Demopatia, il libro

13 luglio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Intervista a Luigi Di Gregorio in occasione dell’uscita del suo ultimo libro ‘Demopatia’

Demopatia è l’ultimo saggio di Luigi De Gregorio, Professore Aggregato di Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo dell’Università della Tuscia, a Viterbo, dove attualmente insegna “Comunicazione politica, pubblica e sfera digitale”.

Insegna, inoltre, in diversi master e Scuole di specializzazione.

Tutta la sua vita professionale è centrata su comunicazione, politica e giornalismo

È membro dell’editorial board del Journal of Political Marketing.
Ha un blog personale (digregorioblog.com) ed è analista politico per Il Foglio.

Ha pubblicato oltre 40 lavori a carattere scientifico relativi a: analisi elettorale e comportamenti di voto, analisi delle politiche pubbliche, politica comparata, comunicazione politica.

Lo incontriamo in occasione della presentazione del libro nell’ambito della manifestazione romana di ‘Un fiume di cultura’, il 13 luglio alle 19.30.

Buonasera Luigi, nel suo ultimo libro si parla di una nuova ‘malattia’, la demopatia, che dà il titolo al saggio. Lei sostiene che tale male sia la derivazione di un vero e proprio mutamento antropologico: è il popolo ad essersi ammalato e a costituire il fattore più importante della crisi delle democrazie. Come ci siamo ammalati e perché?

Potremmo sintetizzarla così: siamo diventati più impazienti e carichi di aspettative, più istintivi e impulsivi, più disorientati e di conseguenza creduloni, più individualisti e narcisistici, più incoerenti, per certi versi “schizofrenici”. E attenzione, non è un mutamento che ci riguarda solo come cittadini-elettori. È la versione totalizzante dell’individuo contemporaneo. Siamo diventati così in ogni ambito della nostra esistenza, dalla politica all’economia, dalla cultura alla società, fino alle relazioni personali. Le ragioni principali vanno ricercate nella cultura moderna occidentale.

La modernità ci ha spinto a mettere in discussione tutto ciò che veniva dato per scontato – religioni, ideologie, istituzioni, cultura e sapere – ma a lungo andare abbiamo finito per distruggere tutte le credenze stabili e consolidate e ci siamo ritrovati soli, atomizzati e senza punti di riferimento solidi. Di conseguenza, l’individuo occidentale contemporaneo è un narcisista per autodifesa: è egocentrico e pensa prima di tutto al suo benessere individuale perché non crede più nel valore aggiunto di ciò che va oltre il singolo, avendo distrutto tutte le grandi narrazioni che cementavano le comunità.

La filosofia moderna va interpretata però insieme ai suoi grandi motori: società dei consumi e rivoluzione tecnologica. Se oggi per certi versi applichiamo una filosofia “usa e getta” quasi in ogni ambito esistenziale e viviamo un eterno presente impaziente e febbrile, lo dobbiamo soprattutto a questi due motori.

I mass media sono sotto l’osservazione dei sociologi da sempre, e da sempre gli si imputa la colpa di mal informare la gente. Oggi i mass media classici sono soppiantati dalla rivoluzione dei social, attraverso i quali gran parte della popolazione si informa. Questi nuovi canali informativi stanno modificando la percezione della realtà, o ne stanno formando un’altra?

Partiamo da un presupposto di fondo: ogni innovazione tecnologica ci cambia profondamente. Cambia il nostro modo di percepire la realtà, di pensare e di comportarci. E ciò accade a prescindere da come si utilizza una nuova tecnologia. È chiaro, ad esempio, che la polvere da sparo o l’energia atomica possono essere utilizzate in maniera diversa, ma è altrettanto chiaro che da quando esistono il mondo è cambiato comunque.

E ciò vale per ogni grande o piccola innovazione: pensiamo alle macchine per il caffè espresso o al pulsante “salta l’intro” quando vediamo un film online o alla telecamera posteriore quando parcheggiamo. Tutte queste cose ci cambiano e, di fatto, cambiano il modo in cui il nostro cervello organizza e utilizza le sinapsi. È noto ad esempio che nel corso della storia ogni generazione ha perso mediamente capacità mnemoniche rispetto alle precedenti perché di fatto esternalizziamo la memoria altrove: oggi prima di tutto su Google e Wikipedia.

Ciò premesso, i social network vanno interpretati come mass media che hanno determinate caratteristiche, quasi tutte ereditate dal mezzo televisivo: centralità dell’immagine, informazioni frammentate, velocità, alluvione di stimoli, polarizzazione delle posizioni dovute anche agli algoritmi che creano una specie di mondo “su misura” per l’utente, personalizzato e confortevole. Tutte queste caratteristiche ci allenano e ci abituano a “correre per non restare indietro”, a vivere istante per istante, a non perdere tempo per approfondire le informazioni e i concetti, e a confezionarci un mondo che ci piace perché conferma le nostre credenze, bannando e prendendocela con chi non la pensa come noi. L’intruso di turno all’interno della nostra “tribù digitale”.

