Kairos: il momento supremo

25 marzo 2020 | commenti: Commenta per primo |

Kairos: il momento supremo

 

Non userò parole per parlarvi del Coronavirus. Tutti lo conosciamo e sappiamo cosa stia accadendo. L’informazione, da tv e web, è l’unica cosa che non ci manca adesso anzi, forse è anche troppa e non sempre molto corretta.

Nemmeno userò parole per elencare tutti le possibile conseguenze negative, da un punto di vista psicologico, determinate da questa situazione di allarme ed emergenza. Perché anche di questo è pieno il web.

Basta googlare coronavirus e psicologia e in 45 secondi escono circa 160.000.000 risultati che le illustrano dettagliatamente (e correttamente): nervosismo, irritabilità, insonnia, disturbi ansiosi, sintomi da stress acuto, umore depresso e sintomi da stress post traumatico.

Quella che voglio fare è una riflessione, che scenda ad esplorare cosa accade dentro di noi per cui ci sentiamo appunto nervosi, irritabili, depressi, ansiosi, angosciati, spaventati.

Quello che accade è molto semplice: abbiamo perso il controllo delle nostre vite e in questo momento è il virus che controlla noi. Che ci costringe in una situazione di prigionia.

Parliamo allora del fattore controllo. Tutti noi siamo abituati a pensare, pianificare, organizzare la nostra “normale” vita quotidiana, siamo abituati ad avere un controllo su quello che facciamo.

Ci sentiamo tanto più sicuri e tranquilli quanto più sentiamo di avere controllo nelle situazioni, quando siamo noi “alla guida della macchina” piuttosto che qualcun altro che guidi al posto nostro. Ecco, questa invece è la situazione attuale: non siamo noi alla guida ma altri, il coronavirus, il governo che ci ha obbligato in casa.

Il nostro locus of control, letteramente il luogo attraverso cui si esercita il controllo che in psicologia indica la percezione del controllo degli eventi che ognuno possiede, le modalità messe in atto da una persona per poter controllare gli eventi e il dirigere le proprie azioni così da influenzare gli esiti di un determinato accadimento, da interno è diventato completamente esterno.

Non abbiamo più potere, non dipende da noi. Non possiamo uscire, non possiamo andare a lavorare, non possiamo incontrare persone, non possiamo fare la nostra vita di tutti i giorni. Inoltre, cosa più importante delle restrizioni fisiche a cui siamo attualmente sottoposti… non abbiamo controllo sul virus: non sappiamo quando e se si fermerà, non sappiamo cosa succederà dopo, se potremo ritornare alla cosiddetta normalità…

Questo scenario di incertezza e smarrimento è il terreno ideale per far crescere i semi dell’ansia e della paura, perché tutte le sintomatologie ansiose hanno come caratteristica principale il fattore della perdita del controllo: laddove sentiamo di non avere più potere di controllare le cose andiamo in ansia.

Ma come la agiamo questa ansia?

I modi sono tanti e differenti: ci si impigrisce e ritira in casa, magari pensando che evitando di fare nulla, nulla di male ci possa capitare, come quegli animali che si immobilizzano e fingono morti quando vengono attaccati; ci sentiamo appesantiti da questa situazione per cui la agiamo agitandoci, diventano fastidiosi, lamentosi, noiosi o addirittura aggressivi; la agiamo iperattivandoci, pulendo, cucinando, mangiando nel tentativo di colmare l’inquietudine che sentiamo dentro; la agiamo amplificando la voglia di socializzare, mettendo la musica e cantando sui balconi.

Tutto (o quasi tutte) queste modalità non sono assolutamente da condannare, sono comunque un tentativo di fare qualcosa, di reagire. Il punto è che non sono molto efficaci, poiché l’ansia diventa una condizione che non sempre ci permette di agire adeguatamente per affrontare le paure.

C’è differenza tra ansia e paura: la prima è una risposta innata di attivazione, caratterizzata da un aumento della vigilanza e dell’attenzione che ha l’obiettivo di prepararci ad affrontare il pericolo percepito predisponendoci a una risposta di attacco o fuga. Solitamente la percepiamo come una vaga sensazione di malessere, che si traduce in uno stato d’apprensione, di sconforto più o meno intenso, magari con difficoltà a respirare, palpitazioni, sudorazione eccessiva.

La paura è un’emozione più forte ed intensa che sentiamo in presenza di un pericolo, può essere più o meno paralizzante, ma è sempre preziosa perché mette in moto dei meccanismi di difesa efficaci. È comunque una sensazione più precisa, mentre l’ansia è più vaga e generica.

Il passaggio che dobbiamo fare è trasformare l’ansia in paura, andando oltre il sentire questa specie di agitazione interna ed identificando quelle che sono le vere paure.

