Eurovision 2019

18 maggio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Eurovision 2019

Mahmood sfiora la vittoria piazzandosi alle spalle dell’olandese Duncan Laurence che vince l’Eurovision 2019 con la canzone Arcade!

La Classifica Finale:

Eurovision Song Contest 2019: la classifica finale

PAESI BASSI 492
ITALIA 465
RUSSIA 369
SVIZZERA 360
NORVEGIA 338
SVEZIA 332
AZERBAIGIAN 297
NORD MACEDONIA 295
AUSTRALIA 285
REPUBBLICA CECA 157
DANIMARCA 102
SLOVENIA 105
FRANCIA 105
CIPRO 101
MALTA 95
SERBIA 92
ALBANIA 90
ESTONIA 86
SAN MARINO 81
GRECIA 71
SPAGNA 60
ISRAELE 47
GERMANIA 32
BIELORUSSIA 31
REGNO UNITO 16

La nostra inviata poco prima della finale…:

Un Eurovision 2019 che ingrana troppo piano.

Tel Aviv, Israele, Eurovision song contest 2019.

Nel 2018, Netta Barzilai ha conquistato il primo posto all’Eurovision Song Festival presentandosi con una canzone pop semplice, orecchiabile, e tuttavia capace di distinguersi nel suo ambiente tramite tocchi intelligenti e creativi come le ormai iconiche gallinelle.

L’edizione Eurovision 2019 marcia sullo slogan Dare To Dream, “Osa Sognare”, ma solo in pochi, in questa nuova gara, sembrano portare i loro sogni su un piano memorabile.

Mode come la tropical house e le midtempo prive di carattere – e ancor più di potenza vocale da parte dell’esecutrice – si sono insinuate anche nella celebrazione musicale, e in molti casi portano la qualità delle performance a un livello qualitativo mediamente basso.

Dare to Dream?

Un esempio calzante su tutti: la concorrente ceca Friend Of A Friend. A sostituire uno dei favoriti dell’anno passato, l’affascinante Mikolas Joseph si presenta una pallida copia priva della sua verve e della sua vivacità: i Lake Malawi cantano una canzonetta da classifica senz’arte né parte con un irritante e datato drop tropical house.

E nonostante poche performance scendano a quel livello, la presenza scenica dei nuovi concorrenti non rivaleggia in alcun modo quella della vincitrice dell’anno passato, né dei partecipanti che non sono riusciti, all’epoca, a raggiungerla.

Anche una performance vocalmente impeccabile come quella della macedone Tamara Todevska, la cui Proud spicca più che mai in un pop mainstream dove le ballate e le grandi voci sembrano più vicine all’estinzione ogni momento che passa, è molto limitata nel campo della scenografia, che sembra essersi impigrita nel passaggio degli anni.

I concorrenti sembrano infatti affidarsi fin troppo ai megaschermi, lasciando i palchi spogli e difficili da riempire.

Ma non è la scenografia a fare la performance funzionante: ci prova l’irlandese Sarah McTernan, che allestisce un grazioso bar anni cinquanta sul palcoscenico con tanto di cameriere in gonna lunga e top in stile pin-up, ma non basta a rendere interessante la sua 22 – non aiuta la voce sottile e impersonale della cantante, sopraffatta dalla base musicale.

E ci prova, anche meglio, la rumena Ester Peony, con uno spettacolo a tema spettrale che accompagna la sua On A Sunday. Eliminata alla seconda semifinale, e grande lo scorno sui social network anche dai non rumeni.

Ci riesce invece il russo Sergej Lazarev con la power ballad Scream, e i finti specchi (in realtà megaschermi grandi come porte) che proiettano più volte la sua immagine sono subito diventati iconici.

Ci sono, certo, elementi di spicco.

La moldava Ana Obodescu trionfa (per qualità, seppur non alla gara stessa) in modo semplice e romantico con la sua Stay – si esibisce in abito bianco, senza coreografie né fuochi d’artificio, mentre un’assistente alle sue spalle traccia disegni con le mani in una vasca di sabbia proiettata sul megaschermo sullo sfondo.

Quelli che trovano discutibile la presenza dell’Australia a un festival fondamentalmente europeo potranno consolarsi con la presenza di Kate Miller-Heidke, sottovalutata popstar locale che canta sospesa su un palo che dondola sopra il palco, in uno splendido abito di lustrini bianchi.

Impossibile aggiungere altro sugli Hatari, i loro abiti di pelle, le loro catene e i loro ringhi, che non sia già stato detto da tutti gli altri, ma l’agghiacciante gruppo islandese conquista la fascinazione del pubblico e fa della loro Hatrið Mun Sigra (“L’odio prevarrà”).

E poi ci sono le Tulia, girl band polacca che incanta ed esplode con la possente Pali Się, e purtroppo perde la finale a favore di concorrenti molto più noiosi. L’anno passato, il gruppo estone degli Equinox si è avvicinato molto alla vittoria con una delle favorite, la meravigliosa Bones.

Il concorrente di quest’anno, Victor Crone, presenta un’insipida canzonetta tropical house dedicata alla resilienza di un uomo come lui, che per qualche motivo è arrivata anche alla finale.

Chi vincerà?

Tra i concorrenti più sobri e vincenti si fanno notare la giovanissima Michela, la concorrente maltese che fa ballare tutti con il suo debutto Chameleon; la serba Nevena Bozovic, in elegante abito nero con la ballata Kruna (“Pagliaccio”); e ci riesce un gruppo di ragazzi che sembrano usciti dalle classiche boy band.

Un esercizio alla Jesse McCartney per il lituano Jurij Veklenko, alla Boys II Men per lo svedese John Lundvik (assieme a un eccellente coro di signore gospel), e semplicemente alla Justin Timberlake per lo svizzero Luca Hänni. Esperimenti che spesso funzionano, soprattutto abbinando al fascino e alla voce l’immortale potere del self-empowerment anthem, che anche alla Netta dell’anno passato ha portato tanta fortuna.

E in certi casi, come nella sunnominata Proud della Macedonia, può anche portare a canzoni senza dubbio meravigliose.

Alessandro Mahmoud è il nostro portacolori!

Il conforto della serata è soprattutto che la nostra Soldi, tanto criticata e svilita al momento della sua vittoria al Festival di San Remo, è un successo pop musicalmente perfetto sotto ogni angolo, e già una delle favorite tra i fan di tutta Europa.

Il milanese Mahmood si esibirà sabato assieme agli altri finalisti, e buona parte dei fan lo danno come favorito. Dopo Gigliola Cinquetti, prima vincitrice italiana all’edizione del 1965 con Non Ho L’Età (Per Amarti), e Toto Cutugno con Insieme:1992 nel 1990, sarebbe la terza volta che un italiano porta a casa l’ambito premio. E se Alessandro ci riuscisse, forse, la prossima edizione si terrebbe proprio qui a Roma.

di Maria Flaminia Zacchilli

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