Intimità nella coppia

4 dicembre 2019 | commenti: Commenta per primo |

Riferendosi al ciclo vitale della coppia, si è visto che essa attraversa una fase di fusione, poi di separazione ed individuazione per arrivare al riavvicinamento e all’interdipendenza.

È in questa fase, nella quale i partner si percepiscono e manifestano nella loro individualità e volontà di reciproca scelta, che si può cominciare a parlare di intimità nella coppia.

Carl Withaker, psichiatra statunitense pioniere della terapia familiare, affermava che: “più due persone sono vicine, più sono separate. Se non riescono a separarsi, non possono nemmeno aumentare l’intimità. Se non possono aumentare la loro individualità non possono aumentare nemmeno il loro stare insieme. Più sei libero di stare con gli altri, specialmente con tua moglie, più ti senti libero con te stesso. Più se con te stesso e più puoi essere con lei”.

Ma come… essere capaci di separarsi per poter diventare intimi? Sembra davvero un paradosso ed invece è proprio così.

L’uso della parola “intimità” solitamente fa pensare all’intimità fisica, riferita non soltanto alla sessualità ma anche a tutti quei momenti in cui ci si scambiano sguardi, carezze, abbracci, baci. Sono momenti assolutamente fondamentali nella vita di una coppia ma non sono sufficienti per poter affermare che due partner siano intimi.

Perché quello che capita, molto spesso, è che il canale sensoriale, non verbale, fisico sia quello più “facile” attraverso cui comunicare e, paradossalmente, diventi come una sorta di “paravento”, di muro, dietro al quale nascondersi e proteggersi da un altro tipo di intimità. Detto in altre parole, l’essere intimi fisicamente spesso si rivela più semplice dell’essere intimi psicologicamente ed emotivamente…

Questo altro “tipo” di intimità in molte persone genera paura.

La paura dell’intimità si determina a causa di vissuti e convinzioni formatisi in seguito ad esperienze in cui la vicinanza emotiva è stata magari percepita come minacciosa, con il timore che manifestare il proprio bisogno di relazione potesse essere una scelta poco prudente o anche pericolosa.

Chi ha paura dell’intimità vive il timore di perdersi, di non essere visto e riconosciuto nella propria individualità, di non potersi esprimere liberamente e non avere il permesso di essere se stesso all’interno della relazione. Vive il desiderio di relazione e vicinanza ma percepisce il coinvolgimento affettivo come minaccioso e decide di rinunciarvi per proteggere se stesso. Così si presenta come una persona che non ha bisogno dell’altro, che nasconde la propria fragilità, con la reazione conseguente di allontanamento, di fuga dall’intimità e di mantenimento di una certa distanza dalle persone a cui è legato. Una distanza che può anche essere fisica ma che principalmente è cognitiva e soprattutto emotiva.

Inoltre, viene disconosciuto il bisogno di sperimentarsi in una relazione in cui la vicinanza non limiti ma sostenga l’individualità, in cui ci sia consapevolezza, accettazione, condivisione: appunto, intimità.

Ma come fare per andare oltre questa paura? Come fare per imparare ad essere intimi?

Eric Berne, il padre dell’Analisi Transazionale, affermava che esistono 3 FAMI: fame di stimoli, fame di riconoscimento o “carezze”, fame di struttura. Ogni uomo ha bisogno di stimoli fisici, sensoriali e mentali per potersi attivare, ha bisogno di riconoscimenti (chiamate “carezze”) necessari per la sua crescita emotiva e psicologica e, infine, ha bisogno di struttura.

Essa è una estensione delle precedenti “fami” di stimoli e di carezze poiché, per poterle soddisfare, l’uomo deve definire una struttura temporale all’interno della quale stimoli e carezze possano essere vissuti e scambiati.

Il modo in cui una persona dà struttura al suo tempo è condizionato dal come ci si sente con se stesso e con gli altri, da quanto desiderio e bisogno di vicinanza fisica ed emotiva proviamo o, al contrario, da quanto la temiamo.

Pertanto, Berne ha descritto 6 modi per strutturare il tempo, ognuno caratterizzato da un crescente grado di vicinanza: isolamento, rituali, passatempi, attività, giochi e intimità.

In particolare, i passatempi sono focalizzati su scambi comunicativi che toccano argomenti e interessi “socialmente condivisi” (es. parlare di calcio, di moda, di cinema…) mentre i giochi si riferiscono a modalità relazionali che sono state apprese allo scopo di ricevere attenzioni ma in modo disfunzionale.

Probabilmente conosciamo tante coppie che sono rimaste “bloccate” nei passatempi, dove la comunicazione e lo scambio si è fermato ad un livello per così dire “istituzionale” e affatto intimo. Altrettanto probabilmente conosciamo moltissime coppie (forse, purtroppo, la maggioranza) che si “fanno del male” in una comunicazione/relazione dove continuamente si mettono in atto giochi relazionali che si concludono sempre con vissuti emotivi negativi.

Tante coppie all’intimità (così come la stiamo descrivendo) non ci arrivano proprio…

L’intimità, per Berne, è: “uno scambio di espressioni affettive libero da giochi”. È la struttura temporale all’interno della quale la persona si sente riconosciuto e riconosce l’altro, dove si esprime liberamente nel dire ciò che sente e pensa, senza messaggi segreti, senza pretesa di lettura della mente e con una comunicazione in cui il livello sociale e il livello psicologico della stessa siano congruenti.

Da quanto scritto finora appare evidente come la comunicazione sia importante all’interno di una coppia. Effettivamente è proprio così… perché la relazione di coppia è totalmente condizionata dal modo in cui i due partner comunicano tra di loro e TUTTI i problemi cominciano quando non si sa comunicare, quando lo si fa in modo disfunzionale, quando ci si stanca di provare a farsi capire e si smette di comunicare.

Appare altresì evidente quanto intimità ed interdipendenza siano strettamente collegate: se la coppia non impara ad interdipendere non può raggiungere l’intimità.

Il concetto di interdipendenza è semplice: significa tenere presente sé e tenere presente l’altro nella relazione. L’interdipendenza è la risposta al quesito che si poneva all’inizio di questo scritto: essere capaci di separarsi per poter diventare sempre più intimi.

Pio Scilligo, mio professore e maestro, scriveva che due partner interdipendenti sono due persone che “danzano insieme”. È un’immagine bella ed immediata: fa capire che devo tenderti la mano (mi faccio presente) se voglio danzare insieme a te e che devo essere pronto a prendere la tua mano (ti tengo presente), se voglio che tu danzi insieme a me.

A conclusione, voglio regalare a Voi Lettori queste parole con le quali Virginia Satir, grande psicoterapeuta familiare, descriveva l’interdipendenza e l’intimità, affinché possano ispirarvi e guidarvi nei momenti belli così come nei momenti difficili della vostra vita di coppia: “Voglio amarti senza aggrapparmi a te, voglio apprezzarti senza giudicarti, voglio essere con te senza invaderti, invitarti senza comandare, averti senza sensi di colpa, criticarti senza incolparti, aiutarti senza insultarti. Se posso avere la stessa cosa da te allora possiamo veramente incontrarci e arricchirci reciprocamente”.

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

 

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.