LOVE. Beatles e la Rivoluzione delle parole

15 gennaio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Serata evento con Michelangelo Iossa di sabato 19 gennaio, a Roma.

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Parlare dei Beatles è sempre difficile, perché il loro “passaggio” è stato talmente impetuoso che, forse, persino gli stessi protagonisti, non ne hanno colto appieno le proporzioni.

Il mondo stava cambiando e, negli anni ‘60, era in atto una vera e propria rivoluzione culturale e sociale.

Se volessimo provare a fermare alcuni momenti di quel periodo, sicuramente sarebbero polaroid di Kennedy e delle lotte per i diritti civili di Luther King.  E poi Woodstock, Che Guevara, la guerra in Vietnam, i carrarmati su Praga, la conquista della Luna, la dittatura dei colonnelli in Grecia e le contestazioni universitarie, il tutto inframmezzato da immagini dei Beatles.

E proprio fra poco ricorrerà una data storica. Stiamo parlando del 30 gennaio 1969, quando i Beatles suonarono insieme per l’ultima volta, sul tetto della sede londinese della Apple Records, al numero 3 di Savile Row. 

Il gruppo suonò cinque canzoni, ripetendole diverse volte, per un totale di 42 minuti di concerto. L’esibizione si interruppe, però, all’improvviso per l’arrivo della polizia, che intervenne a causa dell’alto impatto acustico della live-performance e dell’ingorgo stradale creatosi nei dintorni del palazzo.

Proprio per ricordare quel momento di 50 anni fa, il Circolo letterario Bel-Ami ha deciso di organizzare per sabato 19 gennaio, alle ore 18:30 (Via Pietro della Valle 13 c a Roma, presso gli spazi Oroincentri), una serata evento gratuita dal titoloLOVE. Beatles e la Rivoluzione delle parole, in cui Michelangelo Iossa, accompagnato da Barbara Donzella (vicedirettore di Tablet Roma),  condurranno il pubblico nella poetica e nelle note dei Fab Four.

Michelangelo Iossa

Iossa, giornalista/storyteller, musicista e beatlesiano (oltre che beatlesologo, in quanto studioso del fenomeno), racconterà aneddoti e curiosità del quartetto di Liverpool  e trasporterà il pubblico in un vero e proprio viaggio sonoro, eseguendo, chitarra e voce, alcuni tra i brani più famosi e carichi di significato della band.

A fare da timone ci penseranno le pagine di “Love. Le canzoni d’Amore dei Beatles”, ultima fatica dello stesso Iossa, che esplora tutta la discografia dei Beatles in tema amoroso.

Il libro, partendo dal singolo d’esordio “Love Me Do del 1962, ripercorre il percorso musicale del gruppo, fino ad arrivare fino al colossale collage sonoro “Love” degli anni Duemila, puntando la propria attenzione sui testi delle canzoni e la loro maturazione.

Abbiamo chiesto a Michelangelo di raccontarci come mai il fenomeno dei Beatles sia ancora così vivo ai giorni nostri, e non solo.

Ciao Michelangelo e grazie per aver raccolto il nostro invito. Comincerei col chiederti qual è, secondo te, la forza della musica dei Beatles e perché la loro influenza è stata così rivoluzionaria.

La loro potenza espressiva è data da tanti elementi che, forse, oggi sono irriproducibili insieme. Nel caso dei Beatles si è manifestata una congiuntura di fattori storici, sociali, musicali e anche territoriali che sono unici nel loro genere.

Esplodeva il fenomeno della swinging London e Londra come epicentro della Pop Culture e il 5 ottobre 1962 (giorno in cui usciva il primo singolo “Love Me Do”) è anche il giorno in cui esce nei cinema il primo film di OO7 “Licenza di uccidere”.

L’Inghilterra prende lo scettro della cultura popolare e i Beatles si trovano al posto giusto nel momento giusto.

