Dolonne, Courmayeur

7 agosto 2019 | commenti: Commenta per primo |

Dolonne – Courmayeur e la festa patronale di San Benedetto

 

C’è chi la montagna la guarda dal basso, chi si spinge a mezz’altura e chi, con fatica, tocca le vette. Appaiono austere le montagne, soprattutto quelle dove i picchi sembrano toccare il cielo, dove neanche le nuvole riescono a passare, si fermano lì in cima e rimangono, spesse, cariche.

Trovarsi di fronte il Monte Bianco con i suoi 4810 metri non lascia indifferenti, un massiccio puntuto, più alto di tutto quello che c’è dalla Sicilia al Trentino Alto Adige e oltre i confini. Se ci si ferma a guardarlo si scorge sempre qualcosa di non visto prima, come se quei monti millenari cambiassero i profili, le sembianze, quando la luce del giorno ci si poggia.

E il bianco del Bianco è sempre lì ma sempre più esile, mi dicono, più corto rispetto ad anni fa e dove c’era il ghiaccio, oggi, si trovano strade per arrivare su, tra le pareti tinte dal gelo secolare.

Arrivo a Courmayeur in una giornata di nuvole e sole e appena passata l’ultima galleria l’aria cambia, fresca, pulita. L’odore pungente del bestiame e delle stalle si attacca alle narici e lo riconosco, riconosco distintamente l’odore delle vacche e quello delle capre, del latte appena munto pronto per essere lavorato per diventare, qui, fontina, toma…

La meta è Dolonne (1.216 m s.l.m.), un borgo medievale diviso da Courmayeur dal fiume Dora Baltea che viene ingrossato dalla Dora di Ferret e dalla Dora di Veny. Il nome di Dolonne pare abbia origini dal verbo latino dolere, perché in epoca romana, ai piedi del monte Chétif, si apriva una miniera dove gli uomini in schiavitù scavavano, quindi il nome deriva dalla sofferenza: dolere, Dolonne.

Cercavo un posto tranquillo dove passare i giorni di vacanza, convinta che solo sulle montagne avrei trovato la pace che ogni anno inseguo camminando con i miei scarponi ma, con grande sorpresa, scopro che anche la frazione sembra un posto assai quieto.

La strada percorribile in auto, che porta all’appartamento, è esterna al borgo e salendo vedo solo le facciate delle case montane. La proprietaria dell’appartamento che ho affittato è della ex sindaca di Courmayeur, Fabrizia Derriad, gentile e accogliente con tante cose da raccontare e infatti, dopo avermi accolta, mi fa fare un piccolo giro per Dolonne, passando dal retro della vecchia casa di famiglia ristrutturata.

È un intreccio di scalini, ringhiere di legno, pietra e gerani fioriti il cammino che porta alla minuscola chiesa del borgo, una chiesetta del 1600 dedicata a due santi, Giacomo e Benedetto, quest’ultimo verrà festeggiato tra qualche giorno come patrono del paese e per lui c’è in serbo una grande festa che decido di seguire.

Un silenzio irreale accompagna i passi sul selciato, in giro nessuno e percorrendo i vicoli, che ancora conservano un’atmosfera alpina autentica, si arriva alla fine del borgo per trovarsi davanti il Massiccio del Monte Bianco.

A sinistra il Dente del Gigante e sotto il Ghiacciaio di Planpincieux. Proseguendo la panoramica, al centro, la cima Grandes Jorasses con sotto il Ghiacciaio des Grandes Jorasses. Uno spettacolo che sospende il fiato, che fa rimanere incollati gli occhi al cielo, dove le cime sembrano toccarlo. E si sente forte la maestosità del Dora Baltea che scorre violento scendendo da quei ghiacciai che ogni anno perdono sempre più i piedi.

Ai due estremi del borgo si trovano ancora le fontane coperte da una costruzione in mattoni che serviva per riparare le donne nei giorni di brutto tempo e dalle basse temperature quando lavavano i panni, sono divise in tre vasche: la prima serviva per attingere acqua da usare in casa, la seconda per abbeverare gli animali e la terza per lavare i panni. Gli unici rumori che, costanti, si sentono nel borgo sono, appunto, l’acqua che scorre dalle fontane e i rintocchi delle campane della chiesetta.

A Dolonne ci sono quattro hotel, tre ristoranti, un bar, che è anche edicola e tabaccaio, e un negozio di articoli da montagna che è sempre chiuso, probabilmente apre solo in inverno, visto che una scritta bella grande recita: sci a nolo.

