Il Trono di Spade: finita la serie tv del momento

20 maggio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Il Trono di Spade e la morte del Grimdark

Cos’è il grimdark e dove trovarlo. “Un sottogenere della fantasia speculativa il cui tono, stile e ambientazione sono particolarmente distopici, amorali e violenti”: con queste parole, traducendo dall’inglese, è descritto il cosiddetto grimdark, la tendenza creativa che ha dominato il cinema e la televisione all’inizio dell’ultimo decennio.

Il grimdark deve il suo nome alla tagline del gioco di strategia da tavolo Warhammer 40.000, e altre opere celebri che l’hanno rappresentato includono il manga Berserk di Kentaro Miura, la bibliografia di Joe Abercrombie, e serie Tv come The Walking Dead, Breaking Bad, e naturalmente Game Of Thrones, in italiano Il Trono Di Spade. Si noterà che queste opere sono vecchie per lo meno di cinque anni: non è a caso, e i fan del grimdark diventano via via persino più scarsi delle opere che lo rappresentano.

Questo, purtroppo, gli scrittori del Trono di Spade David Benioff e D. B. Weiss non lo sanno.

Un’alba sbiadita dopo una notte troppo buia

Dice molto che l’elemento più apprezzato, in senso positivo, di questa stagione conclusiva è la ballata Jenny Of Oldstones, poi ripresa dal gruppo indie Florence + The Machine, cantata nel momento di chiusura della seconda puntata.

I personaggi si preparano per una battaglia da cui molto probabilmente non faranno ritorno, e la voce del giovane cantore accompagna scene di abbracci, baci, addii e coppie innamorate che giacciono assieme. La vita e la memoria di popoli interi, che combattono assieme per sopravvivere: il punto focale dell’opera di George R. R. Martin, che poteva raggiungere momenti di crudezza e violenza, ma non diventava mai del tutto cinica e priva di speranza.

Peccato che a partire dalla terza puntata – La Lunga Notte, che apre definitivamente il progressivo calo nei rating dello show – gli showrunner sembrano essersi dimenticati di questo equilibrio. Ed eccoci dinnanzi a un regno in rovina, con un ragazzo privo di esperienza nominato re, e il valore della famiglia esemplificato dal detto comune della famiglia Stark – il lupo solitario muore, ma il branco sopravvive – dimenticato in favore di un finale separatista.

I quattro giovani Stark si trovano sparpagliati agli antipodi delle terre, e il dialogo che si scambiano al momento dei loro saluti implica che probabilmente non si rivedranno che dopo anni.

Il mercenario Bronn, privo di esperienza e da sempre interessato solo al guadagno monetario, ottiene un castello di primaria importanza, un posto d’onore nel concilio reale e chiede come prima cosa delle condizioni dei bordelli. Brienne, finalmente nominata cavaliere, chiude il proprio arco raccontando la storia di qualcun altro.

Hopepunk, la speranza come arma

Non sarebbe dovuto andare così. Non nel 2019, e non in un periodo storico in cui un finale completamente triste non può apparire altro che forzato e impacciato. Game Of Thrones ha aperto un periodo di storytelling cupo e privo di sbocchi positivi, ma è andata avanti ben oltre, e ha accompagnato in sordina l’ascesa di una tendenza opposta.

La scrittrice Alexandra Rowland conia nel 2017 il termine “hopepunk” per indicare le opere che vedono mondi negativi in luce positiva. Questo il messaggio del signore del fantasy per eccellenza, J. R. R. Tolkien, veterano di trincea della Prima Guerra Mondiale, cantore della storia di un piccolo uomo che debella un male ancestrale cone le proprie piccole mani.

E questo anche il messaggio di opere, come Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood (adattato nella serie televisiva The Handmaid’s Tale) e I Miserabili di Victor Hugo (nonché il pluripremiato film omonimo), che si concludono con decine di morti. I personaggi di Game of Thrones promettono a parole un mondo migliore, ma nulla di ciò ci viene mostrato.

Persino il germoglio d’erba che emerge dalla neve alla fine della puntata appare così di sfuggita che sbattendo le ciglia quasi non si vede.

I successori: nuove storie per un nuovo pubblico

Intanto, il pubblico bisognoso d’altro ha di meglio tra cui scegliere, e sa già dove trovarlo. In Sense8 delle sorelle Wachowski, otto sconosciuti in diverse parti del mondo scoprono un collettivo legame telepatico che si traduce in un affiatamento indissolubile.

In The Umbrella Academy di Steve Blackman, tratto dall’omonimo fumetto di Gerard Way, sette ragazzi con poteri soprannaturali si ritrovano dopo anni e riscoprono il significato dell’essere una famiglia. Persino Sex Education di Laurie Nunn, tra una battuta piccante e un’impacciata storia d’amore tra adolescenti, promuove storie di sorellanza, accettazione di sé e superamento delle difficoltà.

Persino la quarta stagione di Black Mirror, serie prima famosa per i suoi finali disturbanti e cupi, ha virato verso un tono più da cautionary tale, con antagonisti puniti e legami affettivi più forti tra i personaggi.

E questo senza contare la rinata passione nel pubblico adulto per le serie d’animazione, che tra lo Steven Universe di Rebecca Sugar e lo She-Ra e le Principesse del Potere di Noelle Stevenson (riadattamento moderno del cartone She-Ra – Principessa del Potere degli anni ottanta), testimonia più che mai il desiderio crescente, tra il pubblico, per opere capaci di mostrare relazioni forti e durature, e lascino porte aperte per la rinascita e alla guarigione anche di fronte al disastro. Benioff e Weiss accennano a questa possibilità, ma non le permettono di compiersi pienamente.

Ed è dunque giunto il momento di deporre il Trono di Spade nella cripta che gli spetta, assieme alle memorie affettuose delle prime stagioni e della recitazione magistrale del cast di VIP che ha creato.

di Maria Flaminia Zacchilli

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