Cutting, il fenomeno adolescenziale

19 giugno 2019 | commenti: Commenta per primo |

Adolescenti che si tagliano: il fenomeno del cutting

 

Negli ultimi tempi, per via del mio impegno con l’Associazione Hikikomori Italia e i ragazzi in isolamento sociale, ho avuto contatti con diversi insegnanti. Da una di loro, insegnante presso una scuola media, ho ricevuto una richiesta: “Dottoressa, abbiamo bisogno di maggiori informazioni sul fenomeno del cutting, che sta riguardando sempre più i nostri alunni”.

Negli ultimi anni si è assistito allo sviluppo di questo inquietante fenomeno, il cutting. Il termine deriva dall’inglese to cut, che significa tagliare, ferire.

Ragazzi giovanissimi si feriscono la pelle delle braccia o di altre parti del corpo con lamette, forbicine, coltelli, lame di temperino e oggetti taglienti in generale. Compiono questa azione nella convinzione di riuscire così a sopportare una disperazione per loro insostenibile.

L’Osservatorio Nazionale Adolescenza lo denuncia come fenomeno sempre più precoce, si inizia anche a 11 anni, e sempre più diffuso: due adolescenti italiani su dieci sono autolesionisti, si fanno del male intenzionalmente e nel segreto della propria stanza senza che i genitori sappiano nulla. Riguarda in prevalenza le ragazze (il 67 % del totale) e un altro dato importante da tener presente è che il 50% di chi pratica cutting è (o è stato) vittima di bullismo o cyberbullismo.

Alcuni ritengono che il fenomeno del cutting sia una moda, altri un modo per attirare l’attenzione… magari è così. Ma sicuramente siamo di fronte ad un gesto che rivela una intensa sofferenza e l’incapacità di gestirla.

Questi ragazzi esprimono un malessere profondo che si tramuta in angoscia, altre volte rabbia e odio per chi non si accorge di loro, perché li guarda ma non li vede, li ascolta ma non li sente.

I ragazzi che praticano cutting usano i tagli come veicolo di gestione delle emozioni: una lite, un brutto voto, una derisione o episodio di bullismo ed ecco che ci si ferisce per convogliare lì la sofferenza.

Il bisogno di tagliarsi fa fluire il dolore: con il sangue esce il negativo che si ha dentro.

Il tagliarsi è anche una sorta di ribellione alla insensibilità che vivono nei rapporti umani. Ribellione che non riescono a manifestare attraverso il rifiuto di situazione deludenti ma con l’aggressività autodiretta. Tagliandosi cercano di sopravvivere a quel dolore profondo che avvertono, al sentirsi soli perché hanno la certezza che nessuno li può capire e aiutare… e allora si “aiutano da soli” mettendo in atto una sorta di “auto-terapia” disfunzionale, malata.

Un taglio e… arriva il sollievo. Come se la lametta che incide la carne sciogliesse al tempo stesso rabbia, dolore, vuoto. Ma è un sollievo transitorio, così come il falso benessere che può dare una droga… E poi le maniche lunghe, tantissimi braccialetti, pantaloni lunghi anche durante l’odiata estate, così da coprire tutto.

La letteratura clinica descrive 3 tipologie di cutters.

Alcuni di loro sono ragazzi profondamente rabbiosi che cercano di eliminare la rabbia sfogandola sulla propria pelle. Si fanno male per urlare la loro rabbia e per sfidare attraverso il corpo sfregiato chi li ferisce ogni giorno non amandoli.

Altri sono ragazzi che hanno perso anche la rabbia e sono diventati insensibili a tutto, non sentono più emozioni e non hanno più interesse per loro stessi e per il rapporto con gli altri. Si tagliano per poter così sentire “qualcosa”: il dolore e il sangue che vedono lentamente uscire serve a farli sentire ancora vivi, provare ancora qualcosa.

Infine ci sono i ragazzi che si feriscono graffiandosi, grattandosi, scorticandosi le ferite, procurandosi bruciature. Sono fenomeni meno violenti del cutting, forme cosiddette “minori” che comunque esprimono sofferenza e senso di colpa che li porta a punirsi.

