Il problema dei figli culturalmente apolidi

23 gennaio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Immaginate un bambino etnicamente cinese di undici anni che parla romanesco stretto. Immaginatelo negli anni novanta in una città di provincia, dove l’ufficio stranieri della questura era una cabina più stretta del vostro bagno, e c’erano appena tre famiglie cinesi nel giro di 20 km.

Ovviamente penserete alle reazioni che poteva scatenare. A quanto la situazione fosse simpatica. Ebbene, vorrei che vi concentraste su cosa poteva provare quel bambino cino-romano trapiantato a Pesaro, nelle Marche. Perchè quel bambino ero io.

I bambini sono delle spugne dal punto di vista intellettuale. All’età da scuola elementare possono diventare madrelingua di un paese di cui, fino allo sbarco, non conoscevano neanche l’esistenza.

Ovviamente devono essere motivati, e trovarsi sperduti, nell’impossibilità di comunicare con una moltitudine di persone, di solito è uno stimolo più che sufficiente. La condizione è che non abbia scorciatoie, tipo un compatriota che parli la sua stessa lingua d’origine.

Allo stesso modo funzionano le comunità. Più sono piccole, più è semplice la loro assimilazione.

Il problema è che la conoscenza della lingua non basta. Né sapere la storia, i costumi, le strade, anche quelle più minuscole del centro storico. Non bastano per determinare con sicurezza l’identità d’appartenenza della persone.

Lì, in quel limbo, oggi, vivono decine di migliaia di bambini e ragazzi.

E se le metropoli, al netto dei razzisti per lo più inconsapevoli, la cosa è diventata più comune ed accettata, vi sono ancora molti luoghi dove il non essere abbastanza italiano d’aspetto è un problema.

Non voglio però concentrarmi sui problemi ambientali del razzismo, che è un tema tutto sommato discusso, ma sulle persone che lo provano sulla loro pelle, e che davanti allo specchio, ogni mattina, vedono la ragione della loro diversità, e cosa possa comportare, in modo particolare sui bambini e adolescenti.

A diversi livelli e sfumature, questi hanno culture d’origine affini o meno all’Italia, conosceranno bene o male l’italiano e la lingua dei genitori, vivranno in contesti più italiani o meno, ma in comune hanno che non saranno mai completamente né italiani, né appartenenti al paese d’origine dei genitori.

In questo incofortevole limbo potrebbero espandere la loro mente ed usare la possibilità di comprendere diverse lingue e culture, o maledire il mondo e quello che sono ed accentuare il male di vivere delle società umane.

Il percorso personale che prenderanno è individuale, ma la società italiana dovrà fare la sua parte. E non parlo dello ius soli o ius culturae, o trattamenti speciali, ma la semplice applicazione di equità e giustizia, il superamento dei stereotipi, l’apertura mentale e volontà di vedere le mille sfumature del mondo moderno.

Del resto la cultura italiana stessa è ibrida ed è fatta di mille sfumature, ed al mio primo giorno di scuola a Pesaro, che io avessi usato il romanesco o il cinese, non faceva tanta differenza, non mi avrebbero capito uguale, e poi il pesarese è di origine gallo-picena ed una frase tipo “A stagh cum un Cesre in tla mi bela Pesre” mi sembra tutt’ora più gaelico scozzese.

di Mei Lin

Immagini: Fonte pixabay.com

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