Intervista al trombettista Enrico Lupi

16 giugno 2020 | commenti: Commenta per primo |
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Intervista ad Enrico Lupi, il trombettista della Rappresentante di Lista

Enrico Lupi è il trombettista e tastierista del gruppo musicale La Rappresentante di Lista, formato da Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Erika Lucchesi, Marta Cannuscio e Roberto Calabrese.

Com’è iniziato il tuo percorso musicale?

Partendo dal fatto che il tuo percorso musicale e le basi che hai sono quelle che poi ti porti avanti nella vita, in tutte le sue sfaccettature, ho iniziato suonando nella banda paesana fin da piccolo – e quando dice piccolo, intende proprio piccolo piccolo, perché Enrico suona da quando era all’ultimo anno d’asilo ndr- ho avuto la fortuna di avere un maestro meraviglioso che ho sempre ammirato grazie alla sua dedizione: prima di metterti uno strumento nelle mani si accertava sempre di trasmetterti l’amore per la musica, dote importante perché come sappiamo, da bambini è facile abbandonare lo studio, che si tramuta in noia facilmente e poi io non è che fossi proprio dedito allo studio – dice ridendo.

Crescendo ho frequentato il conservatorio Rossini di Pesaro, studiando tromba e frequentando il corso di pianoforte complementare e anni dopo ho studiato all’ Accademia di Musicale Sperimentale sempre a Pesaro, con la differenza che il Conservatorio mi ha trasmesso quell’idea di insegnamento standard dal quale non si sfugge, mentre l’ Accademia mi permetteva di sperimentare tanto musicalmente.

Per qualche anno ho anche suonato per le strade dell’Irlanda come busker: partivo con un gruppo di amici musicisti ed iniziava l’avventura; credo ancora che sia stato un banco di prova non da poco, in quanto ti insegna a catturare l’attenzione della gente.

Sta a te riuscire ad incuriosire le persone, non è come durante un live al quale sai verranno persone interessate alla tua musica: devi saper farle interessare a te.“

Sicuramente il tuo strumento non è proprio la classica prima scelta di un bambino: passiamo il piano, che è uno strumento classico da far imparare, ma come mai la tromba?

In primis perché a casa avevo un flicornino a cilindri, perché mio zio suonava nella Fanfara dei Bersaglieri e, crescendoci a contatto, sono sempre stato affascinato da questo strumento; in secondo luogo, perché iniziando a suonare subito nella banda, strumenti come la chitarra o la batteria, sicuramente più invitanti per un bimbo, non erano presenti nella mia quotidianità.

Il giorno in cui sono arrivato a scuola di musica ricordo che dissi all’insegnante che volevo imparare a suonare proprio il flicornino e lui mi fece iniziare con la tromba: ed eccomi qui.

Per quanto riguarda il piano, essendo cresciuto in una casa piena di musica, mentre mia sorella prendeva lezioni, da tipico fratello impiccione seguivo le sue lezioni ed iniziavo ad esserne affascinato: con gli studi al Conservatorio la passione si è acuita e successivamente sono passato ai synth.”

Com’è iniziata l’avventura con La Rappresentante di Lista?

Ho iniziato a collaborare con Dario e Veronica a partire dal 2015: è stato un incontro davvero fortuito.

All’epoca lavoravo come fonico in un locale della mia zona (in quel periodo il panorama musicale indipendente stava prendendo piede e molti degli artisti che oggi sono famosi sono passati per di là): quella sera doveva suonare La Rappresentante di Lista e, a fine concerto, ci siamo fermati a chiacchierare, a parlare di musica e si è creata une bellissima atmosfera, al che è uscito fuori che stavano cercando un trombettista per registrare i fiati nel loro prossimo album (LRDL stava registrando il disco Bu Bu Sad a Bologna ndr) e hanno deciso di chiamare me.

Penso sia accaduto grazie ad una fiducia reciproca palpabile che si era creata durante quella serata, anche perché non mi avevano mai sentito suonare prima d’ora: potevo essere anche un gelataio – ride.”

Comparirete anche nel film Il Cacciatore di Davide Marengo, ambientato nel 1996 e per l’occasione avete anche arrangiato una speciale versione più 90’ di Go Go Diva: com’è stato fare qualcosa per l’ambiente cinematografico? Personalmente l’hai trovato molto diverso dal percorso che vi porta a filmare un videoclip? È stato strano dover interpretare sé stessi in un certo senso?

Personalmente, oltre al video de ‘E la luna bussò’, non ho mai girato videoclip impostati, quindi mi baserò solo sulla mia personale esperienza, che è stata bella, ovviamente, ma anche inaspettata, strana e affascinante.

Nel mondo cinematografico, come in un film o alla tv, non sai realmente come funzionano le cose dietro a quello che vediamo e che ci fanno vedere: siamo stati tutti coccolati, avevamo la stilista per la scelta dei vestiti, i truccatori, tutto era organizzato nei minimi dettagli.

Poi, arrivati sul set ci hanno dato due dritte e via “si gira”, davanti a venti cameraman che catturano ogni tuo minimo movimento.

Sai, gli altri, facendo teatro, avevano già una base solida di come porsi: non sono abituati a fare lavoro cinematografico ok, ogni esperienza è a sé, ma insomma hai capito cosa intendo – dice come durante una sorta di dialogo interiore.

