Intervista alla cantautrice Marianne Mirage

25 giugno 2020 | commenti: Commenta per primo |
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Intervista alla cantautrice Marianne Mirage

Credits: Timothy Smith

Sono le 10.30 del mattino e dallo schermo del telefono appare una Marianne un po’ assonnata, con indosso una t-shirt extra large e i suoi magnifici capelli afro lasciati sciolti: “dammi due minuti che mi faccio un caffè”.

Durante il percorso che porta alla cucina inquadra i suoi due pesci rossi, le sue piante – “questa è da un po’ che sta male, devo capire cos’ha” – e le sue chitarre.

Hai visto che bella giornata? Almeno con questa pioggia sappiamo che alla marcia saremo pochi ma buoni”.

Marianne si riferisce alla marcia per il movimento Black Lives Matter che si terrà a Milano:

Penso che per chi sia sensibile al discorso, non c’è nemmeno da parlarne, perché già sa tutto.

Il problema è andare a sensibilizzare chi pensa che non sia un problema o chi pensa che sia giusto discriminare delle persone solo per il colore della loro pelle.

A me sembra talmente assurdo doverlo dire che penso che chi ha postato il riquadro nero e dal giorno dopo è tornato alla vita di tutti i giorni, non abbia capito il valore di questa protesta.

Una cosa così non era mai successa: ora è bello dire “mi piace la musica americana” e prendere spunto sempre dall’America, ma è giusto essere lì a sostenerla quando c’è qualcosa che non va: la si  guarda sempre come un mondo sognante, il sogno americano appunto, con tutti i suoi lati positivi, ma ci sta facendo vedere anche il lato negativo del razzismo che è molto forte.

È come se noi italiani dovessimo lottare con il nostro problema ancestrale della Mafia, che è talmente dentro al nostro sangue che fai fatica a cancellarlo: in America è integrato in maniera fortissima.

È importante che la protesta black non sia solo black.: anche la questione delle statue di Milano… ad un certo punto nella vita ci si chiede di prendere una posizione.

Andrò a protestare, e ci tengo a dire che non è vero che non è un problema italiano: è un problema di tutti; ad alcuni miei amici hanno chiesto la carta di soggiorno nonostante fossero nati in Italia e a me fa ribrezzo sentire queste storie, perché non devi far sentire una persona italiana come se non dovrebbe essere lì.  Cerchiamo di sentire anche noi questa tematica dentro di noi, perché può aiutarci a metterci nei panni degli altri.

Il suo vero nome è Giovanna – “come Giovanna D’Arco” sottolinea lei- ma in arte la conosciamo come Marianne Mirage: “non sopporto il mio vero nome, perché era il nome della mia bisnonna e mi sembra di continuare a vivere la sua vita e non la mia.

Considerando che tutti i miei artisti preferiti quando si esibivano sul palco, si presentavano con un nome d’arte, ho scelto di crearne uno anch’io. È nato come un gioco in verità, ho unito i nomi di due band anni 60 della mia collezione di 45 giri: i Marianne e i Mirage.

Darsi un nome d’arte e qualsiasi nome diverso dal tuo non ha significato in principio e non ha nemmeno contenuto, tanto che devi sempre giustificarti su una tua scelta che all’inizio è un nome vuoto: è poi il tuo percorso a dargli significato.”

Ama Bob Dylan, Edith Piaf e soprattutto Billie Holiday

E nella sua musica c’è questa venatura jazz/blues: “L’altro giorno ho postato un regalo che mi fece mio padre che si chiama ‘L’albero genealogico del jazz’, un libro che illustra tutte le radici della musica: io personalmente sono molto fedele al genere blues, perché è il massimo della semplicità e lo sfogo, il fatto che cerco di cambiare una condizione non mi piace tramite la musica è importante.

Nella musica italiana è stato difficile portare il blues, quindi ci ho provato tenendo stretto questo seme dentro di me: all’ epoca cantavo solo in inglese e francese e cantare in italiano è stata un forzatura abbastanza grande, perchè non sapevo come tradurre il mio essere attaccata a delle origini così incomprensibili per la musica italiana.

 I primi esperimenti mi hanno fatta un po’ perdere e con il tempo mi sono affinata, è stata una ricerca per dire quello che veramente volevo far fuoriuscire.

