Leonardo Pinto, intervista all’ “uomo del rum” italiano

10 ottobre 2018 | commenti: Commenta per primo |

Leonardo Pinto, intervista all’ideatore dello ShowRUM

Leonardo Pinto è l’uomo-rum italiano, ma con tantissima modestia si definisce solo un appassionato. Dalla sua mente, infatti, è nato ShowRUM, il festival italiano del Rum che da sei anni riunisce gli amanti del distillato nella Capitale e che aumenta sempre più l’interesse verso questo originale prodotto.

Allo ShowRUM migliaia di appassionati si trovano ogni anno alla corte di decine di produttori e non mancano le storie affascinanti come quella di McCoy personaggio vissuto negli Stati Uniti del proibizionismo di inizio ‘900 e del suo rum originario delle Barbados o come quella di un rum che affonda le sue radici nell’Oceano come l’agricole Trois Rivières della Martinica Francese, della Maison La Manoy.

Ma è difficile parlare solo di qualcuna delle etichette presenti, perché a fianco di marche consolidate sul mercato è impossibile non farsi attrarre da tanta originalità come il Sister Isles di St. Kitts and Nevis affinato anche nelle botti al cherry di Pedro Ximenez o  ancora dalla novità della Cachaça, una tra tutte la Capucana, una miscela unica che riposa in botti di rovere di bourbon americano, lasciate maturare ulteriormente nella famosa isola torbata di Islay, in Scozia. Fino ad arrivare all’Italia, con la bandiera tenuta alta fieramente dalla Roner.

Per questo, per saperne di più ci siamo affidati alle parole di Leonardo Pinto, appunto l’ ideatore e direttore di ShowRUM, che a margine dell’ultimo evento nella meravigliosa cornice del Lifesyle hotel, ci ha concesso una piacevole intervista.

Grazie Leonardo della disponibilità ma noi ti chiediamo subito uno sforzo in più rispetto alle solite interviste! Dicci qualcosa di originale sul Rum, qualcosa che non hai già detto a qualcuno!

leonardo-pinto-intervista-showrum-2018-13Io parlo tanto quindi è difficile! Ma sicuramente posso raccontarti della nuova tendenza della microdistilleria italiana, ne abbiamo un esempio qui con Roner, con R74, che probabilmente potrebbe diventare una tendenza molto carina in futuro. Sì, perché le distillerie noi le abbiamo, la tecnologia c’è, le conoscenze ci sono sia di fermentazione che di distillazione… il palato è quello italiano quindi c’è assolutamente!

Non è una cosa così fuori dal comune importare melassa e produrre rum, in America lo fanno dalla notte dei tempi  per questo fenomeno della microdistilleria: ecco, probabilmente mi aspetto di qui a breve un’esplosione di prodotti rum, stranamente, italiani.

In fatto di novità mi sembra che anche la cachaça stia prendendo sempre più spazio.

La cachaça è un mondo e gli si deve tutto il rispetto che si deve a qualsiasi altro distillato! Il problema è che viene da un Paese come il Brasile che tendenzialmente ha un po’ di difficoltà a promuoversi all’estero.

A parte la tendenza comune di identificare la cachaça come quello cosa che finisce in zucchero e lime per fare la capirinha, nessuno gli ha mai detto la giusta identità. Ma questo è un problema che c’è stato anche col rum fino a vent’anni fa, che era quella cosa che finiva nella Coca Cola.

Diciamo che il futuro della cachaça sarà agevolato soprattutto a livello comunicativo nel momento in cui veramente si riuscirà a far capire che è un rum a tutti gli effetti e quindi la strada che sta spianando il rum inevitabilmente accompagnerà anche la cachaça, un po’ come il fratello maggiore che apre la strada con i genitori al fratello minore. Però la cachaça, tra l’altro, è un rum agricole con un’origine e con un disciplinare che è il Brasile, quindi, insomma, ne ha di cose da dire!

