Intervista a Giovanni De Carolis, pugile campione dei supermedi

13 febbraio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Intervista a Giovanni De Carolis, pugile campione dei pesi supermedi.

Immagine Fb @giovannidecarolisboxing

Questa settimana Tablet Roma ha avuto il piacere di incontrare – presso la palestra 7FIT  di Roma, durante un stage di allenamento dedicato agli atleti iscritti – il campione Giovanni De Carolis, pugile che ha conquistato, tra l’altro, il titolo di campione mondiale WBA dei pesi supermedi nel gennaio 2016, diventando così il 35° italiano a conquistare un titolo mondiale e, nel 2018, il Titolo Internazionale WBC Supermedi e il titolo italiano.

Benvenuto Giovanni! Ti voglio chiedere subito se senti un po’ la responsabilità di essere un esponente della Boxe italiana di un certo livello, insomma di essere di stimolo per tutti quanti i ragazzi che praticano questo sport, ragazzi come quelli che frequentano questo corso oggi.

Diciamo che forse mi sento più che altro onorato. Io ciò che faccio è soltanto cercare di tramandare quella che è stata, ed è, la mia passione da sempre. Cerco di sfruttare questa possibilità per far capire ai ragazzi che veramente tutto è alla portata di tutti.

Ho cominciato a fare questo sport relativamente tardi, perché ho iniziato a combattere a 18 anni, quindi diciamo che, più che l’esempio, ho l’esperienza da potergli dare.

Quindi approfitto, quando sono in uno stage, per fargli apprendere come mi alleno io, senza mettere fumo negli occhi, ma facendogli vedere quella che è la sostanza bella di questo sport.

E invece i tuoi di miti, le ispirazioni: chi sono stati?

Per quanto riguarda il discorso tecnico pugilistico, in realtà, sono stati tutti una grande ispirazione per me, nel senso che cercavo di prendere da ognuno le caratteristiche migliori. Poteva essere l’intelligenza, la forza o come si allenava un pugile rispetto a un altro punto.

Dal punto di vista emotivo Muhammad Ali, per me, è stata una grande ispirazione, anche per i fatti di vita vissuta.

Quando lessi un suo libro che si chiama “Con l’anima di una farfalla” c’erano degli aneddoti, come quando lui, una volta vinta la medaglia d’oro alle Olimpiadi a Roma, tornò nel suo paese e non gli offrirono da bere perché era di colore e lanciò questa medaglia nel Mississipi. O, ancora, quando gli tolsero la cintura di campione del mondo perché si era rifiutato di andare nella guerra del Vietnam. Erano delle cose che mi hanno fatto riflettere e ho pensato, ma se io fossi stato al suo posto, mi sarei comportato in questo modo?

Era una persona che, al di là del discorso sportivo, aveva dei principi forti ed è riuscita a trasmetterli attraverso la via dello Sport. Poi ovviamente ci sono anche le sue battaglie indimenticabili come quella contro George Foreman a Kinshasa, che ho visto nel documentario, “Quando eravamo re”.

Quindi tutta una serie di cose nella sua storia che sono una grande fonte d’ispirazione e continueranno a esserle.

Tu hai girato il mondo,  dalla Germania all’Australia… in Italia che manca, dai tempi d’oro del secondo ‘900, del dopoguerra, dei Benvenuti: come mai c’è un po’ di passione in meno per la boxe?

Secondo me manca l’anello tra il pugilato dentro la palestra e i media, filtri importanti per farci conoscere. Girando da altre parti ho visto pugili non di valore più alto rispetto ai nostri, ma soltanto spinti a livello mediatico in maniera più forte.

Creano dei personaggi e delle storie intorno a loro e questo per gli imprenditori fa partire un buon business, un business su cui poi le televisioni puntano e hanno il loro tornaconto.

Qui da noi non è un problema economico, ma di scelte. Se io vedo un prodotto che vale e lo voglio mettere bene in vista, devo creargli un contesto, una cornice e dopodiché proporlo. Poi se il prodotto vale, lo riesco a vendere bene.

Il problema nostro è che, noi abbiamo atleti che valgono, ma non vengono proposti bene, al momento giusto. Gli ultimi campioni che abbiamo avuto sono sempre stati più grandi di età rispetto a quelli della media mondiale.

