I segreti della Dopamina

19 novembre 2020 | commenti: Commenta per primo |
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Dopamina, che ci fai!

Dopamina, che ci fai? Perché sentiamo il bisogno di ricercarti con tale intensità?

Cominciamo con lo specificare di cosa si stia parlando: la dopamina è una molecola organica, un importante neurotrasmettitore (sostanze definite messaggeri chimici poiché consentono alle cellule del sistema nervoso, i neuroni, di comunicare tra loro) della famiglia delle catecolamine, che svolge una funzione di controllo su diversi processi fisici e psichici a livello del Sistema Nervoso Centrale e Periferico.

Per esempio: il controllo del movimento, la memoria di lavoro, i meccanismi di ricompensa e piacere, la produzione di prolattina, i meccanismi di regolazione del sonno, alcune facoltà cognitive e la capacità di attenzione, il controllo dell’umore, i meccanismi alla base dell’apprendimento. Ma anche la dopamina agisce come vasodilatatore, stimolante dell’escrezione del sodio attraverso le urine, favorisce la motilità intestinale, riduce l’attività linfocitaria e la secrezione di insulina.

È la molecola precursore da cui le cellule ricavano inoltre altri due importanti neurotrasmettitori della famiglia delle catecolamine: la norepinefrina (o noradrenalina) e l’epinefrina (o adrenalina).

Nel corpo umano la produzione di dopamina spetta principalmente ai neuroni dell’area dopaminergica, che sono situati in diverse regioni del cervello comprese tra il telencefalo e il mesencefalo: nucleo accumbens, substantia nigra, area tegmentale ventrale (che comprende la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ippocampo), ipotalamo posteriore, ipofisi e, in misura minore, anche le ghiandole surrenali.

Come funziona?

Dopo il suo rilascio nello spazio sinaptico, la dopamina esercita i propri effetti interagendo con i cosiddetti recettori dopaminergici, presenti sulla membrana di differenti cellule nervose. Nei mammiferi, e quindi anche nell’uomo, esistono 5 tipi diversi di recettori dopaminergici.

Tra le tante funzioni che essa svolge, si è visto come la dopamina sia un mediatore del piacere e della ricompensa: l’encefalo dell’essere umano rilascia dopamina quando “vive” attività gradite, come per esempio mangiare buon cibo o avere soddisfacente attività sessuale.

Poiché viene rilasciata dal cervello nel momento in cui proviamo gratificazione e soddisfazione, essa è in grado di influire sul comportamento.

La ricompensa!

Questo è il circuito della ricompensa dopaminergica: cioè un meccanismo che consiste nel ripetere quello che produce sensazioni di gratificazione e benessere e scartare ciò che non lo fa.

Il nostro cervello, ogni volta che sperimentiamo momenti di piacere, libera appunto dopamina, che funziona da rinforzo.

Proprio perché siamo portati a ricercare e a ricreare le sensazioni che ci hanno fatto provare soddisfazione, la dopamina mette in modo ciò che viene chiamato circuito di reward, ovvero circuito della ricompensa, spingendoci a ripetere i comportamenti che ci hanno dato piacere e innescando il noto meccanismo della dipendenza.

Il circuito di reward funziona proprio con il rilascio della dopamina, allo scopo di cercare di nuovo gratificazione, sia di tipo fisico che di tipo psicologico.

È lecito affermare che la dopamina sia dunque il neurotrasmettitore responsabile della motivazione, dell’apprendimento associativo, delle emozioni positive, in particolare quelle che coinvolgono il piacere come componente fondamentale (gioia, euforia ed estasi) e del comportamento di ricerca della ricompensa, essenziale per il cambiamento neuroplastico, ossia il processo che consente il formarsi di un’abitudine o di una dipendenza.

Gli studi

Studi nell’ambito delle Neuroscienze mettono in luce questo ruolo cruciale della dopamina nei meccanismi di ricompensa e gratificazione, individuando proprio in un dosaggio eccessivo dell’ormone una predisposizione alla cosiddetta “addiction”: in sostanza una dose eccessiva di dopamina altera il sistema di controllo nei meccanismi che regolano il piacere, la gratificazione e la ricompensa.

Le dipendenze sono dunque una questione di dopamina: la dipendenza da qualsiasi sostanza da abuso (naturali come per esempio il cibo, lo sport, il sesso oppure artificiali, che procurano cioè un rilascio di dopamina a partire da qualcosa di innaturale, per esempio l’alcool e le sostanze stupefacenti, la nicotina, il saccarosio contenuto nel junk food o anche il meccanismo di ricerca di approvazione creato dai social network), è il risultato di un cambiamento a livello di plasticità neuronale, cioè modificazioni nella normale fisiologia e biochimica delle cellule del cervello.

