Emozioni e cibo

17 aprile 2019 | commenti: Commenta per primo |

Stai male? Mangia che ti passa: emozioni e cibo

Diverso tempo fa ho scritto un articolo che riguardava il rapporto tra cibo e pensieri “disfunzionali”, cioè quello che succede nella testa di chi si mette a dieta. Il pensiero irrazionale di tipo dicotomico (tutto-niente) che va dalla estrema restrizione alla totale disinibizione. Ricordate? Funziona in questo modo: “mi obbligo, DEVO stare a dieta” (restrizione) – ma faccio uno sgarro e rompo la dieta – e poiché ho sgarrato allora mi lascio completamente andare alla deriva e mangio di tutto e di più (disinibizione)”.

È arrivata la primavera e anche un po’ di caldo. Il tempo delle vacanze al mare si avvicina e le “riserve” accumulate utili a “superare” il freddo inverno, diventano ora un peso (in tutti i sensi!) di cui disfarci velocemente. E quindi… quanti di noi stanno mettendo nei loro programmi una bella dieta? Credo molti…

Questo mese voglio riprendere l’argomento: il rapporto fra  emozioni e cibo, ed in particolare fra l’emotional eating e il consumo di dolci.

A cosa ci riferiamo con il termine emotional eating?  È la tendenza a mangiare in risposta a emozioni negative e può essere considerata una reazione inappropriata allo stress (psichico, fisico, emotivo).

Deriva dalla Psicosomatica, che lo definisce una conseguenza dell’incapacità di distinguere la fame da altre sensazioni interne di tipo negativo, per cui la persona tende ad usare il cibo per ridurre il proprio stress interiore.

Costoro, che vengono denominati emotional eaters, rispondono all’attivarsi delle emozioni negative non solo aumentando in generale la quantità di cibo assunto ma con uno aumento in particolare del consumo di cibi dolci e ricchi di grassi.

Sono state svolte diverse ricerche in proposito, per esempio è stata esaminata l’associazione tra emotional eating e sintomi depressivi con il consumo di cibi dolci e cibi non dolci ad alto contenuto energetico. Uno dei possibili sintomi della depressione maggiore è infatti il cambiamento dell’appetito (che può assumere la forma di un aumento o di una diminuzione del senso di fame) e la ricerca ha appunto confermato l’esistenza di una correlazione fra sintomi depressivi ed emotional eating con l’assunzione di scelte alimentari non salutari e con la predilezione ad assumere cibi dolci ipercalorici.

Lo stress fisico e psichico, i pensieri negativi, il non piacersi, il senso di impotenza e fallimento, la depressione e potrei continuare l’elenco con un numero molto lungo di cosiddette “cause” o “motivazioni…

Tutto ciò può comportare un’alterazione del comportamento alimentare.

Ci sono mille motivi, nella nostra esistenza quotidiana, per sentirci ansiosi, insoddisfatti ed infelici e quindi finire per usare il cibo allo scopo di consolarci e gratificarci.

Se questo è quello che accade, è facile mettere insieme causa ed effetto ed affermare dunque che il sovrappeso sia spesso causato da un mancato controllo delle emozioni: chi ha problemi di peso, dunque, ha difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e a gestirle adeguatamente. La difficoltà maggiormente evidente è quella di riconoscere i segnali di fame e sazietà: le persone sono sopraffatte dalle proprie emozioni ed impulsi negativi e non riescono a gestirle nei confronti del rapporto con il cibo, trovandosi a mangiare per eliminare stress, dolore, ansia, noia, insoddisfazione, solitudine e altre emozioni negative.

Il meccanismo è d facile comprensione, forse proprio perché tutti noi lo abbiamo vissuto: quando ci siamo sentiti agitati o tristi, sotto stress o sotto pressione, abbiamo fatto “abuso” di cibo, utilizzandolo come fonte di sollievo immediato alle nostre frustrazioni.

Ma perché preferiamo il cibo dolce?

Perché la maggioranza di noi preferisce “consolarsi” con il barattolo di crema alla nocciola o con il gelato piuttosto che con la pizza? Sicuramente ci possono essere delle preferenze personali e magari ci sarà anche qualcuno che preferirà la pizza o la rosetta calda con la mortadella, ma sono sicuramente la minoranza. C’è una spiegazione al motivo per cui l’emotional eating è legato con un rapporto di predilezione per il cibo dolce.

L’evoluzione ha dotato la maggior parte delle specie animali di recettori che permettono di individuare il gusto per assicurare l’assunzione di cibi necessari alla sopravvivenza: i cibi contenenti zuccheri si distinguono per la caratteristica di essere assimilati in tempi molto rapidi.

Oggi l’uomo non si trova più in una situazione di rischio carestia ma comunque preferisce il dolce.

Un motivo si trova nel fatto che per gli esseri umani esisterebbe una sola preferenza innata, quella per lo zucchero, mentre tutte le altre preferenze o avversioni alimentari sarebbero apprese.

La preferenza per tutto ciò che è dolce non è dunque solo il risultato dell’enorme diffusione di prodotti dolciari su larga scala e delle strategie pubblicitarie per incrementarne il consumo ma deriverebbe prima di tutto da questa predisposizione biologica universale.

Il prediligere il dolce è dunque congenito nell’uomo: si pensi al volto dei bambini che si rilassa a seguito della somministrazione di soluzioni zuccherine e che si allarga in un sorriso che suggerisce soddisfazione. Inoltre la percezione del gusto dolce nell’infanzia ridurrebbe lo stress e i cambiamenti cardiaci in risposta a stimoli dolorosi, agendo come una sorta di analgesico naturale.

Ma la preferenza per il dolce non è solo innata, è anche condizionata dall’ambiente: l’uso dei dolciumi come strumento di ricompensa può rafforzarla. Il meccanismo che si innesca è simile a quello di altre sostanze d’abuso, perché il cibo, e particolarmente gli zuccheri, abbiamo visto che attiva il sistema della ricompensa sia che ci gratifichiamo da soli, sia che siano gli altri a farlo con noi.

Dunque il legame tra emozioni e cibo è strettissimo.

Per coloro che abbiano problemi nel gestire questo stretto rapporto, abbiamo visto che il solo mettersi a dieta può rivelarsi esporsi ad un fallimento e non permettergli di raggiungere gli obiettivi desiderati.

Come fare? L’intervento psicologico, che sempre più spesso viene affiancato a quello del nutrizionista, può rivestire un ruolo di fondamentale importanza, in un’ottica di miglioramento del benessere della persona, sia dal punto di vista emotivo che fisico.

Alcuni anni fa ho deciso di frequentare un corso per specializzarmi sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), viste le tante richieste di persone con difficoltà nel seguire una dieta e soprattutto per il mio lavoro con gli adolescenti (troppo spesso in sovrappeso) ma anche per me stessa. Ho ritenuto di formarmi per acquisire competenze e strategie, così da sostenere le persone che volessero fare dei cambiamenti anche in questo ambito.

È stato molto utile per imparare ad intervenire in maniera funzionale sul comportamento alimentare, aiutando le persone a modificare le proprie abitudini correggendo quelle errate, fornendo loro strumenti utili a gestire lo stress quotidiano e tutte le situazioni che comportano delle emozioni negative (come il diario alimentare, che permette sia l’individuazione delle emozioni che l’acquisizione di consapevolezza rispetto ai propri comportamenti alimentari disfunzionali) e raggiungere così un benessere durevole.

Poi, non contenta, ho frequentato anche un altro corso: quello sulla Mindful eating, il “mangiare in modo consapevole”. Ma di questo ve ne parlerò la prossima volta…

 

 

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

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