Guarda Bundu (Leonard), quando ha vinto un’infinità di volte il titolo europeo e poi si è presentato per fare due match con due grandi campioni negli Stati Uniti. Ma anche Emanuele Blandamura, quando ha fatto gli europei (2 volte titolo europeo) e il mondiale in Giappone. E lo stesso Emiliano Marsili.

Ma ti potrei fare un sacco di nomi di pugili che sono arrivati tardi alle opportunità importanti e nonostante tutto si sono fatti valere. E se fossero stati proposti meglio, forse sarebbero anche arrivati prima.

Tu sai che, quando si contratta per un match importante, le organizzazioni dietro fanno sì che possano aggiudicarsi un match, in base ai soldi che vengono messi. È chiaro che, se dietro non hai un’organizzazione o qualcuno che ti promuove, andrai sempre fuori e arriverai sempre dopo gli altri.

Il futuro lo vedi roseo o è tutto fermo?

No guarda, proprio oggi, sono stato presente a un consiglio federale e ho detto la mia. Io vedo un futuro molto roseo, ma non perché sono ottimista, ma perché ci sono un sacco di ragazzi molto promettenti e adesso il pugilato professionistico è ritornato ad essere un obiettivo per i giovani, mentre prima, invece, era più sul pugilato olimpionico o sui pugili dei gruppi sportivi.

E ci sono un mare di ragazzi che sono passati adesso Pro e che secondo me faranno parlare un gran bene dell’Italia pugilistica in tutto il mondo.

Io penso che nei prossimi 4/5 anni avremo grandi pugili e tra 2/3 cominceremo a sentirne parlare di più.

E spero che la televisione si accorga di questo, perché questo è il momento in cui possono investire, prima di tutto sulla storia dei ragazzi, perché le storie dei pugili che stanno in palestra sono tante e sono bellissime. E meritano di essere conosciute.

E invece che consiglieresti a chi volesse cominciare a fare il boxeur?

Io quando ho cominciato a fare il pugile non l’ho fatto perché mi ero innamorato della boxe. Per me è stato un incontro fortunato, chiamiamolo così, e poi è scattato il colpo di fulmine.

È una disciplina molto varia che comprende un allenamento atletico, uno tecnico, le endorfine che hai dopo l’allenamento, la gente che incontri, i valori che conosci. Se una persona ha un’idea di sport ed è anche solo curioso, deve provarlo. Questo è il più grande consiglio che posso dare.

Io, quando sono andato in palestra, non volevo nemmeno fare il pugile. Ero lì soltanto per allenarmi in sala pesi, per diventare un po’ più ‘grosso’, visto che avevo 16 anni ed ero esile. Arrivato, ho visto la sala di allenamento dove facevano pugilato e quello che voleva dire fare un allenamento. Lì ho pensato: “Che divento a fare grosso?”.

Iniziai a 18 anni, perché all’inizio mia mamma non voleva facessi questo sport ed ero minorenne, quindi non potevo gareggiare. Mia madre non mi diede l’opportunità di fare questa cosa proprio perché non conosceva questi ambienti.

Oggi, che sono io proprietario di una palestra e lavoro con bambini di 10/11 anni fino ad adulti oltre i 60, sanno che è un ambiente sano. Quindi un genitore quando porta il figlio, non pensa: “Oddio sto portando un bambino a fare chissà che cosa!”, ma “Sto portando mio figlio a conoscere i valori dello sport, uno sport nobile”.

Parlando di sport in senso stretto, qual è stato il momento più bello e quello più brutto della tua carriera?

Il momento più bello è stato quando abbiamo vinto il titolo mondiale e dico “abbiamo” perché eravamo una squadra.  È stata la realizzazione di un sogno e soprattutto perché è stato realizzato nonostante tante difficoltà. All’estero, contro un avversario molto più quotato di noi e con un gran numero di knock out alle spalle (su 21 vittorie 19 knockout).

Sembra proprio una storia da film, perché siamo partiti al primo match dove abbiamo fatto veramente bene, mi ricordo un knock down al primo round e, quasi, un fuori combattimento al quarto round. Alla fine siamo arrivati ai punti match e i cartellini ci hanno dato sconfitti, ma tutto il pubblico intorno tedesco, di circa 10.000 persone, – di cui, forse, solo 100 italiane – tutte fischiavano questo pugile.

