Libia, crisi internazionale

8 maggio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Il puntuale incartamento della diplomazia italiana

La guerra civile in Libia e la crisi internazionale che ne deriva, al di là della tragedia immane che rappresenta per milioni di persone, fa riemergere un aspetto italico che nei momenti di massima tensione appare magicamente dal nostro imperfetto Dna.

L’attacco delle truppe del Generale Khalifa Haftar all’attuale massimo rappresentante del governo libico, Fayez Al Sarraj, riconosciuto come tale dall’Onu ma non dall’intera comunità internazionale, fa riflettere su diversi fronti.

Il primo riguarda i Paesi che come l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Russia e la Francia pur con degli ambigui distinguo, appoggiano anche economicamente il Generale Haftar, leader della Cirenaica e insediato a Tobruk come un Capo di Stato.

Il secondo punto afferisce al dramma dei migranti che proprio dalla Libia hanno i loro porti d’imbarco verso l’Europa, anche se sarebbe meglio dire verso l’Italia.

Il recente attacco delle truppe di Haftar alla città di Tripoli, ha riportato alla luce il dramma dell’invivibilità di uomini, donne e bambini nei centri di accoglienza libici, attrezzati – si fa per dire – per la permanenza prima degli imbarchi. Oltre ai servizi giornalistici di denuncia che (a dir vero) assai poco sono passati in TV negli ultimi mesi, stavolta le violenze si sono concretizzate in un’irruzione con sparatoria che ha lasciato diversi migranti in terra.

L’orrore vissuto da questi esseri umani provenienti da diversi Paesi dell’Africa centrale, crea sgomento nell’opulenta opinione pubblica del vecchio Continente.

L’Europa tuttavia altro non fa se non limitarsi a condannare solo a voce la tratta di esseri umani ad opera di scafisti e organizzazioni criminali senza scrupoli. Scafisti che, per la cronaca, dalla caduta del regime di Gheddafi, partono dalle coste della Tripolitania e non da quelle della Cirenaica sotto il controllo delle truppe del Generale Haftar.

E per tornare al nostro Dna, anche in questa occasione abbiamo dimostrato al mondo come sappiamo  proteggere i nostri interessi che ammontano a miliardi di investimenti. Questo grazie alle imprese italiane che gestiscono pozzi di gas e di petrolio in Libia. I nostri interlocutori principali invece traballano e le alleanze che apparivano solide iniziano ad affievolirsi. La diplomazia italiana sembra che cominci a prendere le distanze da chi è in difficoltà, come Al Sarraj, trovandosi contro tre potenze nucleari del calibro di Russia, Francia e Stati Uniti.

Stati Uniti che, peraltro, sembra abbiano dato all’Egitto, tramite il Presidente Trump, il nulla osta americano all’azione militare di Haftar.

La sindrome da 8 settembre dunque continua, confermando l’inaffidabilità dell’Italia come alleato che in modo spesso maldestro e talvolta sfacciato, cerca di lanciarsi dalla parte del più forte per tentare di mantenere, come nel caso della Libia, un’improbabile centralità nelle trattative tra le parti in conflitto.

di Stefano Quagliozzi

Direttore Responsabile TabletRoma

 

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