Se c’è una cosa che ho imparato è che nella  musica non bisogna ascoltare gli altri: ti dicono che devi essere in un modo, accontentare la radiofonia,  ma alla fine conta fare solo quello che ti piace. Viviamo al massimo novant’anni, non possiamo permetterci di essere un’altra persona.

Sono le 11 di mattina e siamo già così filosofiche” –ride.

Sei una grande appassionata di Yoga e durante questa quarantena hai tenuto moltissime lezioni, anche in collaborazione con ‘My Sweet Quarantine’ di Paolo Stella: com’è nata questa predisposizione?

In questa quarantena devo ammettere che la mia creatività era a mille e aver condiviso lo yoga con i miei fan mi ha fatta sentire più compresa a chi mi vede da fuori o tramite un social. Si è creato un bello scambio e anche io credo di essermi fatta capire meglio,  perché capita spesso che la gente pensi “eh ma questa si fa le foto tutto il giorno”  mentre tu magari sei convinta di comunicare delle cose e in realtà scopri che non ci riesci, che non arrivano come vorresti. Facendo questa cosa siamo riusciti ad usare i social in modo migliore, a dare un perché alle persone per seguirci.

Io ho conosciuto lo yoga in un momento molto difficile della mia vita e devo ammettere che me l’ha cambiata drasticamente: volevo per forza che accadessero delle cose di lavoro e non riuscivo a fermare né la mia mente, né il mio corpo e tanto meno le mie aspettative; lo yoga mi ha insegnato a lasciare che le cose accadano e a non forzare mai il destino.

Di solito se lo assecondi vai esattamente dove sei predestinato ad andare e se una cosa non ti accade vuol dire che non era destinata a te.

Non si tratta di una questione solo fisica ovviamente, serve ad educare la mente allo spegnere il cervello, che io considero un lusso, visto che non lo spegniamo mai: siamo sempre carichi di contenuto che vogliamo realizzare e portiamo le nostre energie sempre verso fuori, quando ci sarebbe bisogno di un cambio di energia, che fluisse dentro di noi.

Credits: Umberto Buglione

Hai aperto tantissimi concerti di artisti famosi come i Baustelle, Patty Pravo, Niccolò Fabi, Brunori Sas, Tiromancino, ma tra tutti spicca l’apertura al tour italiano di Patti Smith, con la quale hai anche duettato sulle note di People Have the Power, una donna che ha fatto della sua bellezza non canonica il suo punto di forza…

Oh cielo! Ti giuro che ricordi: dovevo andare ad incontrare questo ragazzo e mia mamma ha preso il ferro per stirarli.

Da piccolo tu guardi tutti i tuoi difetti e ti sembrano enormi e per me era difficilissimo accettare me stessa: che poi vedi, il tema della bellezza è legato al tema del razzismo in quanto dobbiamo migliorare la nostra sensibilità, perché se siamo diversi dal canone imposto, veniamo fatti sentire insicuri.

Personalmente mi piace chi prende posizione e Patti Smith si è sempre imposta come canone diverso: sentirsi belle per quello che si è ed utilizzare la propria sensualità non è sbagliato, uno può essere libero di fare quello che vuole se si sente a proprio agio con il suo corpo.

Io sono sempre stata una persona estremamente complessata: pensa che a tredici anni andavo al mare con le All Star alte perchè non volevo far vedere i miei piedi e facendo così mi sono persa dei bagni bellissimi perché non le toglievo a nessun costo; inoltre se mi bagnavo mi si arricciavano i capelli!

Mi ero creata questa bolla in cui dovevo apparire come non ero ed internamente soffrivo tantissimo questa condizione perché non riuscivo a godermi la libertà di essere me stessa, precludendomi tantissime cose.

Non ricordo il momento esatto in cui mi sono liberata di queste imposizioni, ma credo si possa riassumere metaforicamente a quella volta in cui un ragazzo mi disse che gli piacevo di più con i capelli ricci, al naturale e che dovevo smetterla di distruggermeli: da quel momento ho capito che dovevo cercare qualcuno a cui piacessero i miei difetti.

Com’è nata avventura per il brano “The Place” che fa da tema per il film omonimo diretto da Paolo Genovese?

E com’è stato cimentarsi in una scrittura cinematografica?

È stato bello, stimolante e leggere la sceneggiatura, non vedere il film, immaginarsi come poteva essere senza vedere le immagini di fatto, ma solo attraverso una storia, ha fatto si che emergesse ancora di più il significato.