La dipendenza da una sostanza fa sì che la persona cerchi la sostanza stessa per percepirne l’effetto. Ed essa ha un effetto tale da spingere chi la usa ad assumerne sempre di più e sempre più spesso, cioè ad abusarne. Assumendo regolarmente una sostanza d’abuso, si stimola il rilascio di dopamina, trasmettendo una sensazione di piacere e di benessere che spinge a ripetere l’esperienza.

L’attivazione cronica e prolungata dei neuroni dopaminergici del “sistema di ricompensa” (dovuta all’assunzione continuativa di sostanze d’abuso) può comportare modificazioni delle funzioni di tale sistema che provocano un’alterazione della percezione del piacere. Il tutto si traduce nella percezione di un bisogno forte e urgente, in inglese craving, di assumere la sostanza, per ripristinare una sensazione di benessere che si sente di avere perso.

Ma i circuiti neurali dopaminergici del Sistema Nervoso Centrale non sono implicati solo nel generare la sensazione di piacere caratteristica delle esperienze edonistiche. In realtà la funzione che essi svolgono è molto più complessa e non associata solamente alla sensazione di piacere: studi scientifici sottolineano che il circuito della dopamina legato al meccanismo della gratificazione, così importante per capire il nostro sistema motivazionale e di scelta comportamentale, è una struttura di apprendimento “esperienza dipendente”.

Cosa significa?

Che è in grado di “modellare” le nostre motivazioni nell’ottenere esperienze positive edonistiche o eudaimoniche (esperienze “alte” di ricerca di benessere e felicità che includono la sensazione edonistica ma non sono ad essa limitate).

Nel cervello umano le reti neurali coinvolte in questo processo motivazionale realizzano l’apprendimento “esperienza dipendente” che appunto modifica epigeneticamente i neuroni che includono nella propria struttura i recettori della dopamina.

L’evoluzione degli studi della Psicologia Epigenetica sta portando dunque ad una distinzione tra i circuiti neurali del piacere (definiti circuiti “like”) da quelli relativi la motivazione per perseguire una ricompensa (circuiti “want”). In estrema sintesi, il circuito dopaminergico funziona come un apparato fondamentale per la ricerca finalizzata alla replicazione di esperienze che implicano anche il piacere ma non solo: la percezione di sé, il riconoscimento, il senso del proprio esistere.

Dopo quanto esposto, è facile comprendere come chiunque sia in grado di controllare “il mercato della dopamina” possa produrre consumatori fedeli e assicurarsi notevoli introiti economici: si stima che il totale del business della dopamina (alcool, droghe legali e illegali, business del junk food) ammonti a centinaia di miliardi di dollari. Per non parlare degli introiti stratosferici del business che ruota attorno ai comportamenti disfunzionali generati dai social network.

Cosa si può fare?

L’unico meccanismo di difesa contro le dipendenze, contro la dipendenza dopaminergica, rimane la consapevolezza che deriva dall’informazione, dalla conoscenza.

Essere consapevoli, per esempio, che i circuiti dopaminergici non influenzano esclusivamente i comportamenti edonistici legati alla dipendenza ma anche quelli che promuovono la costituzione di abitudini positive per la nostra salute: le buone pratiche nello sport, nell’alimentazione, nell’uso della tecnologia.

Se è vero che tutte le forme di dipendenza siano caratterizzate da una specifica configurazione del circuito dopaminergico, è altrettanto vero che ciò non significa di per sé maggiore probabilità di sviluppare comportamenti di dipendenza: infatti la maggiore attivazione dei neuroni dopaminergici in corrispondenza di emozioni edonistiche può anche portare alla promozione di comportamenti positivi per la salute e il benessere psicofisico.

L’aspetto funzionale

Non va infine dimenticato come tutte le esperienze edonistiche abbiano anche un aspetto funzionale relativo alla gestione dello stress vissuto in quel momento, a causa dell’effetto dell’attivazione dei circuiti neurali che rilasciano endorfine.

Se una persona sta percependo una situazione di distress (cioè stress negativo), la principale motivazione nel ricercare (e ottenere) un’esperienza legata alla sensazione di piacere, attivando i neuroni che concorrono nella produzione di endorfine, può essere proprio questa: il conseguente abbassamento dello stress negativo percepito al momento, anche se tale effetto avrà breve durata.

Questo concetto chiarisce come la dinamica dei comportamenti legati al sistema di ricompensa, sia patologici che non, sia così fortemente integrata nei sistemi psico-neuro-endocrino-immunologici, che si influenzano reciprocamente nel nostro organismo.

Molto rimane da comprendere circa il modo in cui le molecole, dopamina in primis, cambino strutturalmente e funzionalmente i circuiti neurali della ricompensa e questa comprensione sarà determinante per lo sviluppo di settori della psicologia come la Psicologia Epigenetica, che studia l’influenza degli aspetti psicoemotivi sul livello cellulare del nostro organismo.

L’avanzare della ricerca scientifica sarà dunque fondamentale per promuovere efficacemente interventi di promozione del benessere psicofisico nonché per il trattamento di situazioni patologiche.

a cura della Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

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