I Beatles raccolgono l’eredità del Rock & Roll americano ma la portano in una forma artistica completamente diversa, importante e profonda. Nei loro concerti sorridono, piacciono alle ragazzine, scuotono i caschetti, ma in quelle canzoni ci sono tessiture armoniche complesse, cori molto complicati e una scrittura soprattutto musicale e, dal ’64-’65, anche una scrittura testuale molto profonda, che poi è al centro del mio libro”.

Come mai, nel tuo libro, hai deciso di analizzare le canzoni dei Fab Four dal punto di vista dell’Amore?

La scelta di dedicare un intero libro all’amore visto con gli occhi dei Beatles è una scelta che viene da lontano. Nel 2004 uscì un mio precedente libro che si chiamava “Le canzoni dei Beatles” nella collana “Pensieri e Parole” di Editori riuniti, un libro che ebbe anche un certo successo di critica e pubblico, soprattutto presso gli appassionati dei Beatles, di musica pop e degli addetti ai lavori.

Da quel libro in poi non ho mai smesso di continuare a lavorare sull’apparato testuale dei Beatles e da una serie di interviste mi resi conto che gli stessi Beatles parlavano spesso dell’amore e davano a questa parola un significato di bussola della loro stessa carriera.

C’è una famosa intervista degli anni ’90 di McCartney, in cui dichiara “Il nostro primo singolo è “Love Me Do” del 1962. L’ultima canzone di Abbey Road, che è l’ultimo disco inciso insieme dai Beatles – ma il penultimo pubblicato – è “The End” che dice: “The love you take
Is equal to the love you make
” (L’amore che ricevi è uguale all’amore che viene generato).

Questa chiusura quasi karmica lancia, quindi, un segnale di amore universale.

E ancora, oggi in scena a Las Vegas, al teatro dell’Hotel Mirage, il Cirque du Soleil regala al pubblico uno spettacolo multimediale, immersivo, dedicato alle musiche dei Beatles che si chiama semplicemente “Love”.

Quindi effettivamente la grande matrice di lettura della carriera dei Beatles è proprio l’Amore.

Quale aspetto dell’amore ricollegheresti ad ognuno dei Beatles?

“A John Lennon ricollegherei l’Innamoramento, perché Lennon è quello che dà “lo squillo alle trombe” della carriera dei Beatles. È il fondatore dei Quarrymen, che è il primo embrione dei Beatles ed è quello che in qualche modo rappresenta il capitano della squadra. Non il più importante, ma il fondatore.

E questo suo ruolo rimane per un bel po’ di tempo, sino a quando le geometrie all’interno dei Beatles, iniziano ad avere una forma di reale democrazia, vale a dire quando decidono che ogni decisione debba essere presa dal gruppo all’unanimità. Quindi potremmo dire che John Lennon è l’Innamoramento perché è la grande energia dell’inizio, come in tutte le coppie.

Paul McCartney è la Memoria. Scrive canzoni come “Yesterday”, “Penny Lane” perché per lui la memoria è un valore fondamentale.  Anche quando erano ancora vivi George Harrison e John Lennon era sicuramente McCartney  quello più legato alla memoria dei Beatles. E, forse, se oggi stiamo ancora a parlare di loro, lo dobbiamo in qualche modo alla sua eredità, alla sua regia occulta che ha legato ai Beatles una grande narrazione di memoria.

Ringo Starr è l’Amicizia, perché quando entra nei Beatles, la band pubblica “Love Me Do”.  In qualche modo è una specie di fattore fortuna della band. Mancava questo collante. Prima c’era un altro ottimo batterista Pete Best, ma è quando entra Ringo Starr in scena che i Beatles diventano quelli che conosciamo.

Quindi in qualche modo è l’amico. Lui stesso racconta “Io sono figlio unico. Poi entro nei Beatles e, improvvisamente, trovo 3 fratelli”. Non a caso è lui che viene scelto da Lennon e McCartney per cantare l’inno all’amicizia che è “With a little Help from my friends”.

Ultimo George Harrison. A Lui ricollego il concetto di Amore Universale, perché i Beatles avevano la fama, il successo, la ricchezza, le donne. Avevano tutto quello che un ragazzo di poco più di vent’anni potesse desiderare, ma mancava qualcosa.  E quel qualcosa, forse, era la ricerca spirituale. E lo porta George Harrison.