Ha un’insegna degli anni ’70 e nella vetrina ci sono richiami a vecchie guide del Monte Bianco. Un manifesto incorniciato ritrae i maestri con visi cotti dal sole e sotto, il loro numero telefonico fisso senza prefisso…roba di altri tempi.

Per tutto il resto c’è Courmayeur, raggiungibile con 10 minuti di cammino attraversando il grande ponte che passa sopra il Dora Baltea. Dolonne e Courmayeur sono due realtà completamente diverse e sì che se non ci fosse il fiume di mezzo sarebbero una cosa sola. Courmayeur è frizzante, elegante, piena di botteghe e negozi lussuosi e la gente che la frequenta è molto facoltosa.

Dolonne invece è silenzioso, austero per certi versi, sembra quasi disabitato, se non fosse per qualche donna con i capelli candidi che spunta all’improvviso da un vicolo o per le due signore che, sempre in coppia, camminano sottobraccio percorrendo ad anello l’intero borgo.

Non parlano tra loro, camminano come se volessero tenere in allenamento i muscoli stanchi, capirò solo dopo il perché. Il selciato è particolarmente pulito, non un residuo di cibo, non una cartaccia, tutto sembra davvero brillare.

Proprio accanto alla chiesetta, dietro una porticina, c’è il vecchio forno, un forno antico ancora funzionante per le infornate canoniche a ottobre e il 30 dicembre “Giornata del pane”. Il forno viene scaldato già dal giorno prima e, mentre le donne impastano, rimane acceso per tutta la notte e il giorno dopo avviene la cottura.

Una donna del Borgo mi racconta che a dicembre 2018 hanno impastato, a mano, il pane quattro donne, infornato 600 pagnotte e 400 pani dolci, il Greichen, a base di uova e uvetta.

Il pane viene poi venduto alla popolazione, ai turisti e pare proprio che la Giornata del pane sia diventato un appuntamento molto seguito.

Antico Forno

Il forno ha due stanze: nella prima si trovano due grandi madie per l’impasto (tavoli rettangolari con un bordo alto che serve a evitare la fuoriuscita della farina e dell’acqua) e nell’altra stanza due enormi forni a legna con tanto di pale di legno per l’infornata e assi, anch’esse di legno, dove posare i pani pronti da far raffreddare.

Poco più avanti, sempre dietro una porticina antica, trovo la latteria, dove l’ambiente si presenta assai diverso dal forno. La latteria, pur non essendo in funzione da decenni, ancora conserva l’odore acidulo del formaggio, misto al dolce odore del latte appena munto. I muri e i soffitti sono affumicati dai fuochi che venivano accesi; pentoloni, paioli, provette graduate sono in bella mostra a testimoniare l’importanza di una latteria propria del borgo, dove gli abitanti portavano il latte e pagando una cifra minima si assicuravano il formaggio per tutto l’inverno.

Mentre sono in trepida attesa della festa di San Benedetto, trascorro con Paolo giornate sui sentieri assai ripidi che portano a pianori verdi o a rocce scivolose.

Da Dolonne si possono raggiungere sentieri con diversi livelli di difficoltà, da quelli adatti alle famiglie, agli itinerari per esperti e per molto esperti; proprio all’entrata del borgo c’è anche una nuova e funzionante telecabina che apre sia d’estate che d’inverno, arrivando a Plan Checruit (1.702 mt), e da lì si può proseguire, sempre in telecabina per chi non vuole o non può camminare, fino a Maison Vieille (1.956 mt).

Le giornate passate a camminare non danno spazio a molto altro ma tornare a casa e, dopo una doccia rigenerante, sedersi in balcone e guardare il ghiacciaio non ha eguali. Ci dimentichiamo anche l’ora di cena, si sta con lo sguardo sul bianco fino a quando non fa scuro.

E il giorno dopo si ricomincia: zaino, borraccia, una cerata per la pioggia, una mela e qualche barretta per il pranzo, scarponi ben allacciati e via alla scoperta di nuovi sentieri.

Mai mi è capitato come in questa valle di essere così vicina ai ghiacciai, alle vette che fischiano di vento in quota, di incantarmi per ore davanti allo stesso picco, uno spettacolo da far venire le lacrime.

Raggiungiamo, in una giornata poco assolata, il rifugio Bonatti, non sarei mai potuta andar via da questa valle senza vedere il rifugio che porta il nome della persona che, sin da giovanissima, mi ha fatto sognare, quando, senza ancora sapere chi fosse veramente, seguivo i suoi reportage che venivano pubblicati sulla rivista Airone. Solo dopo essermi appassionata alla montagna ho scoperto l’uomo libero che era.