Quando invece facciamo quello che davvero è il nostro lavoro si, capita di avere una stilista, però è diverso perché collabori e decidi cosa migliorare con lei, per far sentire tutti a proprio agio sul palco, mai cambiando la tua personalità; nel cinema quello era: l’ambientazione era quella, gli abiti erano decisi, non avevi possibilità di scelta.

Se devo essere sincero non mi sono sentito un personaggio, anzi mi sono sentito come quando ero piccolo e suonavo nel garage di casa, magari non vestito come allora – ride – nessuno si è sentito un personaggio credo; inoltre non avendo un background da attore, non saprei come interpretare qualcun altro se non me stesso.”

Il brano ‘Questo Corpo’, che è stato utilizzato anche per la colonna sonora del quarto episodio di ‘The New Pope’, la serie firmata dal regista Paolo Sorrentino con protagonisti Jude Law e John Malkovich, parla dell’accettazione difficile della propria carnalità, che diventa un atto di coraggio nei confronti di un corpo che ci sostiene sempre e, di quanto spesso siamo in costante lotta con la nostra fisicità, aspirando ai modelli perfetti visibili sui social, il tutto espresso da un punto di vista femminile.

Essendo tu invece un uomo, quanto ti rivedi in questo brano e qual è il limite di condivisione del pensiero di cui si fa portavoce?

“Credo che l’accettazione del proprio corpo sia un processo difficile in entrambi i casi, senza fare distinzioni fra il corpo femminile e quello maschile, anche se bisogna dire che ancora oggi viviamo in un mondo sessista purtroppo.

Parlando per la mia persona, ogni giorno combatto con quello che non va del mio corpo ed è una battaglia causata di quello che ci circonda: Günther Anders, un filosofo tedesco che invito tutti a leggere, in un passo di un suo libro intitolato ‘L’uomo è antiquato’ dice che <è stato deciso che dobbiamo fare la scelta in qualità di consumatori di trasmissioni radiofoniche e televisive, in qualità dunque di esseri che invece di avere un’esperienza diretta nel mondo, sono condannati a lasciarsi nutrire di fantasmi>.

Cosa significa quindi? Che tutto quello che ci circonda purtroppo, i fantasmi di cui parla Günther, sono l’errore e sono tutto quello che avviene nei mass media e tutto quello che vediamo sia nell’uomo che nella donna, anche se nella donna è più accentuato.

Quindi ammetto senza remore che l’ho vissuta come una donna: l’intimità del processo di accettazione del proprio corpo è un processo che non finirà mai perché siamo offuscati da quello che deve essere la perfezione, che forse non esiste neanche, perché mescoliamo la perfezione con la bellezza, che a mio parere sono due cose diverse, ma che oggi vengono accoppiate.

È un mettersi in discussione in generale, un percorso”.

Enrico è spontaneo, simpatico e alla mano ed emana quel fascino da musicista poliedrico con le idee chiare, ma è anche pronto ad ammettere le proprie debolezze, sicuro del fatto che non lo rendano meno uomo: “la figura necessaria dell’uomo forzuto, stereotipato, mi sta stretta: siamo tutti fatti di fragilità.”

Anche il video di Questo corpo è molto forte: vi è arrivato di rimbalzo un assenso, facendovi portatori di un messaggio così importante o è rimasto legato alla vostra sfera personale del singolo?

Come in tutte le cose, quando le lanci alla massa, ci sono i pro e i contro: lanciando un video così forte devi avere una certa soglia di indifferenza.

Non importa chi giudica bene o male: noi abbiamo mandato sì un messaggio, ma che è sempre stato il nostro messaggio intimo, senza farci inizialmente da portatori di questo valore; insomma, tu dici una cosa in cui credi e il problema che poi venga accettata o no, non è il primo pensiero creatore, lo facciamo perché crediamo singolarmente in quella cosa.

Come si svolge la creazione dei pezzi?

In linea di massima abbiamo una prima fase sperimentale e creativa comune: può accadere che Dario e Veronica scrivano un testo con uno scheletro di armonia e melodia, come il contrario.

Devi sapere che siamo sparsi per tutta Italia e per incontrarci per lavorare facciamo delle sessioni di una settimana in un posto prescelto, solitamente a casa mia e suoniamo tutti insieme in continuo: per quanto possa risultare macchinosa come cosa, analizzandola nello specifico è fruttuosa, perché sai che in quel periodo hai la testa solo lì e ti concentri a fare solamente quello.

La data che ti porti nel cuore?

È sempre impossibile per me sceglierne una, però come energia e intesa con il pubblico a primo impatto direi quella a Villa Ada a Roma e anche l’ultima data del tour a Trento con gli Zen (Enrico si riferisce al gruppo musicale The Zen Circus ndr) per i retroscena: pensa che a causa di quel post concerto ho ancora un’unghia nera ad un piede dopo un anno e mezzo.

Il tuo rito pre concerto? Non deve essere facile salire sul palco con tutta quella gente che vi acclama e la tensione…

Abbasso la testa, mi guardo i piedi e sto in silenzio.

intervista di Marta Boraso

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