Nel 1966 va in India per un viaggio importantissimo e dall’anno successivo trascina gli altri 3 a visitare l’India, sino a trasferirsi lì per diversi mesi, nel 1968, per meditare in un ashram del Maharishi Mahesh Yogi  e loro sono i primi inglesi ad andare in India non per colonizzarla, ma per voler essere colonizzati dalla spiritualità indiana. E anche i primi a lanciare la moda dell’India, dei colori indiani e delle sonorità indiane”.

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Uno dei 6 capitoli presenti nel tuo saggio è quello sulla Memoria, che arriva prima del finale sull’Amore Universale. Come mai hai dedicato proprio un capitolo alla Memoria e hai voluto chiudere con l’Amore Universale?

Ho voluto dedicare un capitolo alla Memoria, perché per i Beatles la memoria è una forma d’amore. Lo è “Strawberry fields forever”, dedicato a un luogo reale, come anche “Penny Lane” o “Yesterday”. Sono molte le canzoni legate alla memoria.

Ogni luogo, che sia anche una pietra o una mattonella, una panchina, uno scorcio, o una piazza, può diventare deposito di ricordi.

Ad esempio McCartney scrive “Penny Lane” perché quella è la rotonda dei pullman nella piazza dove s’incontra con George Harrison e parlano di chitarre, musicisti, rock&roll. E da lì nasce una delle storie più belle dell’intera storia del rock.

Chiudo il mio libro con il capitolo dedicato all’Amore Universale, anche perché è un percorso, che se dapprima riguarda due persone, alla fine le comprende Tutte. E i Beatles all’amore universale dedicano una buona fetta della propria carriera. Basti pensare a “All you need is Love” o “Here comes the sun”.

Se dovessi invogliare un ragazzo d’oggi all’ascolto dei Beatles, quale brano sceglieresti e perché?

Bisognerebbe capire l’età del ragazzo, perché direi che bisogna segmentare le canzoni dei Beatles con differenti piani di lettura. I Beatles oggi sono citati dai Simpson ai Minions, passando per “Forrest Gump” sino ad arrivare alla serie “Big Bang Theory”, in cui i quattro personaggi sono modellati sui 4 Beatles. E poi tantissimi altri film citano i Beatles.

Se fosse un bambino, dai 6 ai 10 anni, sceglierei “All together now”, “Yellow Submarine” o la saltellante “Obladi oblada” (che però nasconde di più).

A un adolescente, invece, direi di avvicinarsi attraverso altre canzoni, che sono più legate al futuro, alla speranza, alla positività. Penso a “Here comes the sun”, “We can work it out” “ I feel fine”, Penny Lane”. Canzoni che sono acquerelli, ma che sono anche riflessioni proattive sulla vita futura.

A un postadolescente, e quindi a tutti sostanzialmente, suggerirei l’ascolto di canzoni di grande innovazione come “A Day in the Life”, a suo modo anche “Eleanor Rigby”, “Yesterday”.

E forse per un’età matura suggerirei due brani. Uno è “Hey Jude”. Dice McCartney “prendi una canzone triste e rendila migliore”, che starebbe a dire “prendi coraggio e affronta le tue decisioni”.

L’altro brano è “Let it Be”. In un momento di difficoltà non farti incupire, a un certo punto tutto avrà una sua forma.  Appunto, come dice il brano, “Lascia che sia”, inteso non come mollare, ma come fermarsi, respirare e tutto andrà bene… Let it Be”.

Ringraziamo Michelangelo Iossa per il tempo concesso e invitiamo i lettori di Tablet Roma a partecipare alla serata gratuitaLOVE. Beatles e la Rivoluzione delle paroledi sabato 19 gennaio, ore 18:30, Via Pietro della Valle 13 c, Roma, dove per l’occasione verrà allestita una mostra sui Beatles, con stampe, gadget e cimeli. 

di Martino del Volo

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