Domenico Agostinelli e il museo che racchiude la memoria degli oggetti di una volta

17 aprile 2019 | commenti: 1 |

Domenico Agostinelli, la memoria degli oggetti

 

Avrete sicuramente sentito parlare di Agostinelli e del suo Museo. Avrete sentito parlare delle sue collezioni (circa 640) di oggetti della cultura popolare e contadina. Magari siete anche già stati a visitarlo (chi non lo ha fatto non deve perdere questa occasione), ma molti di voi sicuramente non conoscono la sua storia.

Domenico Agostinelli, personaggio fuori dal comune, che per passione ha creato qualcosa di incredibile.

Signor Domenico ci racconti la sua storia, da dove viene e come è nato questo luogo magico.

Sono nato nel 1940 a Campli, un piccolo paese nel teramano in Abruzzo, la cui caratteristica locale era l’attività di venditore ambulante di immagini sacre. Erano chiamati i santari di Campli. Sono stati scritti diversi libri sui santari, inizialmente boscaioli e carbonari che si spostavano anche di parecchi chilometri, addirittura fino in Toscana durante l’estate. Lungo il tragitto per proteggersi si portavano una madonnina.

A Campli c’è stato sempre un fermento artistico di pittori di immagini sacre e queste madonnine erano dipinte a mano. La Toscana all’epoca era una delle regioni più colte d’Italia, la gente notava il valore del dipinto a mano e le compravano. Succedeva però che i carbonari tornavano indietro senza la madonnina protettrice. Decisero così di portarne con sè più di una, cominciandone così il commercio.

Io ho cominciato che avevo 14 anni, nel 1954. Sono partito con una cassetta sulle spalle che ancora ho con me, eravamo come i vu cumprà di oggi, andavamo a piedi camminando anche per 10/20 chilometri perchè più i paesi di campagna e di montagna erano distanti e isolati e più i loro abitanti erano religiosi e propensi a comprare le immagini sacre.

Ma non sempre potevano pagare e allora qualche volta in cambio di un quadruccio offrivano da dormire o da mangiare, oppure barattavano con degli oggetti. Quelli ingombranti o che non mi piacevano li rivendevo, quelli che mi piacevano li tenevo, perchè mi affascinava non tanto l’oggetto in sè per sè, quanto la storia che c’era dietro.

Per esempio tra le prime cose che ricevetti in baratto ci fu un’ocarina che mi diede un ragazzo pastorello.

Era del nonno che andava a pascolare le pecore e la suonava al gregge per fargli fare più latte.

Questo signore era molto geloso della sua ocarina, poteva suonarla solo lui. Mi sono innamorato di questo oggetto, per quello che rappresentava. La tengo ancora con me e l’ho messa nella cassa da morto che da buon abbruzzese mi sono già costruito.

Questa ocarina ha dato via alla passione a raccogliere e a tenere. All’inizio non pensavo a collezionare, solo dopo è arrivata questa vocazione. Adesso per me è una missione, salvare più oggetti possibili alla distruzione. Voi non ve ne accorgete perchè siete giovani ma c’è stata una rottura con la civiltà antecedente agli anni ’50, in questi ultimi 70 anni sono state spazzate vie la civiltà contadina e artigiana. Considerando che il 90 % delle persone in Italia era artigiano o contadino, è come se fosse passato un uragano che ha cancellato millenni di storia.

Ogni oggetto è importante e collegato ad un ben preciso periodo storico che per esperienza oggi sono in grado di riconoscere dalla manifattura. Per esempio riconosco se un oggetto è del periodo romanico, piuttosto che gotico, o rinascimentale, barocco e così via fino al liberty.

Cosa è successo nel dopoguerra?

Dopo gli anni ’50 è arrivato il consumismo, la politica della grande industria.

Prima l’uomo era artefice e protagonista della propria vita, dell’oggetto che veniva fatto dall’uomo. Secondo i luoghi si adoperava un certo tipo di materiale, dominava la materia bruta, il legno, il ferro la creta e l’uomo assoggettava la materia al suo volere, quindi gli dava la forma estetica, lo stile, il senso pratico e ci metteva qualcosa di suo.

L’oggetto non era freddo e statico come lo è adesso che viene prodotto dalla macchina, come avviene soprattutto nei paesi orientali. Oggetti che sono distribuiti in tutto il mondo che sono senza anima e sono fatti per durare pochissimo.

Un tempo un oggetto veniva fatto per durare nel tempo ed essere tramandato da padre a figlio a nipote.

Quando è arrivato a Roma da Campli?

Venni a Roma perchè si vendeva tanto, circolavano un sacco di soldi, soprattutto nel dopoguerra quando ne arrivarono tanti dall’America e dalla Russia. Si vendevano poco le immagini sacre ma erano richiesti quadri con soggetti profani dipinti a mano e allora noi santari ci adoperammo a cercare i pittori ai quali far dipingere questi soggetti. Poi li incorniciavamo per venderli ai mercatini e a Porta Portese. Per tanti anni il commercio dei quadri è stata la mia attività principale e con essa mi sono finanziato questo museo, dando un fine agli oggetti raccolti.

Cominciai a comprare oggetti a pochi soldi dai napoletani che li portavano a Roma con la frutta e verdura che vendevano il sabato ai mercati generali. La domenica mattina si fermavano a Porta Portese e gli oggetti che non vendevano li lasciavano qui.

