E se poi prende il vizio? di Alessandra Bortolotti

25 gennaio 2017 | commenti: Commenta per primo |

LEGGIAMO INSIEME. E se poi prende il vizio? di Alessandra Bortolotti. Chiamiamoli bisogni!

È questione di istinto. Istinto e, dall’altra parte, paura. Ecco cosa ci racconta E se poi prende il vizio? di Alessandra Bortolotti. Ci racconta quello che viviamo quotidianamente. La nostra lotta ai pregiudizi culturali.

“Spesso, da noi, si condivide l’opinione secondo cui un bambino che piange o reclama attenzione è soltanto un bambino viziato, capriccioso, furbo o noioso che vuole distrarre l’adulto senza un motivo valido; come se i bisogni emotivi dei bambini fossero trascurabili o, addirittura, come se ignorarli servisse al bebè da palestra di vita per diventare grande, forte e indipendente.”

E se poi prende il vizio? ci racconta di come una futura Mamma, anzi una Mamma – perché chi non si sente già Mamma seppur ancora con il pancione?, – insomma di come una Mamma spesso possa soffrire, sentirsi sola, giudicata, con il dito puntato, per la gestione della propria maternità e della crescita del proprio bambino.

E se poi prende il vizio?

“E se poi prende il vizio?” di Alessandra Bortolotti

“La percezione di normalità delle pratiche e degli oggetti per l’infanzia dipende dalla cultura a cui apparteniamo molto più che dalle reali e oggettive necessità dei bambini. I genitori che non aderiscono ai modelli sociali, culturali ed economici dominanti rischiano di sentirsi […] degli extraterrestri, delle persone “diverse”, che daranno adito a commenti e giudizi, e che saranno spesso tentati di nascondersi o dubitare di sé e delle proprie scelte, soltanto perché non sono usuali.”

Quante volte non abbiamo saputo dare un nome a questi nostri bisogni naturali? Quante volte abbiamo avuto paura del dialogo? Abbiamo rinunciato al confronto?

“Non sono i bisogni dei bambini a essere falsi, ma le modalità con cui organizziamo le nostre vite attorno a questi bisogni che si trasformano in una tirannia.”

Abbiamo avvertito come sbagliato il nostro istinto, un qualcosa da contenere, relegare, domare, affidandoci ai consigli assolutamente non richiesti degli altri?

“Nella nostra cultura, basata sulla separazione madre/bambino, si ritiene che il neonato debba essere da subito “bravo”, cioè che non disturbi, che dorma tutta la notte, che sia autonomo e indipendente. Si ignora, spesso, l’importanza della necessaria e fisiologica relazione di dipendenza fra madre e neonato, indispensabile per conoscersi e crescere, fin dai primi momenti di vita.”

E se poi prende il vizio? parla al nostro istinto. Il nostro amore forse ci ha già avviate verso un mondo al quale non sappiamo ancora dare nome: la genitorialità ad alto contatto.

“L’indipendenza è davvero un valore? E quando diventa incapacità di relazionarsi con il prossimo?”

Quante volte ci hanno riso in faccia per il nostro bisogno di amare? Per il portare, il co-sleeping, l’allattamento, l’autosvezzamento? Perché così tanto spesso sono le stesse donne a giudicarsi fra loro, invece di tendere una mano rassicurante?

“Sembra che i bambini disturbino e basta. Per quale ragione si vuol far credere ai genitori che non è possibile divertirsi con i propri figli? Perché passa il messaggio che non si possa vivere in armonia con i bambini? […] I figli sono diventati target di mercato, non-persone, piccoli tiranni che devono fare i bravi; come se un neonato nascesse maleducato, cattivo, despota, prepotente; come se si divertisse a non far dormire i genitori per puro sadismo, perché è furbo e intenzionalmente maligno! Dove sta il rispetto per la vita?”

Costruire qualcosa di magico, di concreto, di reale, che sia esattamente l’opposto di tutto ciò, secondo me è realmente possibile. Provare a fare rete è un dovere. Una rete umana, di contatto, fatta di istinto e amore. Un ponte.

“Ciò che intendiamo come “vizi” non sono altro che bisogni primari irrinunciabili di ogni cucciolo d’uomo. Sono bisogni d’amore che trovano conferma nella fisiologia e nelle secrezioni ormonali coinvolte durante il parto e nell’allattamento. Non sono opinioni o mode educative, ma norme biologiche imperative da rispettare.”

Fieri di perdere in partenza questa gara nel mostrarsi i migliori, i più competenti, preparati, medicalizzati.

Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inchinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

Janusz Korczak. Poeta, medico, educatore morto a Treblinka

L’autrice.

Alessandra Bortolotti, Psicologa esperta del periodo perinatale. Mamma di due bambine. Autrice del volume I cuccioli non dormono da soli (Mondadori) e di E se poi prende il vizio? (Il Leone Verde). Si occupa da circa vent’anni di fisiologia della gravidanza, parto, allattamento, sonno infantile e accudimento dei bambini basato sul contatto. Conduce incontri dopo parto per genitori in Toscana. È presidente del MIPPE (Movimento Italiano Psicologia Perinatale), membro del direttivo del MAMI (Movimento Allattamento Materno Italiano), peer counselor in allattamento secondo il modello OMS/UNICEF ed è formatrice freelance sui temi inerenti la genitorialità e la fisiologia del periodo perinatale.

Vi lascio con un altro mio articolo, sempre riguardante tematiche simili.

Il Bambino Naturale. Gravidanza, nascita e consumismo

 

di Cristina Ippoliti

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