La Delicatezza di una Spina

27 marzo 2019 | commenti: Commenta per primo |

Non so se vi sia mai capitato di guardare con attenzione dentro gli occhi di un bambino, di un ragazzino.
Non so se vi sia mai capitato di guardarci crescere un sogno.
Ecco, questo non lo so, ma c’è una cosa (forse, anche più d’una) che voglio dire.

Se guardaste dentro gli occhi di un bambino il giorno in cui nasce, poi il giorno del suo primo giorno di scuola, poi il primo giorno nello sport dei suoi sogni e, poi,  tutte quelle volte in cui ci sarà una splendida, ma paurosa, prima volta, notereste un sacco di inspiegabili magie.

Vedreste il colore dei suoi occhi trasformarsi in fuoco, ardente della passione e della voglia di crescere, capire, fare, diventare. Ma vedreste anche quello stesso fuoco spegnersi sotto lacrime da un tonnellata e mezza l’una, lacrime salate, deluse, commosse, tristi e, alle volte, viziate.

Perché sentiamo sempre dire quanto sia dura essere adulti, ma ci chiediamo mai com’è essere ragazzi? O meglio, ce lo ricordiamo sempre?

Sì, perché tutti noi lo siamo stati e, forse, lo restiamo un po’ in eterno dentro di noi. Tutti noi siamo stati sminuiti dalle generazioni precedenti, abbiamo deriso quelle successive. Chi più, chi meno.

Essere ragazzi è lotta e conquista allo stesso tempo: ottenere la fiducia di un mondo che è già più avanti avendo dalla propria parte età, innovazione, inconsapevole spensieratezza.

Ecco, a proposito della spensieratezza, sia chiaro che non si parla di una mancanza, eh! Che spensieratezza non è il mancato ragionamento, non è sregolatezza, non è ingenuità, né tantomeno stupidità, come spesso capita ancora di sentir dire.

Spensieratezza è un sorriso dove noi ci dimentichiamo delle piccole cose, uno sguardo stupito mentre noi pensiamo ai problemi di un futuro sempre troppo prossimo.

Li vediamo così, i ragazzi.
Come se noi fossimo per sempre gli adulti, quelli che sanno, e loro i piccoli, quelli che  tanto vabbè so’ ragazzi.

Poi capita che, un giorno, ci alziamo, li osserviamo e non li troviamo più davanti alla play, appoggiati al muro a sorridere ad uno smartphone, in bicicletta sul lato dei pedoni; non li troviamo più.

Da un giorno all’altro sono diventati adulti. E noi? Li abbiamo guardati, certo, li abbiamo giudicati, li abbiamo sfidati ad essere come noi.

Qual è il punto? Il punto è che ci perdiamo un passaggio, mentre facciamo gli adulti.

Ci perdiamo il sale delle lacrime dopo una partita passata in panchina, così tanto salate da corrodervi un pezzettino di cuore ogni volta che una di queste tocca terra. Ci perdiamo il muso lungo perché quel professore mica l’ha capita la sua buona fede, perché quella ragazza dell’ultimo banco mica lo sa di piacergli, perché ieri ha pianto ed i suoi amici hanno riso. Perché hanno riso?

Ce le perdiamo, queste cose, a non stare attenti.

Il fatto è che ogni ragazzo è come uno di quei vasi orientali. Quelli a cui, una volta rotti, vengono colorate le crepe d’oro. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, classe dopo classe, prima o poi ognuno di loro incontra la sua prima crepa.

La incontrano con la sana ingenuità che accompagna le novità e gli si forma piccina proprio lì, su di un lato un po’ nascosto del cuore. Ed è proprio qui che spesso, noi restauratori di vasi, tiriamo dritto. Non ce ne accorgiamo, e se lo facciamo mettiamo in gioco la superficialità del “cosa vuoi che sia, è l’età!”.

Che, per carità, quella non aiuta di certo. Ma non è sempre e solo l’età.

È che se una società, alle volte, t’insegna che se sei sensibile la paghi, che se mostri una lacrima poi Fabio del primo banco ti prende in giro, che se dici all’allenatore che negli spogliatoi i tuoi compagni si comportano male poi, beh, sei un po’ meno di squadra.

Ragazzate, penserete.

E qualche volta lo sono davvero, sì, ma qualche volta no. Ed è alla volta del no che noi dovremmo essere lì  pronti, col pennarello dorato ben saldo sulla mano destra, a colorare quasi di nascosto quella piccola crepa nascosta. Quella virgola in più fra parole già molto complesse.
Dovremmo essere lì, a fare i T9.

Perché, diciamolo, il buon vecchio “arrangiati e cresci” va benissimo, ma spesso si rischia di farlo diventare il blocco alla loro sensibilità, al pensiero libero, al sentimento, all’emozione. E noi un progresso generazionale, almeno dal punto di vista umano, un pochino lo meritiamo, no? Ecco.

Eppure ancor’oggi li vedo, questi ragazzini, mentre nascondono le briciole della propria sensibilità perché “dai, dai, su”. Perché se ascoltare è difficile, accettare d’imparare da coloro a cui dovresti insegnare, lo è ancora di più.

Proprio per questo, per il futuro, per i ragazzi, per noi, per tutte queste cose vorrei semplicemente invitarvi a fare una delle cose più elementari del mondo, eppure allo stesso tempo così dannatamente complicata: capire.
Il buon vecchio “carota e bastone”, dai!

C’è una canzone di Francesca Michielin che intona “è l’umanità che fa la differenza”; sapesse quanto c’ha ragione, Francesca!
Ed è proprio per fare la differenza che dovremmo smettere di reprimerla, quanto più insegnare ad accettarla, viverla, smussarne gli angoli quando necessita e comprenderla.

Insegnare che gli sbagli esistono, sono lì, fatti a posta per essere commessi e poi ancora capiti, abbracciati e superati.

Che le lacrime lavano gli occhi, aiutano a vederci meglio quando tutto sembra più nero, più buio. Quasi impolverato. Che i difetti abitano in ognuno di noi, in ognuno di loro, ma non per questo siamo sbagliati, fuori da regole per la vita che nessuno ha mai scritto.

Perché essere ragazzi è un po’ come essere una rosa bianca, di quelle che nascono spontanee in mezzo ad un giardino incolto.
Ma, prima o poi, anche una rosa bianca s’accorge di avere le spine.
È la sua natura.
Eppure continua ad essere sempre la stessa, splendida, pura, rosa bianca.

di Paola Martin Rosset

Immagini Pixabay in Creative Commons CC0

 

 

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