Alla fine deve rimanere il significato. Quando scrivi per il cinema c’è quel qualcosa che ti fa pulire ancora di più la canzone, per rendere più veloce il messaggio e la storia che devi raccontare; inoltre la musica deve concentrare tutto in pochissimi minuti.

Si dice che nel tuo album Vite Private, uscito il 18 ottobre 2019 per Sugar, sia finalmente davvero te stessa: se dovessi spiegare in cosa sei riconoscibile, quale tratto evidenzieresti?

Io non riesco a non essere cruda nei testi: pensa che sono andata a Sanremo con una canzone che si chiama ‘Le canzoni fanno male’  (Marianne ha partecipato al Festival di Sanremo nel 2017) ed è stata una bella scommessa, perché una persona normale avrebbe detto che era impensabile presentarsi sul palco dell’Ariston, festival musicale della canzone per eccellenza, con un brano che diceva che quest’ultime fanno male. La stessa crudezza si ritrova anche in ‘The Place’, ‘Sul mio divano’, ‘Adieu’… sono tutte canzoni molto ruvide, che parlano di quella scomodità dei temi che non sono facili da raccontare nei pezzi.

Un altro tratto distintivo è sicuramente la scelta delle sonorità dove basso e batteria giocano sulla ritmicità cercando di essere sempre incalzanti, simulando questi ritmi anni 60 molto ballabili e legati al rag time: raramente mi lascio andare ad una ballad e se c’è, ha sempre quella matrice black all’interno.

Vite private è stato un far venire fuori tutto il brutto che avevo dentro di me.

 

Credits: Emi Paglioncino, edit Nuguze

Marianne per farmi entrare nel suo mondo mi fa vedere il suo diario attraverso lo schermo

Io non ho memoria nell’immediato, sono molto smemorata e di conseguenza scrivo tutto; molte volte io faccio dei disegni che poi portano magari ad una canzone”.

E così, tra una donna che abbraccia un cactus, la personificazione della notte che cinge il giorno e l’elefante che è stato ucciso in India –“ho i brividi solo a pensarci”- racconta: “ ‘Voci senza faccia’ è nato da un disegno di una bocca che aveva una ragnatela in mezzo; quando creo seguo questo processo d’immaginazione”.

Nei videoclip dei tuoi pezzi predomina sempre questa impronta cinematografica e ti si vede sempre calata in una storia da raccontare: quanto sei Marianne e quanto invece interpreti un personaggio?

Tutti e tre i video usciti sono uniti da un filo conduttore: cambia solo il personaggio maschile.

Parlano fondamentalmente dell’incomunicabilità che esiste fra uomo e donna, in cui non c’è mai un momento di pace o tregua nella quale si può godere la felicità.

In L’amore e finito c’è questo bisogno di vendetta, in ‘Adieu’ c’è questo addio struggente e in ‘Sul mio divano’ c’è la scena in cui l’uomo dice “sei tu la donna e vai a fare il caffè” in cui punto una pistola: sia chiaro, io non dormo con pistola nel comodino” dice ridendo.

Alla fine non sono nessuna di queste tre donne: non ho il coraggio né di dirti addio, né di puntarti una pistola se fai il maschilista, né di vendicarmi se mi tradisci; ho tirato fuori  tutto quello che vorrei essere, una donna più tosta e bellicosa. È una Marianne 2.0, più pittorica ed incazzata, una sorta di interpretazione della me stessa che vorrei.

Nel video di L’amore è finito ti vediamo lottare come in un vero film d’azione: com’è stata la preparazione agli stunt?

Per fare quel video mi sono dovuta allenare tutta l’estate: abbiamo girato a fine luglio e a maggio ho iniziato la preparazione, per fare poi un mese di sola lotta e pugilato.

È stato un vero e proprio parto, ma era il mio sogno da tanto, impersonare quella Gotham fredda come un film del cinema noir.

Avevo conosciuto Giannini sul set di ‘The Place’,  gli ho presentato l’idea, gli è piaciuta la sceneggiatura ed è entrato nel personaggio: non c’era nemmeno bisogno di farlo recitare. Era già dentro alla scena.

Inoltre Marco fa comunque film polizieschi, sa già tutto riguardo la lotta e come si impugna un’arma, mentre io ho dovuto lavorarci duramente, anche perché gli stunt hanno fatto solo i salti a terra.”

Ringraziando Marianne per la sua disponibilità vi diamo appuntamento alla prossima intervista, sempre qui su Tablet! CIAO!

intervista a cura di Marta Boraso

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