In questo periodo in cui stiamo combattendo una guerra, dobbiamo capire ed individuare qual è il nemico da combattere, superando questa ansia generica alla quale reagiamo con l’agitazione, l’evitamento, il nervosismo, l’aggressività e la rinuncia. Queste infatti sono le risposte comportamentali all’ansia, mentre le risposte comportamentali alla paura sono invece l’azione: la difesa, l’attacco, il fare qualcosa.

Per cui vediamoli questi nemici da combattere, le paure che stiamo vivendo: la paura della malattia e della morte, la paura del futuro che è un’incognita: cosa accadrà a livello economico e lavorativo? Cosa accadrà a livello sociale e relazionale?

La paura di perdere la nostra identità lavorativa e sociale, la paura di essere o rimanere soli, la paura di aver fallito nelle relazioni con i propri cari, che magari avevamo trascurato a causa della “fretta” della precedente vita “normale” ma che adesso, con la convivenza forzata, rivelano tutte le loro carenze e fragilità.

La paura di guardare la paura, di accettare di essere spaventati… perché, adesso che le abbiamo viste, che possiamo fare? Qualcosa si può fare.

Quello che io considero il mio maestro, Viktor E. Fralkl, psichiatra e psicoterapeuta austriaco scomparso nel 1997, che visse e superò l’esperienza di quattro campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, padre della Logoterapia cioè la terapia della ricerca del Logos, del significato, sosteneva (sinteticamente) che: l’uomo è un essere tridimensionale, il quale oltre una dimensione fisica e psichica possiede una terza importantissima dimensione, quella spirituale.

Con la parola spirito, egli si riferiva alla dimensione verticale dell’essere umano, ciò che lo conduce verso la trascendenza, che gli permette appunto di ricercare e attribuire significati alle sue esperienze e alla sua vita. Nella propria dimensione spirituale l’uomo è libero: nonostante condizionamenti fisici, psichici o ambientali (Frankl chiama questi destino) esiste sempre un piccolo spazio nel quale l’uomo possa esercitare la propria libertà. Quale libertà? Quella di ricercare il proprio senso e significato e di realizzare i valori di atteggiamento.

Per Frankl esistono tre vie per giungere al significato.

La prima è quella del lavoro (Homo faber), con il quale sperimentiamo i valori di creazione, creiamo cose belle o importanti attraverso il nostro impegno quotidiano; la seconda è quella dell’amore verso qualcuno o qualcosa (Homo amans), con il quale realizziamo i valori di esperienza. Può capitare però che queste vie ci siano precluse da una situazione particolarmente difficile e dolorosa (come è in parte quella che stiamo vivendo).

Esiste allora una terza via, con la quale, pur non potendo cambiare la situazione, possiamo cambiare il nostro atteggiamento verso di essa, realizzando appunto dei valori di atteggiamento: questo è l’Homo patiens, che ha sempre la possibilità di realizzare il suo unico e personale significato.

Cosa significa in concreto tutto ciò e come possiamo avvicinarlo all’esperienza che stiamo attualmente vivendo?

Non lo posso dire io, proprio perché il logos, il senso, è unico e personale: ognuno di voi ha da guardarsi dentro e scoprirlo (e, se non riesce a farlo da solo, non abbia timore o vergogna di chiedere aiuto).

Quello che posso affermare è la mia assoluta fede nelle risorse della persona umana: risorse personali e relazionali, risorse intrapsichiche e interpersonali. E sono numerose: l’intelligenza, la fantasia, la creatività, la generosità, la capacità di resilienza, di resistere e di riorganizzarsi, di cadere e di rialzarsi, di saper soffrire con dignità, saper accogliere e ascoltare, essere disponibili ad aiutare nei momenti di difficoltà, cioè in altre parole la capacità di condividere.

L’invito alla condivisione è quello a cui esorto.

Quando vi sentite in difficoltà condividete le vostre emozioni anche quelle più spiacevoli, qualora vediate un altro in difficoltà invitatelo alla condivisione. Essa è lo strumento più potente che possediamo: perché nella condivisione di emozioni negative (rabbia, tristezza, paura, dolore) esse si “distribuiscono” e quindi diminuiscono il loro carico di intensità. Ci sentiamo meno soli e più leggeri; invece, condividendo emozioni positive, la gioia, il senso di speranza, l’entusiasmo, per un “effetto contagio” esse si amplificano e si rafforzano, donando vigore e slancio.

Kairos (καιρός) in greco antico, significa momento giusto o opportuno o momento supremo.

Facciamo sì che questo periodo difficile si trasformi in un momento supremo durante il quale scoprire o riscoprire il significato profondo che vogliamo, da oggi in poi, dare alla nostra esistenza.

Dott. Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

 

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