La Falsa Giustizia

17 luglio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Incontro con gli autori Luciano Garofano, Maria Gaia Pensieri

La Falsa Giustizia è un saggio assolutamente da non perdere. E noi ne stiamo seguendo le presentazioni.

La genesi degli errori giudiziari e come prevenirli.

Prefazione di Manfredi Mattei Filo della Torre

Introduzione di Baldassare Lauria

 

Biografie degli autori

Luciano Garofalo è un biologo, già Comandante dei RIS di Parma, Generale dei Carabinieri in ausiliaria. Docente universitario, Presidente dell’Accademia di Scienze forensi, oltre che Cavaliere e Ufficiale Ordine al merito della Repubblica italiana e consulente in materia di molte produzioni televisive.

 

 

Maria Gaia Pensieri è docente presso l’Universitò Popolare degli Studi di Milano. Direttrice responsabile dell’area formazione e ricerca dell’Accademia italiana delle scienze criminologiche e investigative. Dottore di ricerca in scienze umane e sociali a indirizzo criminologico.

 

Cosa vi ha spinto a pubblicare un libro così particolare?

Abbiamo deciso di scrivere questo libro perché ad oggi, non ci sembra che in Italia ci sia una reale coscienza pubblica rispetto alla possibilità che il nostro sistema giudiziario possa condannare per errore degli innocenti.

È vero che ultimamente sui media e sui social per i casi di cronaca in evidenza, si assiste sempre più spesso a dibattiti tra innocentisti e colpevolisti ma si tratta pur sempre di opinioni. Un vero e proprio lavoro scientifico di ricerca delle cause che possono portare alla commissione di errori giudiziari nel nostro Paese deve ancora iniziare.

 

Come avete organizzato il lavoro di ricerca?

Abbiamo preso come paese di riferimento gli Stati Uniti dove questa attività è già stata svolta sistematicamente dal 1992, anno in cui è stata aperta a New York la prima sede di Innocence Project.

Il lavoro inizialmente è stato quello di riesaminare i casi giunti alla loro attenzione con condanne a pene gravi come l’ergastolo o addirittura la pena di morte, per i quali i soggetti si erano dichiarati fermamente innocenti. Si trattava e tuttora si tratta anche nel nostro sistema giudiziario, d’individuare nuove prove per richiedere dei processi di revisione.

Gli USA si sono occupati anche di ricerca ed elaborazione di dati per individuare gli ambiti dell’iter giudiziario in cui c’è maggiormente il rischio di commettere degli errori partendo proprio dai casi da loro riesaminati. Ne è emerso, che la prova testimoniale e il riconoscimento del reo, sono meno attendibili di quello che normalmente tutti noi crediamo.

Gli studi statunitensi hanno permesso di individuare le criticità nei diversi ambiti. Questo ha consentito di cercare dei correttivi rappresentati maggiormente da linee guida o protocolli operativi che permettono un controllo costante delle operazioni durante i sopralluoghi, ma anche durante gli interrogatori, le fasi di riconoscimento del reo o nelle analisi di laboratorio.

Anche per noi autori, questo lavoro è stata una fonte di riflessione su quanto, sebbene in un sistema giudiziario differente come il nostro, questi aspetti andrebbero studiati e corretti per garantire una giustizia sempre più giusta.

Che proponete alla luce di questa esperienza?

Pensiamo che sia il caso di mutuare questa esperienza e modellarla sulla realtà italiana. Perché se ancora non è stato ancora svolto un lavoro strutturato come il loro, le cifre sborsate dallo Stato italiano per gli indennizzi relativi alle ingiuste detenzioni e ai risarcimenti per gli errori giudiziari dal 1991 al 2018, si aggirano intorno ai 790 milioni di euro.

Ma ancora più importante è che dietro queste richieste economiche ci sono persone colpite da un dramma personale. Una vicenda che ha modificato le loro vite per essere stati rinchiusi o condannati per reati mai commessi. Questo ci deve obbligare ad affrontare i dubbi, individuare gli errori e portarci verso una riforma del sistema giudiziario e di quello investigativo in particolare.

 

Come avete strutturato il testo pubblicato?

Nel libro abbiamo riportato le principali cause di errore, facendo sempre riferimento a casi americani o italiani. Come esempio, l’omicidio di Meredith Kercher, quello di Yara Gambirasio o quello di Marco Vannini, per citare i più recenti e discussi casi italiani.

E per ognuno, abbiamo cercato di individuare e analizzare gli aspetti di maggiore criticità. Per esempio a partire dagli errori che si commettono nelle prime fasi d’intervento sulla scena del crimine – una fase ancora connotata da troppa superficialità e incompetenza e dunque dalla mancata protezione della scena e da pericolose contaminazioni. Oppure quelli che riguardano prove scientifiche inaffidabili o le dichiarazioni di testimoni e persone informate sui fatti, il cui apporto, è troppo frequentemente relegato a contributi parziali e poco genuini o talmente intempestivi da ridurne l’efficacia.

Che conclusioni ne avete tratto?

Ne è emerso un quadro a volte preoccupante che mostra problemi comuni e trasversali ai diversi errori che affliggono la giustizia italiana. Su tutti, una carente o incompleta preparazione professionale causata dalla mancata adozione di protocolli d’intervento accreditati o di linee guida che si riversa negativamente sull’attività investigativa e penalizza seriamente ed irrimediabilmente le decisioni del giudice e dunque le sentenze.

Ovviamente, nel nostro lavoro di approfondimento e di confronto con il sistema americano e quello internazionale in genere, abbiamo cercato anche di individuare i correttivi e le possibili soluzioni. Ma ci siamo anche resi conto che prima di una grande riforma operativa è necessaria soprattutto una profonda rivoluzione culturale. La convinzione, cioè, che accanto a tanti professionisti che ogni giorno già garantiscono l’eccellenza, la giustizia abbia bisogno di mettere mano ad un sistema di seri programmi di formazione e specializzazione che, in ogni settore, assicurino, costantemente, competenze ed elevati standard di qualità.

  

a cura di Cristina Anichini

Per seguire le tappe del libro segui la pagina facebook 

 

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