L’attesa…

18 dicembre 2019 | commenti: Commenta per primo |
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L’attesa. Tempo di Natale, tempo di Avvento 

L’Avvento, per coloro che credono, indica un tempo in cui attendere la venuta al mondo di Gesù. E quindi, quale migliore occasione per scrivere un articolo che parli dell’attesa da un punto di vista psicologico?

La prima cosa che va detta è che, come quasi per ogni parola, anche l’attesa può avere un significato che va verso una direzione positiva ma, altre volte, può andare verso una direzione negativa.

Quando parliamo di un’attesa, diciamo, “positiva” facciamo riferimento a quella capacità di attendere, sostenendo il peso della frustrazione e rinunciando alla pretesa di ottenere tutto e subito. La nostra epoca è appunto quella della velocità e della soddisfazione, della gratificazione immediata e l’attesa è una delle condizioni che vengono vissute con maggior disagio.

Uno studio inglese ha calcolato il limite massimo di attesa

In media, in fila alla posta, in auto o al ristorante, si perde la pazienza dopo soli 8 minuti e 22 secondi. Davanti ad un computer, la soglia si abbassa ulteriormente: se si aspetta più di 1 minuto per un download, l’umore inizia ad alterarsi, raggiungendo il picco dopo 5 minuti e 4 secondi di attesa.

I risultati di questo studio sono molto interessanti, perché mostrano come nella società odierna la percezione del tempo abbia subito un cambiamento radicale, portando l’individuo ad essere costantemente veloce e reattivo, sempre in ansia per delle scadenze o impegni da rispettare.

 

E questa “incapacità di attendere” è facile poterla collegare a quelli che sono diventati veri e propri problemi di oggi, soprattutto nei giovani, come il bisogno quasi compulsivo di passare da un’esperienza all’altra e la facilità ad annoiarsi che conduce ad un senso di insoddisfazione generale.

Così si finisce per ricercare cose ed emozioni sempre nuove e tanto spesso anche relazioni sempre nuove, in un circolo vizioso fatto di entusiasmi che si accendono e si spengono con la velocità di un fiammifero.

Invece, un proverbio cinese ci suggerisce: “A chi sa attendere, il tempo apre ogni porta, collegando il momento dell’attesa ad una importantissima e ormai quasi dimenticata virtù: la pazienza.

La pazienza viene definita come: la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel compiere un’opera o una qualsiasi impresa.

Essere pazienti vuol dire quindi saper aspettare, saper attendere. Che cosa? Le risposte possono essere le più disparate: un evento desiderato, un incontro importante, il momento giusto per farsi vedere o per muoversi… un lavoro, una casa, una persona nella nostra vita, un figlio…

La parola “attendere” viene dal latino “ad tendere” e significa “distendersi”: cioè “volgere, aspirare ad un termine”. Non si tratta di rassegnazione o passività ma piuttosto della capacità di gestire le varie situazioni con lucidità, senza perdere la calma ed adottando un atteggiamento costruttivo.

Oggi la pazienza viene interpretata in modo erroneo e spesso viene confusa con l’inerzia o con la passività. Il tempo viene vissuto in modo adrenalinico e questa velocità porta a compiere errori di valutazioni enormi o a compiere azioni impulsive e rischiose.

La società odierna propone prototipi di successo immediato che diventano il modello da seguire per molti giovani, facendo passare il messaggio che tutto vada ottenuto velocemente e, se possibile, con il minimo sforzo.

Invece l’attesa, la pazienza vanno per una direzione opposta: invitano a fermarsi che, attenzione però, non vuol dire non muoversi affatto, vegetare in attesa che qualcosa di “magico” arrivi a stravolgerci la vita, quanto piuttosto muoversi meglio, prendendosi il tempo necessario per favorire una riflessione utile al nostro miglioramento.

