Musica alternativa: Kerli, Nina Nesbitt e dodie

13 marzo 2019 | commenti: Commenta per primo |

Tre Storie di Musica Alternativa.

Kerli, Nina Nesbitt e dodie, tre storie di musica alternativa nelle nostre recensioni dei loro nuovi lavori

La metamorfosi di Kerli: Shadow Works

Alla fine degli anni duemila, qualunque fan del pop alternativo aveva almeno un complimento da rivolgere a Kerli. La cantante estone, ai tempi, era riconoscibile a prima vista dalle parrucche bianco avorio, dal trucco pesante dai toni freddi, e dai costumi in stile fantasy che caratterizzavano i suoi photoshoot e i suoi video.

Questo fino a Utopia, il suo secondo EP uscito nel 2019: per il suo ritorno in sordina, nel 2019, Kerli Kõiv si lascia alle spalle corna da unicorno, orecchie a punta e corsetti, prediligendo invece un’atmosfera dark, con abiti in latex nero e capelli corvini, contro i quali spicca il pallore del suo viso.

Shadow Works si fonda su beat elettronici cupi e raggelanti, che rimandano alla moda deep house di metà decennio. La vena pop della cantante, condita dalle immagini gotiche e pittoresche che hanno da sempre caratterizzato il suo stile scrittorio, continua a far da padrone.

La scelta di abiti scuri, tuttavia, non è a caso: il tono di buona parte dell’album abbandona l’ottimismo e la spensieratezza dei tempi di The Lucky Ones e Zero Gravity e si tuffa nel tumulto delle emozioni più negative, dal rancore di Savages al completo abbandono del sé di Where The Dark Things Are.

Una vena senza dubbio sperimentale, seppur compensata da momenti più luminosi quando necessario. Legends riprende dell’omonima degli Sleeping With Sirens non solo il titolo, ma anche il tono di empowerment rivolto ai giovani, mentre Giving Up The Ghost celebra l’abbandono dei demoni passati e il raggiungimento della pace verso di sé.

Non si può infine non menzionare Tuleloits, cantata in estone, che riafferma l’identità europop della cantante con orgoglio ed eleganza. Senz’altro un cambio di atmosfera inaspettato, e forse confusionario verso i fan di lunga data, ma allo stesso tempo un ritorno di fiamma con tutti i crismi.

L’evoluzione di Nina Nesbitt: The Sun Will Come Up, The Seasons Will Change

Seppur pressoché sconosciuta tanto in Italia quando in America, la venticinquenne Nina Nesbitt è una delle regine musicali della Scozia.

La ex modella è salita alla ribalta nel 2012, accompagnando Ed Sheeran nel suo VH1 You Oughta Know Tour, e ha pubblicato il suo primo album, Peroxide, nel 2013. The Sun Will Come Up, The Seasons Will Change la vede avvicinarsi alle mode correnti, ma senza che alcuna sua azione si presenti come un tradimento allo stile che l’ha caratterizzata nei suoi primi momenti.

Lo stesso Peroxide, accolto dalla critica in modo ambivalente, era fondato su canzoni pop leggere e orecchiabili, guidate dalla linea vivace della chitarra acustica.

Per la Nesbit è facile aggiornarsi senza intoppi alle musiche del momento: l’album pesca a piene mani dalla linea introspettiva di Alessia Cara, dalla performance sottile di Halsey e dai ritmi minimalisti di Julia Michaels, ma privandole della facciata da ragazza della porta accanto che le rende odiose ai fan del pop di vecchia data.

In canzoni come Empire si sente anche un’altra delle sue principali influenze, la megastar Taylor Swift, ma la sua presenza ingente non deve spaventare: niente dramma spicciolo e risposte agli haters in questo introspettivo album, che racconta eventi semplici e sentimentali in modo autentico, mai timido o impacciato.

Si sente fino in fondo la crescita artistica della cantante, il suo desiderio di raccontare sé stessa in tutte le sue sfaccettature. Inclusa la paura, ed ecco che la potente Empire è seguita dalla più dolce Chloe, e dalla sua candida ammissione di “non aver trovato la risposta”. Tuttavia Nina Nesbitt non dimentica le sue radici pop, e nell’album non c’è nulla di lento, né di noioso.

Quindi, nei momenti di incertezza, ricordatevi che il sole sorge sempre: il difficile verrà dopo, quando diventerà impossibile togliersi dalla testa il ritornello di Loyal To Me.

La ribalta di dodie: Human

Sulla copertina del suo Human, dodie evita la telecamera con lo sguardo. È perfettamente ordinaria nella sua camicetta bianca, e stringe in mano un mazzo di girasoli, unica nota di colore nell’immagine.

Dorothy Miranda Clark proviene dal mondo di YouTube, da un canale specializzato in cover di canzoni di artisti che vanno da Neil Diamond a Jessie J, da Elvis Presley a Mika.

Pubblica EP già da anni, ma è il suo terzo, human, a rappresentare il suo definitivo arrivo nel mondo del pop. Il suo fanbase è piccolo, ma molto affezionato, e la sua fama in crescita le ha fatto ottenere il quinto posto nella Official UK Album Charts.

E per quello che vale, Human rappresenta un ottimo benvenuto. Se c’è ambizione di marketing nell’album, è senz’altro difficile da vedere. Un highlight immediato è la ballata She, serenata d’amore alla ragazza del cuore della cantante – dodie è dichiaratamente bisessuale e non nasconde niente di sé nella sua musica.

Eppure, She è priva di potenza teatrale, e dei giovani possiede anche i difetti: l’immagine della ragazza amata in una foto polaroid è più hipster di tutta la discografia dei Chainsmokers, e chiunque l’abbia messa lì deve esserne stato consapevole.

L’album è gestito con molta onestà, scritto e prodotto quasi completamente dalla cantante, e non manca di momenti curiosi: la stessa opener, Arms Unfolding, è cantata completamente a cappella. Ma senz’altro, il pinnacolo dell’album (e per ora, della carriera della stessa Dodie) è il duetto con Tom Walker, uno dei cantanti alt-pop più celebrati al momento in Inghilterra.

La title track trabocca di tutto l’affetto che i due artisti si promettono nel testo: ma anche dell’inquietudine, perché la vita è complicata e anche l’amore può degenerare in dipendenza reciproca. Un soggetto delicato, ma ben gestito, con tutta la maturità che si richiede a una giovane debuttante.

di Maria Flaminia Zacchilli

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