Perché il cutting?

Le cause sono varie: aver subito bullismo e cyberbullismo, atti di violenza fino alle molestie e abusi sessuali, in cui vengono violati i confini intimi e distrutta l’identità psichica ed emotiva. Spesso si sviluppa in famiglie “normali” e ben integrate socialmente, dove non compaiono situazioni palesemente patologiche ma dove i rapporti umani sono deludenti perché basati sulla soddisfazione dei bisogni materiali ma in un clima di anaffettività che non considera il bisogno di essere compreso, amato, “visto”.

Il cutting, in questo caso, racconta di una realtà interiore lesionata nel suo bisogno profondo di legami di attaccamento caldi, intimi, sicuri. Il ragazzo quindi, ferito interiormente dalla violenza di rapporti emotivamente freddi, si rende attivo nell’infliggersi ferite violente come per “punirsi” di essere incapace di rifiutare e ribellarsi in modo sano all’anaffettività subita da parte delle persone care.

Cosa raccontano i cutters e come arrivano a scegliere la strada del tagliarsi?

Parlano della scuola come “terreno di guerra” , dove vivono la presa in giro e gli insulti dei compagni, parlano di un nodo allo stomaco, che se ne va solo quando si tagliano. Alcuni ragazzi raccontano di aver cominciato a tagliarsi perché su Internet avevano trovato siti pro-autolesionismo che affermavano che dopo il taglio sarebbero stati meglio. Per un po’ sembra che funzioni ma poi i tagli diventano sempre più frequenti e sempre più profondi e la situazione sfugge al loro controllo.

Il ruolo della Rete,  il legame tra cutting e social network, è preoccupante: il “tutto” che viene nascosto da maniche e pantaloni lunghi, diventa invece mostrato e condiviso su social e blog. Ragazzi (e soprattutto ragazze) additate come sole, “sfigate”, “perdenti” si tagliano e condividono le foto con altri autolesionisti su Instagram e blog vari, affermando di riuscire così a stare bene.

In questo modo, il mondo sommerso del cutting, trova spazio per rinforzarsi e proliferare.

Nei confronti di ragazzi che sembrano non trovare più, in famiglia e scuola, punti di riferimento a cui chiedere attenzione e aiuto nelle loro difficoltà e malesseri e così se ne vanno “allo sbaraglio” a cercare risposte e soluzioni (patologiche, come nel caso del cutting) nel mondo di internet.

I ragazzi che si tagliano si vergognano e hanno una grande paura di essere scoperti, di essere giudicati stupidi o pazzi, per cui si rifugiano in Rete dove ci sono tantissime comunità (su Instagram e YouTube), di teenagers che condividono questo segreto. Solo in questi “luoghi” si sentono liberi di confrontarsi, ricevono consigli su come non farsi scoprire dai genitori, trovano un rifugio dove venir emotivamente sostenuti e non sentirsi soli. E talvolta, dato il peso che il segreto ha sui ragazzi, accade che si rinunci alle relazioni sociali reali, fonte di dolore, in favore di quelle virtuali.

Per concludere, alcuni suggerimenti per genitori e insegnanti. Come possono fronteggiare il fenomeno?

Detto che importantissima è la prevenzione nelle scuole, con interventi nelle classi e sportelli di ascolto, il primo passo è senza dubbio l’osservazione, appunto il vedere (e non più solo guardare) il ragazzo e i suoi segnali: la chiusura, il nascondersi, il coprirsi.

Il secondo passo è l’ascolto: laddove si abbia il sentore che il ragazzo si faccia del male si deve accogliere ed ascoltare senza mortificare. Bisogna evitare stili inquisitori, scenate e drammi familiari, parlare senza accuse e giudizi, affinché non si senta ancora più in colpa e si rinchiuda maggiormente.

Il terzo passo è sostenerli nel chiedere aiuto: l’intervento specialistico, la psicoterapia è assolutamente necessaria per aiutarli a trovare risposte e modalità differenti per affrontare malesseri e difficoltà.

 

 

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

 

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