Rifugio Walter Bonatti

 C’è una bellissima definizione che ha dato Michele Serra su Walter Bonatti e che voglio qui riportare.

“Uno sguardo cristallino, morale fino all’ingenuità, sulle cose del mondo, della società, della politica, uno sguardo che sembra calibrato sui ghiacci, sulle rocce, sugli orizzonti della natura più che sugli ambigui paesaggi umani”.

Per chi non lo conoscesse, c’è molto su di lui, e in rete (video, interviste…), e molta la letteratura: Montagne di una vita, Magia del Monte Bianco, Un modo di essere, Le mie montagne…

Il sentiero che ci porta su è abbastanza semplice, molto ripido all’inizio ma con diversi tratti dove riprendere fiato. Boschi, ruscelli, fiori resistenti dalle tinte forti, molti cardi e molti grilli che saltano spaventati da una parte all’altra.

 

La salita è di poco più di un’ora e il dislivello di 500 metri. Abbiamo accanto il ghiacciaio, Glacier de Frébouge, per tutto il tempo, ci allontaniamo da lui solo quando il sentiero si allarga proseguendo quasi in piano. Passiamo un fiume che pare una benedizione quando si è sudati e accaldati, la potenza sprigionata dall’acqua vaporizza schizzi che ci rifocillano. In lontananza vediamo il rifugio e finalmente arriviamo.

Ora capisco perché Bonatti abbia consentito, quando ancora era in vita, di dare al rifugio il suo nome. Sembra di avere il naso schiacciato sul ghiacciaio, una pace profonda sembra aver raggiunto le persone che sono sedute per terra spalle al rifugio, incantate alla vista di un paesaggio antico. Sul rifugio non voglio pronunciarmi, mi sarei aspettata un approccio quasi mistico, così non è.

Avevamo previsto di proseguire per altri sentieri ma il legame sentimentale che ci lega a Bonatti ci impedisce di andarcene, restiamo sdraiati in contemplazione per quasi tutto il tempo.

Spostandosi da Dolonne, per esempio in Val Ferret o in Val Veny, ci sono itinerari fantastici, piccole passeggiate che portano a laghi di montagna o percorsi più impegnativi, ce n’è per tutte le gambe, non resta che scegliere a seconda delle proprie possibilità.

Un cenno alla Skyway, funivia che arriva in cima al Monte Bianco. Ebbene sì, ci sono andata anch’io, colpevole di aver ceduto alla tentazione di arrivare lì su, dove le mie capacità non mi avrebbero mai condotta.

Innegabile la bellezza del Monte Bianco, innegabile anche l’impatto di una costruzione ben lontana dall’essere discreta, avveniristica, certo, un’opera di ingegneria di tutto rispetto ma se mi regalassero il biglietto, non proprio economico, per salire di nuovo, rifiuterei di certo. Mi sono sentita a disagio, frotte di persone urlanti, capaci solo di scattarsi l’ennesimo selfie da mandare nell’immediato ad amici e parenti, un trofeo da mostrare, come se l’essere saliti li su fosse il frutto di fatica e conoscenza della montagna. Ma questo è un parere del tutto personale.

È arrivato il giorno della festa di San Benedetto.

Mi sveglio molto presto e passo dalle scale sul retro che portano direttamente alla chiesetta. Ci sono già quattro banchetti, tre donne e un uomo sistemano diversa mercanzia che sembra africana. I manufatti provengono dal Madagascar, così come le spezie profumate, il tovagliame ricamato, i tessuti stampati e le piccole sculture in legno.

Nella chiesa c’è un gran trambusto, una donna va e viene sistemando a dovere le candele. Mi intrattengo con una signora che scopro far parte dell’Associazione “Costruire insieme” di Torino, che sta portando avanti diversi progetti in Madagascar, uno di questi è la casa di accoglienza per bambini disabili e malnutriti e il suo nome suona poetico – TSARA ZAZA – che significa, in lingua malgascia, BEI BAMBINI.

Compro diverse spezie, faccio scorta, soprattutto, di vaniglia. Proseguo il giro per il borgo ma l’unica cosa che noto, rispetto ai giorni precedenti, è che molte finestre sono aperte e si sente appena un vociare discreto provenire dall’interno delle case. Arrivo alla fine della stradina principale fino alla fontana e lì trovo un capannone dove si svolgerà la cena e la serata danzante.

