realtà moderna.

Il 25 ottobre, il collettivo si riunisce all’Auditorium Parco della Musica proprio in occasione della Festa del Cinema, per raccontare sé stessi e i loro scopi, assieme alle loro esperienze in un cinema purtroppo ancora ancorato a stilemi arretrati.

Sul palco sono chiamati vari membri del collettivo, che includono la Presidente Renata del Leone, anche truccatrice da più di vent’anni. La sua professione prevalente è quella di produttrice: suo è infatti Lucania, film del 2018 accolto da grande successo di critica e pubblico. Sostenuto anche da Istituzioni MiBac, Lucania Film Commission, Rai Cinema e Regione Basilicata. L’enfasi, secondo lei, va posta innanzitutto sul coraggio: è importante per un artista afroitaliano mettersi in gioco e accogliere le sfide.

Dalla sua posizione, ella si propone di promuovere professionisti afrodiscendenti. Ce ne sono molti, infatti, e purtroppo faticano ancora a prendere spazio. Vorrebbe promuovere e far conoscere questa realtà artistica, e comincerà col creare una rete per far emergere queste realtà invisibili. – L’Italia sta cambiando, – dichiara con insolito ottimismo. – Ci sono dei segnali che vanno colti. Tutto ciò che mi muove è la passione.-

Viola Davis, attrice afroamericana premio Oscar, dichiarò una volta “la differenza tra noi e l’altro sono le opportunità, o la mancanza delle stesse”.

Se persino una stella internazionale si trova in una posizione di svantaggio razzista nel mondo del cinema non può essere che un indizio su quanto lavoro c’è ancora da fare. In Italia non ci sono ancora Viola Davis, ma gli afroitaliani che sanno scavarsi una nicchia nello stardom possiedono comunque una voce potente. Non a caso è proiettato un video di Cécile, cantante di talento famosa per la controversa e forte N.E.G.R.A.

Ha un forte accento romano e una “nonna” bianca – una vicina di casa anziana cui vuole bene come tale – e conosce fin troppo bene battute reiterate come “prendeteveli a casa vostra” o “tornate nel vostro paese”. Il collettivo N è anche qui per creare opportunità, per queste personalità altrimenti ignorate. Chiamati poi Paolo Masini, creatore del bando MigrArti – dedicato a documentari e cortometraggi creati dalle seconde generazioni – oltre a Tommaso Vitali, regista e sceneggiatore, e Diana Pesci, documentarista.

A parlare sono poi Bakissa Maiga e Amin Nour, rispettivamente un’attrice e un attore-regista. La loro formazione artistica è iniziata per darsi supporto nella scrittura, in una ricerca di fondi e formazione.

Il collettivo sta condividendo idee e pensieri, trovando una linea guida che permetta di aggregare più persone e più realtà per creare qualcosa di concreto.

Oggi i film o telefilm che girano rappresentano i migranti e le seconde generazioni in maniera priva di dignità e stereotipata. “Una volta, a un provino”, dichiara Nour, “mi chiesero se sapessi nuotare. Pensai che il mio personaggio fosse un nuotatore: invece era un migrante, ancora”. Il collettivo è fondamentale in questo, poiché in qualche modo si confronta con registi e autori ogni qualvolta che lavora.

C’è un gruppo alle spalle, una realtà che prende posizione. Amin, Tezeta e altre si sono confrontati col bando MigrArti, partecipando e andando in cerca di altre seconde generazioni cui sarebbe potuto interessare unirsi al progetto. Tutto per abituare anche il pubblico a vedere film “loro”. C’è un Africa un cinema da anni, con anche e attori grandissimi. Perché, ci si chiede, anche gli afrodiscententi non possono recitare ruoli importanti?

Le donne nere non solo prostitute, ma anche dottoresse e studentesse, e mille altri ruolu. Gli attori di origine straniera e soprattutto africana sono dipinti nello stesso modo che le news: si tratta di cambiare quell’immaginario.

Hanno progetti scritto già pronti, con il sostegno anche delle autorità. Si parla della serie in arrivo tratta dal libro Non Ho Mai Avuto La Mia Età di Antonio Dikele Distefano, oppure Baby di Netflix, che ha uno sceneggiatore latino. Oppure figure come Sabrynex, scrittrice e socialite, o Tommy Kuti. Si aspettano anche Il Primo Natale di Ficarra e Picone e il prossimo di Zalone. Sperando che non siano ancora stereotipi.

Ma fanno incazzare le occasioni perse per colpa di creativi magari non sempre animati da cattive intenzioni, ma intellettualmente pigri e poco coraggiosi.

Chi sono i neri italiani, e soprattutto dove sono? Hanno comunque diritto a una voce.

Parla infine Leonardo de Franceschi, professore di teoria post coloniale e detentore del primo blog a rappresentare nel cinema gli afrodiscendenti. -Vedo ancora troppi creativi e studiosi che sono interessati all’Italia plurale e continuano a “fare da soli”: fatevi da parte”, li invita, -avete fatto abbastanza danni.

Se vi chiamano a un progetto di un migrante cercate di mettervi a servizio delle sue proposte. Mettete migranti nel team.- E ai giovani creativi: -Non puntate a fare gli influencer, ma puntate sulla formazione. C’è bisogno di creativi di background migrante. Ci si prepara anche sul campo; ma ovviamente puntare solo sul bucare lo schermo non dura.

E chiude la regista Cristina Mantis, del documentario Redemption Song, che propone una “decolonizzazione dello sguardo dei migranti stessi verso l’Occidente, ma anche dello sguardo di “qua” Deve cambiare (e sta cambiando) la narrazione. Ci sono individualità straordinarie, capaci di stimolare una narrazione diversa dal mainstream.

di Maria Flaminia Zacchilli

foto © di Maria Flaminia Zacchilli

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