Questo accadeva negli anni ’60 quando con la mia famiglia di origine comprammo dei lotti di terra a Dragona dove costavano pochissimo perchè ancora zona paludosa e malsana. Ci costruimmo delle baracche per stipare tutta questa merce salvando così tanti oggetti che oggi si trovano in questo museo. Poi con il tempo ci siamo venuti a vivere, io con i miei fratelli e sorelle e le nostre nuove famiglie.

 

Che ci racconta del Museo?

Da 30 anni chiedo agli enti pubblici uno spazio per creare un museo da poter finanziare con il biglietto di ingresso, ma mi sono stati sempre proposti degli spazi piccoli.

Qui sono passati tanti politici e tante persone di cultura influenti ma non è servito a nulla.

Da un po’ di tempo per potermi sostenere economicamente sto dando in affitto molti oggetti alle produzioni cinematografiche e televisive, come la RAI e MEDIASET.

Fate anche attività didattiche per i ragazzi?

Si molte scuole e anche l’Università, La Sapienza, vengono a fare dei tirocini oppure fanno delle tesi.

Ci sono 640 collezioni, più molti pezzi unici come l’uovo di dinosauro, l’automobile di Al Capone, oggetti appartenuti a Giuseppe Mazzini, a Gabriele d’Annunzio e a Garibaldi.

Sono andato molte volte nelle scuole portandomi le valigie con degli oggetti e soprattutto giochi per far conoscere ai ragazzi come si viveva un tempo.

Sono stato più volte in una clinica di malati di Alzeimher per aiutare gli anziani a risvegliare la memoria attraverso gli oggetti che toccavano e carezzavano, così ricordavano.

Sono tanti i donatori?

Si per fortuna tanta gente è sensibile e invece di buttare le cose le portano qui, ed è la fortuna del Museo che diventa sempre più grande.

Seleziono molto materiale ma non butto nulla. Per esempio tutto ciò che appartiene alla civiltà contemporanea come la plastica, i computer o i televisori, tutti oggetti del dopoguerra che non sento miei, li muro in grotte che scavo perchè comunque li ritengo importante testimonianza di un nuovo mondo che ha cambiato velocemente il modo di vivere delle persone e del pensare.

Come lo vede il futuro di questo luogo?

Lo scorso anno ho fatto una domanda per poterlo far rientrare nella tutela del patrimonio artistico e culturale del paese, e spero che ci rientri. Per esporre correttamente tutto il materiale che ho, servirebbero 10 mila metri quadri.

Il mio Museo a differenza degli altri che raccolgono a tema, raccoglie tutto. E’ un museo omnia res.

Perchè tutto è interessante e importante affichè si conosca la cultura del passato, e quindi la cosa apparentemente più insignificante per me è importantissimo, come lo stoppino per accendere i lumini con l’olio di oliva che è un fiorellino che mettevamo sopra una ciotolina con l’olio e durava un paio di ore. Poi è arrivato il cotone dall’america e questa pianta è quasi scomparsa. Io la conservo e la riproduco ancora.

 

Qual è stata la sua prima collezione?

I bottoni. Quando andavo a scuola giocavamo con i bottoni e per giocarci io li staccavo dalle camicie e dai pantaloni, poi tornavo a casa con gli indumenti legati con le ginestre, e mia madre poverina era disperata perchè li perdevo sempre.

I bottoni all’epoca erano preziosi. 

Un giorno mi ritrovai a Prato a vendere i quadri e mi regalarono una busta di bottoni staccati di quando raccoglievano gli stracci. Mi sono innamorato di quei bottoni e pensai che una volta tornato a casa ci avrei potuto giocare all’infinito.

E’ uno degli oggetti più carico di energia elettrostatica perchè ogni giorno vengono toccati più di una volta, e il fascino che mi trasmette il bottone è proprio l’uso e la manipolazione e ogni volta che viene toccato prende un pò della persona che lo ha usato.

Ogni bottone ha una sua storia e un suo passato.

Speriamo che questo luogo resista al tempo e venga protetto.

Ho fatto tutto questo contro il parere degli altri, prima dei miei genitori poi dei miei fratelli e poi dei miei figli. Non posso permettermi di morire perchè ho ancora molto da fare e non ho trovato chi mi sostituirà, ci sono solo mia nipote Patrizia e suo marito che mi aiutano.

Questo ha molto rafforzato la mia convinzione e vado avanti per la mia strada. E’ una missione salvare tutti questi oggetti.

Non vendo nessun oggetto. La storia non è in vendita, ma ancora baratto i doppioni.

Con l’Abruzzo che rapporto ha?

Non ci vado mai, i pittori non ci sono più. I santari sono sparsi in tutto il mondo, perchè ognuno ha trovato fortuna. Io ho viaggiato in almeno 60 nazioni, e in ogni paese ho raccolto degli oggetti.

Ho raccolto la cultura dell’uomo in senso lato, come un antropologo.

Sono anche esperto e perito di opere d’arte e collaboro con la polizia giudiziaria, per stabilire l’autenticità dei reperti trafugati.

Domenico grazie della disponibilità che ci ha accordato. Invitiamo i nostri lettori a venirla a trovare e a scoprire questo luogo unico.

Il Museo Agostinelli, si trova a Roma, Via Carlo Casini, 95 ed è aperto dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00. Sabato aperto la mattina. Domenica e giorni festivi chiuso.

 

di Cristina Anichini

 

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