È colpa dei social? O è l’uomo a essere individualista e gruppista, da sempre? In realtà non è colpa di nessuno. Semplicemente i social amplificano ed estremizzano alcune nostre caratteristiche. E lo fanno per come sono costruiti, non per come vengono utilizzati. È, appunto, il loro format a generare certe conseguenze e funziona perché esalta caratteristiche tipicamente umane.

 

Se il popolo è malato, quale cura potrebbe essere adottata per guarirlo?

Non c’è una cura vera e propria. Quello che posso dire – e che provo a suggerire in Demopatìa – è che è del tutto inutile rimpiangere i “bei tempi andati” o continuare a invocare i politici di una volta. Intanto non è affatto detto che prima si stesse meglio. Eravamo diversi, tutti noi. Non a caso i politici spesso rimpianti, all’epoca non li abbiamo trattati proprio benissimo… Allo stesso modo, se potessimo catapultare ai giorni nostri quegli stessi politici rimpianti, essi non sarebbero troppo diversi da quelli attuali.

Noi siamo il “mercato” della politica e di conseguenza la orientiamo e la premiamo quando si adegua a noi.

Ecco perché i leader migliori, oggi, sono in realtà degli ottimi follower. Si adeguano a ciò che chiede l’opinione pubblica e fanno finta che quello sia il loro programma. Quando in realtà è il nostro. Non esistono terapie facili e di sicuro non ha senso proporre cure che fanno a pugni con la storia e con la nostra evoluzione.

Siamo quello che siamo: individualisti, narcisisti e gruppisti (cioè tifosi). Non solo in politica, ma quello politico è un ambito in cui queste caratteristiche emergono facilmente e prepotentemente. Quello che posso dire è che, dovendo cercare una cura, è fondamentale partire dalle discipline più utili e funzionali all’analisi del demos: psicologia politica, psicologia cognitiva, neuroscienze, scienze della narrazione.

 

Ritiene sia possibile fare qualche passo indietro rispetto all’evoluzione tecnologica?

No. E sarebbe anche sbagliato. In ogni caso, non mi pare sia mai stato possibile fare retromarce in merito alle innovazioni che riguardano la massa. È inutile anche solo proporre quelle retromarce. Come si può pretendere di scollegarci tutti dai social o di “staccarci” dagli smartphone? È come pretendere che tutti rinuncino alle automobili, o facciano a meno dell’elettricità.

Quando le innovazioni diventano di massa fanno parte di noi. E ci condizionano pesantemente. Dobbiamo farci i conti, incrementare la consapevolezza relativa alle conseguenze sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti. Ma non possiamo pretendere alcun passo indietro.

 

Secondo lei, la democrazia è un regime a rischio? O lo è sempre stata?

La democrazia è un equilibrio delicato. In realtà, ogni regime, anche quelli non democratici, vivono sempre su un crinale di legittimazione non semplice da mantenere. Tutto sommato anche totalitarismi e autoritarismi storicamente non hanno avuto vita lunga e spesso hanno dovuto ibridarsi e mutare forma. Non so se oggi sia a rischio la democrazia, di sicuro ci sono forze che stanno minando la sua componente “liberale”.

Il liberalismo ha a che fare con tutti i vincoli e i limiti del potere della maggioranza.

Stato di diritto, potere maggioritario temperato, separazione dei poteri, tutela del dissenso e controllo politico del potere… queste cose servono a salvaguardare la vita democratica. Se iniziamo a metterle seriamente in discussione dicendo che solo i poteri che derivano dal voto (cioè dal popolo) sono legittimati a parlare – cosa che in Italia è già avvenuta varie volte contro Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Bankitalia, ISTAT, INPS, Commissione europea, Magistratura… – finiamo dritti dritti verso la dittatura della maggioranza, che in realtà significa fine della democrazia.

Perché a quel punto una maggioranza pro-tempore avrebbe, con l’appoggio del popolo, la possibilità di accentrare ogni potere e dunque di annullare tutte le forme di controllo e di competizione politica. Bobbio diceva: “nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”. Ecco, se pretendiamo che tutto ciò che conta deve passare dal voto popolare, finiamo ai tribunali del popolo e alle ghigliottine, verosimilmente. Pertanto, è bene tutelare tutti gli aspetti “liberali” delle nostre democrazie.

 

La colpa potrebbe essere anche di una cattiva politica?

La politica ha le sue colpe, così come il sistema mediatico. Tuttavia, dobbiamo intenderci: media e politica hanno lo stesso mercato. Quel mercato siamo noi. Spesso se scelgono certe strade piuttosto che altre è esattamente per compiacerci. Insomma, il problema è sistemico, una specie di circolo vizioso. Oggi un politico serio, competente, con toni moderati, sincero e autentico che magari si rifiuta di banalizzare tutto e di campare di frasi a effetto e dirette Facebook quanto durerebbe?