La vera essenza dell’attesa è quella di un tempo in cui sperimentare consapevolezza e costanza, così da scoprire le proprie potenzialità e coltivare i propri talenti, resistendo alla tentazione di riempire a tutti i costi il “vuoto” che l’attesa stessa comporta, osservando ed osservandosi così da trasformare un momento di stasi in un atto di attenzione verso noi stessi.

Ma, se da una parte (come visto) va esaltato il valore formativo della pazienza nell’attesa, dall’altra ci sono persone che vivono la loro esistenza come se si trovassero in una sala d’attesa eterna, all’interno della quale perdersi in sogni che non si concludono in nulla. Essi si adagiano in quel tipo di attesa appunto “negativa” che si collega ad un altro dei mali della nostra odierna società: la procrastinazione.

Colui che procrastina sopravvaluta il tempo che ha a disposizione per realizzare compiti o progetti, rimane fermo in attesa di un “momento adeguato” il quale, ovviamente, non è mai il qui ed ora, non è mai adesso. Per cui rimane bloccato all’interno di una impasse nella quale quello che ripete a se stesso è “vorrei ma non posso”, di fatto incapacitandosi, togliendosi potere e credito.

Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, ha usato in molti suoi libri l’espressione “waiting for Santa Claus” : questa attesa di Babbo Natale si riferisce appunto al meccanismo di procrastinazione e di attesa di un evento spettacolare che giunga a cambiarci la vita.

Magari una vincita di soldi (le avete notate le file di persone, soprattutto anziani, che comprano i gratta e vinci?) o una promozione lavorativa che ci realizzi, il lavoro dei nostri sogni, l’uomo/donna o la casa dei nostri sogni, il figlio perfetto, il viaggio perfetto. L’atteggiamento può ricordare proprio quello dei bambini che aspettano di trovare sotto l’albero i regali che saranno la fonte della loro felicità.

E… quando questo non accade, allora reagiamo alla delusione ostinandoci ulteriormente e attendiamo il prossimo Babbo Natale… cioè aspettiamo che dall’esterno arrivi qualcosa o qualcuno a portarci la felicità che così intensamente ricerchiamo. Ma bambini non siamo e crescendo abbiamo imparato che la nostra felicità dipende da noi stessi, noi ne siamo responsabili.

Il “Waiting for Santa Claus” è un atteggiamento delegante con il quale ci deresponsabilizziamo e ci priviamo del potere sulle nostre vite. Oltretutto è un atteggiamento che ci impedisce di vivere e godere il momento presente, poiché ci mantiene emotivamente proiettati in un futuro che non sappiamo se mai esisterà.

Per questo motivo Berne sosteneva che coloro che vivono “aspettando Babbo Natale” in realtà stanno già sperimentando il “rigor mortis” “Sarò felice quando… accadranno certe cose…”.

Questo ci impedisce di essere felici ora, con quello che abbiamo nelle nostre vite. E in un certo senso significa rinunciare a vivere. Il paradosso è che viviamo da morti in attesa di una vita che illusoriamente aspettiamo.

Babbo Natale , inteso come tutto ciò oltre noi che ci deve portare gioia e felicità, non esiste. Ma il futuro, cioè le aspettative, i desideri e i progetti che noi vogliamo realizzare, invece esiste. Esiste in ogni passo che facciamo nel momento presente per rendere concreti i nostri progetti futuri, esiste in ogni decisione e scelta che compiamo in cui esercitiamo il nostro potere di autodeterminarci, essendo consapevoli che la vita è piena di limiti e di cose che non possiamo cambiare.

Ma, allo stesso tempo, riscoprendo ogni giorno la consapevolezza che noi abbiamo il potere di decidere cosa fare rispetto a questi limiti e di scegliere di godere il momento presente con ciò che ci offre. Quindi, il regalo che auguro ad ognuno di voi di farvi (da soli) per Natale, è proprio questo: datevi il permesso di essere felici oggi, nel qui ed ora delle vostre imperfette ma significative e fantastiche vite.

Buon Natale a tutti i lettori di Tablet!

 

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

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