Cominci a sentire il peso della responsabilità di questo aumento esponenziale interesse verso il rum in Italia? E ormai anche a livello europeo, con tante attività che svolgi all’estero, cominci a sentirti l’uomo-rum italiano?

In verità no, nel senso che comunque il mio obiettivo fin dall’inizio è sempre stato quello di fare il possibile per comunicare quello che riesco ad apprendere, continuo a studiare come un ragazzino, mi piace girare con l’occhio del bambino in cerca di qualcosa di nuovo e mi piace trasmettere quello che è la mia passione.

ShowRum è emozionante per quello che è il festival, perchè obiettivamente vuol dire che il mio lavoro viene riconosciuto anche da tutti i brand che ogni anno investono su di me e su di noi, perchè siamo un  team , decidono di venire qua ed è bello. Però non mi sento l’uomo-rum, mi sento un appassionato che rema verso la direzione giusta, quella verso cui tutti gli appassionati di questo settore dovrebbero andare, da chi fa commercio, come gli importatori e i distributori, a chi parla al pubblico in tutte le vesti possibili e immaginabili.

Remiamo per fare cultura, per far passare un messaggio in cui il rum non è soltanto, come dicevamo prima, il prodotto che si beve con la Coca Cola, ma un distillato con una sua identità che ha una sfaccettatura e una varietà incredibile, nonchè una qualità che non ha nulla da invidiare a qualsiasi distillato.

Domanda d’obbligo, tutta questa passione da dove viene, com’è nata?

Vengo da un piccolo paese in provincia di Modena, dove mi sono trasferito a 14-15 anni, e c’era un bar non lontano da casa mia, dove il barman aveva una piccola selezione di rum che non erano i classici che si trovavamo dappertutto. C’è stata subito la curiosità di dire che roba è, buttalo nel bicchiere e vediamo cos’è e mi sono completamente innamorato.

Per cui alla fine ogni volta cha andavo fuori cercavo qualsiasi cosa fosse possibile, prendendo anche delle cantonate clamorose all’inizio, però qualsiasi cosa trovavo che aveva la scritta rum sull’etichetta la dovevo assaggiare.

La settima edizione di ShowRUM è stata archiviata come un grande successo, ci sono già progetti per il futuro?

Stiamo già lavorando per la prossima edizione. Non sembra ma quando aprono le porte dell’edizione in corso si comincia già a lavorare per l’edizione dopo. Diciamo che quello che verrà fatto il prossimo anno, a livello di punto focale, sarà quello di implementare questa nazionalità e questa concentrazione sul rum come un evento nazionale, perché ormai è inevitabile.

Noi veniamo dal mondo del whisky, parliamo di scotch, parliamo di irish… per me è banale pensare a una legislazione, quando si parla del mondo del rum tutti dicono non c’è legislazione, ma non è vero! Quando si parla di rum si parla di centinaia di paesi produttori e inevitabilmente ci sono centinaia di legislazioni e purtroppo la gente è pigra, è questo il problema.

Nello scotch si studiano uno o due disciplinari di base, poi magari anche l’indiano, giapponese diciamo, invece il rum se vuoi capirlo davvero dovresti studiarti tutti i disciplinari, quindi questo sarà il prossimo step di ShowRUM. Non so se e cosa riusciremo a fare a fare ma questo è quello che ho nel cervello adesso!

Per chi ha mancato l’evento, non resta che dare appuntamento alla prossima edizione di ShowRUM con Leonardo Pinto e tanti, davvero tanti rum da scoprire, ognuno con una storia che vale la pena conoscere.

Intanto per saziare la vostra sete, anche di conoscenza, vi consigliamo i libro di Leonardo Pinto, edito da Tecniche Nuove, “Il mondo del rum”, la guida tecnica completa per orientarsi nel mondo del rum e della cachaça, il risultato di vent’anni di ricerche fatte dall’autore nel settore dei distillati da canna da zucchero!

di Lorenzo Sigillò

foto di © Barbara Donzella

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