Meglio ancora, saremmo in grado di notarlo? Qualche talk show televisivo avrebbe il coraggio di invitarlo sapendo di perdere immediatamente pubblico per ragioni di complessità e di “noia”? Allo stesso modo, se giornali e TV abbandonassero del tutto gli aspetti legati all’entertainment, al sensazionalismo, al gossip, al voyeurismo, ecc. avrebbero lo stesso seguito? Politica e media sono due settori market oriented, e ci piaccia o no, il loro target siamo noi. Certo, il mercato è influenzato e influenzabile dalle loro scelte, data la natura circolare del problema. Ma è razionale per gli attori politici e mediatici prendere strade più complesse, lunghe e tortuose per giungere chissà quando a un’offerta in grado di cambiare la domanda? Non è più semplice, razionale e meno costoso adeguarsi ai nostri istinti?

 

Quanto stiamo rischiando di compromettere le nuove generazioni di cittadini?

Il problema di fondo è che i cittadini sono stati del tutto rimpiazzati e sostituiti dai consumatori. Cioè, le logiche della sindrome consumistica (usa e getta, oblio immediato, valorizzazione di singoli istanti pieni di emozioni, offerta personalizzata di ogni prodotto, ecc.) sono diventate totalizzanti e hanno invaso anche gli ambiti non economici della nostra esistenza. Per il consumatore un’offerta continua di stimoli, peraltro personalizzata grazie agli algoritmi, comporta grandi benefici. Tutto ci aiuta a scegliere e a trovare in tempi rapidi i prodotti che cerchiamo.

Ma il cittadino non ha bisogno di un mondo cucito su misura per lui.

Ha bisogno di confrontarsi con gli altri e di testare le proprie opinioni e i propri punti di vista. Di approfondire le questioni importanti, di non banalizzare i fenomeni complessi per comprenderli appieno. Ecco, il mondo che abbiamo costruito va in direzione opposta e con quel mondo tocca fare i conti. Verosimilmente per le nuove generazioni sarà un problema ancora più evidente, ma ormai è chiaro che vale anche per quelle più “attempate”. Siamo tutti immersi in un sistema di istinti, istanti e immaginario che dominano e configurano visioni del mondo “fai da te”.

Ognuno confeziona la sua verità e giudica il mondo a partire da quella. Questa è in estrema sintesi la post-verità: fine delle autorità cognitive e polverizzazione della verità. Ognuno si fa la sua e scarta in tempo di record tutto ciò che la mette in discussione.

 

Con queste nuove forze al governo, in Italia, non le sembra che ci sia un nuovo avvicinamento alla politica da parte del ‘demos’?

Piuttosto, come detto, mi sembra vi sia un avvicinamento della classe politica al demos. O meglio, un appiattimento sulle posizioni del demos. Noi siamo costantemente allarmati e sollecitati su alcune questioni che fanno notizia (proprio perché ci allarmano): immigrazione, sicurezza e criminalità, sprechi e costi della politica. Alcuni partiti hanno deciso di prendere posizioni forti su quei temi e ci hanno offerto ciò che ci piaceva sentire.

La brutalizzo così: zero immigrazione, ampliamento della legittima difesa, lotta agli sprechi e alla corruzione e in generale alla “vecchia politica”. Insomma, veniamo da anni di trasmissioni TV e di titoli di giornali sulla “casta” e sugli sprechi, così come sugli sbarchi o sui delitti efferati. Questo ha creato un campo utile per alcuni partiti. Se però consideriamo che il numero dei migranti è molto inferiore a quello che la gente immagina, che i delitti violenti sono in calo costante da decenni e che non è affatto detto che un cittadino sia più corretto e moralmente integro di un politico di professione, capiamo che è tutto frutto di un’agenda politico-mediatica che ci piace perché ci mobilita, ci stimola, ci appassiona, ma spesso non è affatto coincidente con le reali priorità del paese.

A mio avviso, ad esempio, l’Italia ha bisogno di crescere e può farlo solo se affronta nodi quali la politica energetica, quella infrastrutturale, i fondi in ricerca e sviluppo, e così via.

Eppure, nessuna di queste cose muove minimamente il consenso, perché non emoziona, è complessa e implica conoscenze e competenze sopra la media. Per tali ragioni questi temi sono raramente sui media e di conseguenza non costituiscono argomenti di punta della comunicazione dei partiti “vincenti”. Anche in questo caso, il programma lo facciamo noi. E lo facciamo in quanto siamo il mercato di media e politica.

Questo ci avvicina alla politica? No, ci appassiona come tifosi e appiattisce l’offerta politica sui nostri desiderata. Il che non è affatto detto che sia un bene per la collettività. Di sicuro serve a “salvare” momentaneamente un pezzo di classe politica che si sintonizza con noi per sopravvivere. Poi però… i nodi veri vengono al pettine e nel medio periodo rischiano di farsi male anche coloro che ci hanno presentato un programma tutto “nostro”, illudendoci che quelli fossero i “veri” problemi del paese.

 

 

a cura di Cristina Anichini

 

 

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