Paesi terremotati, un altro inverno

13 novembre 2019 | commenti: Commenta per primo |

Paesi feriti. E ricomincia un altro inverno …

Ho avuto, recentemente, occasione di recarmi nelle Marche, una Regione dalle straordinarie caratteristiche paesaggistiche, morfologiche, economiche. Nel mio caso anche affettive, visto che per decenni è lì che ho passato le mie vacanze d’estate.

Riconosciuta da tutti come una Regione molto produttiva, con un buon PIL, corredata di lavoratori instancabili e di buoni amministratori della “res publica”. Perfino le coltivazioni collinari, viste dall’alto saltano all’occhio perché sembrano un ricamo, tanto sono precise nelle loro forme geometriche.

Ebbene, questa meraviglia di terra, profondamente ferita dal terremoto di tre anni fa, assieme ad altre in Umbria, Lazio e Abruzzo, risulta ancora lontana da una ripresa della normale vita di tutti i giorni.

Nel percorrere la strada che da Roma porta alle pendici dei Monti Sibillini, infatti, mi sono imbattuto in una serie di insediamenti urbani ancora completamente stravolti. Palazzi puntellati e imbracati da ponteggi e da fasciami di legno. Macerie ancora a vista, ruderi non ancora abbattuti e intere zone interdette al transito fanno delle cittadine che si affacciano sulle vie principali e secondarie – un tempo rigogliosamente gremite di persone e di attività culturali e commerciali – delle aree pressoché fantasma.

Piccole città come Muccia, Ussita, Visso, Caldarola, Camerino, Gualdo di Macerata o Tolentino vedono ancora, purtroppo, i segni evidenti di un cataclisma che ha colpito duramente la popolazione e il territorio con le forti scosse telluriche dell’ottobre 2016.

Anche il Patrimonio Culturale ha subito un grande sfregio e si spera possa essere restaurato al più presto, per dare ai cittadini un segnale che nonostante gli sforzi degli Enti locali e dell’Amministrazione centrale dello Stato non abbiano prodotto i risultati sperati, qualcosa nella macchina burocratica si muove ugualmente.

In alcuni casi le funzioni religiose che venivano svolte in piccole ma antiche chiese, divenute ora inagibili, sono state trasferite in capannoni, garage o altri luoghi di fortuna.

Sarà a causa dei paletti dell’Unione europea per i vincoli di bilancio, sarà per l’eccessivo indebitamento dell’Italia che non consente di sforare il 3% del rapporto deficit-Pil, sarà per il mancato sblocco dei lavori per le opere pubbliche o sarà per le priorità date ad altre emergenze ma la situazione è rimasta invariata

Già dal precedente sisma dell’Aquila, la passerella di politici di ogni colore e fazione non ha risolto il problema alla radice, lasciando una parte del Paese da solo ad affannarsi con la tipica inventiva italica, per sopperire alle carenze dello Stato e dell’Europa.

Per non dimenticare e per non ricordare questo evento solo in occasione degli anniversari, occorre mantenere vivo il ricordo di ciò che era – e che si spera torni ad essere – ogni volta che sia possibile.

Occorre suscitare in coloro che stimolati a pensare alla tragedia vissuta da concittadini più sfortunati, rivolgano un pensiero, un segno tangibile, un’occasione di incontro, una visita di persona in quelle terre.

 

Lì dove spesso, tra impalcature e macerie non ancora del tutto rimosse e in attesa di una ricostruzione che sostituisca le casette messe provvisoriamente a disposizione dalla Protezione Civile, alcune aziende agricole e taluni storici esercizi commerciali resistono a dispetto di tutto e tutti, dimostrando una volontà e una caparbietà pari a quella messa in campo 43 anni fa dal popolo friulano, dopo un’analoga tragedia portata, anche quella volta, dalla forza incontenibile della natura.

di Stefano Quagliozzi

Direttore Responsabile

 

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