Improvvisamente, poco dopo le 10, i vicoli del borgo si animano, molte donne con l’abito tradizionale, e tanti bambini, raggiungono la chiesetta dove sta per cominciare la celebrazione. La chiesa si riempie e tanti fedeli restano nella piccola piazza seguendo la messa dall’esterno.

Intanto, nelle stradine, passano, stanchi, i partecipanti al Gran Trail Courmayeur.

I runners stanno percorrendo alcuni dei punti più panoramici e spettacolari di Courmayeur e delle sue valli, tre gare distinte: 30 km, 55 km e 105 km, per un dislivello totale positivo di 7000 mt. “Un percorso molto tecnico ma che non presenta grosse difficoltà”. La gara dura due giorni, inutile dire che i percorsi più lunghi verranno effettuati, su per le montagne, anche con il buio.

Vengono giù dai sentieri con le racchette che ticchettano sul selciato, passano, rallentano, dedicano uno sguardo alla chiesetta, fanno il segno della croce e proseguono. 

Seguo la festa prendendo appunti, filmando ogni cosa, parlando con le donne anziane e tra la sfilata in abiti tradizionali ricamati e la fisarmonica di Michel che l’accompagna, riesco a intrufolarmi nel laboratorio dedicato ai bambini, dove Rita e Laura insegneranno loro a fare il pane e il formaggio, nel vecchio forno e nella latteria.

Un’esperienza davvero sorprendente, i bambini (25) hanno ascoltato, eseguito e si sono divertiti, mentre Rita e Laura, impeccabili, gli hanno fatto produrre un pane e una fuesella di formaggio ciascuno.

A fine laboratorio hanno distribuito la merenda: pane, zucchero e burro e una torta di mele fatta in casa da Rita…assaggiata, strepitosa.

Esposti, nei vicoli, ci sono arnesi e oggetti che appartengono al passato, non proprio caratteristici del posto ma ben conservati: una culla di legno, un tosta caffè manuale che sprigiona un aroma conosciuto, vecchi servizi da caffè, delle cuffiette da neonato ricamate fatte a mano e un abito tradizionale valdostano.

Il prossimo appuntamento della festa è alle 15,30 con il Torneo di calcio saponato.

Viene montato un campo di calcio gonfiabile, praticamente una piscina con tanto di porte e righe dove viene versato sapone misto ad acqua, davvero una scommessa rimanere in piedi ma i ragazzi si sa, tra scivolate, capitomboli e risate, riescono a divertirsi e a far divertire.

La giornata termina con la sfilata della banda musicale, la cena e lo spettacolo di un gruppo folcloristico – Les Badochyes de Courmayeur, che, oltre a portare avanti la tradizione folcloristica, posso dire essere molto divertenti, coinvolgenti ed eleganti. Se vi incuriosiscono, potete cercarli su youtube, troverete molti video che li riguardano.

La partecipazione a questa festa mi ha entusiasmato, il gran lavoro da parte del Comité de Courmayeur e del presidente Marco De Zoppis che, nel mese di luglio, vede impegnati i tanti giovani volontari nelle varie feste dei borghi, dà la certezza che qualcosa di nuovo sta avvenendo nelle comunità che si pensavano morte, fa sperare che quel mondo zeppo di tradizioni e solidarietà non venga scalzato via da promesse effimere di un mondo veloce, di una vita migliore nei grandi centri urbani. Ma loro sembrano saperlo bene e quei borghi che si susseguono nella valle, piano piano, si stanno ripopolando.

 

 

http://www.qrmachannel.tv/a-curma-ce/comite-de-courmayeur/

pagina facebook: comité de Courmayeur

Associazione Volontariato: www.tsarazaza.org

 

 

Alcuni consigli di lettura:

Le vite dell’altopiano – Mario Rigoni Stern

Sulla traccia di Nives – Erri De Luca

Il peso della farfalla – Erri De Luca

La manutenzione dei sensi – Franco Faggiani

Il guardiano della collina dei ciliegi – Franco Faggiani

La montagna dentro – Hervé Barmasse

Il Pastore di stambecchi – Louis Oreiller con Irene Borgna

La montagna incantata – Thomas Mann

Le otto montagne – Paolo Cognetti

Le Alpi segrete – Marco Albino Ferrari

Frêney 1961 – Marco Albino Ferrari

Oceano – Francesco Vidotto

Walter Bonatti.

 

fotografie e testo di Maria Corona Squitieri

 

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.

 

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