Il gatto thai… dall’Oriente con amore

4 dicembre 2019 | commenti: Commenta per primo |

Una razza salva per… un pelo: il gatto thai

Il gatto thai, ovvero il siamese tradizionale, come dice anche il nome,  ha origine asiatica. Il suo arrivo in Europa risale al 1871, quando alcuni esemplari vennero esposti alla prima esposizione felina del Regno Unito al Crystal Palace di Londra e non riscossero alcun successo.

Qualche anno dopo il re del Siam, ora Thailandia, fece dono al console generale inglese a Bangkok di due coppie di siamesi. Presentati nuovamente alla fiera felina di Londra, vennero invece acclamati.

Arrivarono poi in America e divennero di moda. Allora, come spesso accade quando la richiesta di una razza (di cani o gatti) cresce in modo esponenziale, gli allevatori fecero riprodurre consanguinei in modo sconsiderato e così la razza dei gatti thai si indebolì moltissimo, sviluppando gravi patologie che la portarono quasi all’estinzione.

Per salvare il thai dalla ineluttabile scomparsa, negli anni cinquanta venne modificato lo standard con incroci mirati, e si ottennero esemplari più snelli, con orecchie più grandi e musi affilati.

La razza così ottenuta venne ridenominata “siamese” spodestando l’originaria razza thai.

Il gatto thai, ormai quasi estinto e fuori standard,  comunque riuscì ad essere salvato grazie all’impegno di Anneliese Hackmann, la presidente del World Cat Federation.

Da allora dunque esistono due razze riconosciute: il siamese “moderno”, più snello ed affusolato, ed il thai o “siamese tradizionale” che deve comunque mantenere delle caratteristiche morfologiche ben precise, lontane sia dal siamese sia dai gatti europei.

Bello e di più

Il thai ha la testa triangolare con orecchie medie e occhi grandi, di colore blu. Il corpo è di taglia media e slanciato. La coda è lunga e termina quasi a punta.

E’ chiamato  colourpoint, cioè  punte colorate, che devono essere  scure ed in netto contrasto con il resto del corpo. Le punte colorate, in modo uniforme ed intenso, sono le orecchie, la mascherina del muso, le zampe e  la coda.

I colori possono essere il più conosciuto seal point, ma anche    chocolate,   blue, lilac, cream  e cinnamom.

Curioso e chiacchierone

Socievole ed espansivo, il Thai ama il contatto fisico ed è a tratti quasi morboso. Se trascurato dal suo “umano del cuore” può manifestare ansia e depressione.

Curioso esploratore, ama perlustrare la casa da cima a fondo, prediligendo librerie, armadi e scaffalature alte. Se non lo trovate subito al rientro a casa, alzate gli occhi e quasi di certo lo troverete appollaiato su qualche mensola.

Il thai è sempre pieno di energia e per salvare divani e tende è bene mettergli a disposizione uno o più tiragraffi con i quali possa tenersi impegnato.

E’ un gran chiacchierone e sa farsi sentire quando ha fame, quando è risentito per un “presunto” sgarbo subito, o in ogni altra occasione in cui vuole attirare l’attenzione del proprietario e sente di avere qualcosa da miagolare.

Intelligente e comunicativo, talvolta ha comportamenti più canini che felini, ed ama la compagnia di gatti, umani (anche bambini) e pure di cani, sempre se viene rispettato e non maltrattato.

Attenzione alla salute

Seppure il thai è una razza piuttosto longeva, ci sono malattie importanti che possono insorgere anche in giovane età, come il cancro alla mammella, la porfiria, l’idrocefalia  e problemi respiratori di varia natura.

Altra patologia tipica della razza è il disturbo ossessivo compulsivo, che si manifesta in individui emotivamente fragili quando lasciati troppo soli: il gatto si strappa compulsivamente i peli della pancia, causando una alopecia psicogena che deve essere trattata dal veterinario e risolta anche dal punto di vista del disturbo comportamentale.

Ma non vi spaventate! Per ognuna delle patologie di cui vi abbiamo accennato, con visite periodiche dal veterinario di fiducia quasi tutto può essere risolto per il meglio. Insomma non trascurate il vostro bel gattone!

Che dire ancora? Buon thai  a tutti….

di Elena Cannella e Federica Busdraghi

foto © di Federica Busdraghi

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