Nella conferenza stampa successiva al match, la televisione e i giornalisti hanno criticato molto il pugile di casa (Vincent Feigenbutz) che, a detta loro, avrebbe dovuto fare il bello e cattivo tempo con me. E proprio la televisione ha imposto il rematch, perché sennò avrebbe tolto il pugile dal palinsesto, visto che era stato un po’ una delusione, nonostante fosse ancora il campione.

Mi hanno dato la possibilità di ridisputare il titolo mondiale dopo soli due mesi. L’abbiamo fatto il 9 gennaio, quindi la rivincita ha avuto un sapore forte. In questa sfida Italia-Germania, batterlo per knock-out, a casa sua, è stata veramente una grande soddisfazione,soprattutto dovuta a tutta la preparazione che abbiamo fatto ogni giorno, con tutte le difficoltà che abbiamo noi in Italia.

Ma avevamo la squadra giusta, eravamo molto uniti e, a prescindere dal discorso economico, il nostro era un team formato negli anni con tutti i valori di cui abbiamo parlato adesso.

Il periodo più brutto è stato, invece, da novembre 2016 e tutto il 2017, perché è stato un momento difficile in generale della mia vita.

Forse, se dovessi tornare indietro, aspetterei a fare l’ultimo match del 2016, perché mentalmente si era spenta quella scintilla, ma non per lo sport stesso, ma per delle problematiche che non riguardavano il ring. E io non sono stato bravo a tenerle fuori.

La testa è Tutto e una buona macchina senza pilota non va da nessuna parte. Nonostante io mi sia sempre allenato con grande dedizione, in quel match è mancata proprio quella scintilla, che poi ho fatto fatica a ritrovare.

Dopo quel match perso, ne persi anche un altro importante per il rilancio della mia carriera ed ero considerato, ormai, quasi come un outsider, nonostante avessi vinto il mondiale. Sapevo che non ero io e che potevo ancora andare bene. Sapevo che non c’erano i segnali di una fine di carriera così. Allora mi sono rimboccato le maniche e ho continuato a combattere.

Sono andato in Australia. In quel momento non ero tanto seguito. Ho fatto tutto quanto da solo. Non c’era la televisione, non c’era niente. Ho fatto veramente un bel match contro un pugile australiano, che aveva 16 vittorie, di cui 14 knock out. E’ un match che, se avessimo fatto qui in Italia, avrei vinto tranquillamente. All’estero vincere è, invece, veramente complicato per una serie di varianti, che non sto qui a dire, ma purtroppo ci sono.

Comunque, mi diedero una sconfitta, ma nonostante questo ero ottimista perché mi ero piaciuto in quell’incontro, nonostante le tante ore di fuso orario e lo stare lì 20 giorni prima del match. Una cosa difficile, che però mi ha temprato ancora di più. E da lì ho detto: “Ok va bene ho perso, ma per i giudici non per me”.

E soprattutto la preparazione è andata bene, e mi sono rimesso in gioco. Sono ripartito dal titolo italiano. Ho vinto il titolo italiano e mi sono rilanciato, a livello internazionale, con l’ultimo match WBC.

E adesso ri-aspetto la mia chance. Ma non è l’ambizione di vincere un qualcosa di chissà quanto grande, ma è il fatto di avere la voglia e la passione di fare questo sport fino a quando il mio corpo me lo consente e fino a quando questa scintilla rimane accesa.

Vedi qualcos’altro per il futuro? Tipo arti marziali miste, un’Olimpiade… ?

La cosa che ho imparato a mie spese è che, davvero, non so quello che potrebbe essere veramente il prossimo futuro.

Non escludo niente a prescindere, e vediamo. Mi piace collaborare con tante persone dello sport. Collaboro con i ragazzi di una scuola di MMA del Gloria, collaboro con altri ragazzi che fanno kick boxing. Su Roma siamo pieni di questi atleti e mi piace questo scambio tra di noi.

Quindi, chi lo sa, magari anche soltanto contribuire ad aiutare altri sport o magari farne parte… Non lo so, mi piace anche l’inaspettato del domani.

Ringraziando Giovanni De Carolis del tempo concessoci, gli facciamo l’in bocca al lupo per le sue prossime sfide.

di Lorenzo Sigillò

Foto evento Roma ©Barbara Donzella

 

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