Parenting: essere genitori perfetti è un mito

6 marzo 2019 | commenti: Commenta per primo |

Gli scambi emotivi tra genitori e figli raccontano un’altra storia: parliamo di Parenting

“Lui mi salvò la vita, sapete? Trent’anni fa fui accoltellato in un bazar a Calcutta, lui mi portò in spalla fino all’ospedale.”
– “Chi ti aveva accoltellato?”
” Sempre lui”
Questo era Gene Hackman, nei panni di Royal Tenenbaum, uno dei genitori più disastrosi della storia del cinema.

Ma nel mondo reale la tendenza è tutt’altra.

Si chiama parenting.

E significa “fare i genitori”. Per comprendere il peso specifico di questo dominio basta guardare la mole di contenuti dedicati in rete alle strategie vincenti per crescere i figli.

Come negli altri domini della vita – la carriera, ad esempio – anche nella sfera intimissima della genitorialità, cresce la pressione della performance.

Sarò una madre trascurante? Ansiosa? Sarò un padre assente? Giudicante?

Quello che faccio con il mio bambino, va bene? A volte solo la sola domanda fa tremare i muri, e la problematica merita più che una riflessione.

Rispetto alle richieste associate alla genitorialità che gravitano come satelliti nell’etere, ogni neogenitore si trova a confrontare la distanza tra le aspettative legate al ruolo e la percezione della propria relativa competenza. Ne deriva che il confronto con il modello ideale spesso genera sentimenti di ansia, sensi di colpa e frustrazione.

I modelli genitoriali hanno subito una rapida rivoluzione. Siamo lontani anni luce dall’immaginario del buon padre di famiglia, che definisce gli aspetti normativi del microcosmo famiglia e si incarica per lo più del suo sostentamento materiale e della moglie e madre devota, che occupa il suo tempo a crescere i figli in un clima di serenità e premura. Va da sé che nell’incontro con la realtà poi queste figure archetipiche mostrassero tutte le loro ombre (ce lo ha detto bene Kafka con la sua lettera al padre e la psicoanalisi ce lo ha anche interpretato): tuttavia erano quelle.

La società contemporanea ha moltiplicato i modelli e frammentato l’offerta di identificazioni, in modo che è compito spesso molto arduo trovare un filo rosso, una coerenza narrativa tra tutti gli abiti che vengono proposti. Eppure le luci sono tutte accese ed è difficile sottrarsi alla fatidica domande:

sono/sarò un bravo genitore?

Non è poi solo una questione di modelli. La complessità di mettere al mondo un figlio in una società non a misura di bambino soprattutto nei grandi centri urbani, le difficoltà economiche che i nuovi nuclei devono affrontare, spesso rendono ardua la realizzazione stessa del progetto. Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, a cui dedichiamo il nostro approfondimento, è una delle sfaccettature di questa complessità.

E’ quindi evidente che in questo scenario c’è un grave difetto di sintesi: nonostante si parli moltissimo della difficoltà di essere genitori oggi, di dover armonizzare la carriera con la vita intima, il tempo libero con il tempo impegnato in attività, il tempo per sé con il tempo per gli altri, la tenerezza con la fermezza, e molte altre coppie di opposti, si è poi ostinatamente inflessibili di fronte alla seduzione della performance perfetta. E si rimane così imbolsiti e timorosi, come davanti alla lavagna di una interrogazione da incubo, alla continua ricerca di legittimazione (anche dai figli stessi, andando un po’ più avanti nel percorso).

Il guardare costantemente fuori, facendo una tara perpetua tra quello che bisognerebbe essere e quello che si è, ha l’effetto paradossale di far perdere il centro della responsabilità. Ci si può trovare, per controbilanciare la frustrazione e i sensi di colpa, a manipolare le proprie reazioni emotive ed il proprio agire, perdendo la relazione profonda con l’istinto e con quella qualità del sentimento che funge da capacità di intima valutazione: si cerca l’approvazione di un collettivo immaginario e da quello stesso collettivo immaginario ci si sente severamente giudicati e così si perde aderenza rispetto alla consapevolezza di sé e ai moventi profondi e singolari del proprio essere nel mondo, compreso il mondo che ha dentro un bambino appena nato.

In un’interessante intervista sul tema Alison Gopnik, psicologa e docente di Berkeley, ci assicura che

essere genitori non è un lavoro.

Una cosa su cui le ricerche sul tema convergono è che i bambini, anche molto piccoli, “sentono” la relazione. Perché lo scambio avviene prima e nonostante le azioni o i dettati specifici, è biologicamente e psicologicamente basata su un livello percettivo sottile e arcaico, perlopiù pre-simbolico e non verbale. I bambini possono percepire uno stile di attaccamento ambivalente nonostante ci si impegni con la volontà a essere emotivamente coerenti, così come può percepire un attaccamento sicuro nonostante le oscillazioni umorali dei genitori. La relazione si fonda su una comunicazione che si costruisce nel tempo, una comunicazione fatta di vicinanze abissali, di esempi da imitare, di corrispondenze che si saldano, di fiducia nell’alterità che sempre definisce la relazione.

“I bambini sono come contatori Geiger emotivi”, ha dichiarato Mark E. Cummings, professore di psicologia presso l’Università di Notre Dame, che ha condotto per più di 20 anni studi approfonditi sui bambini. I bambini, ha spiegato, sono incredibilmente in sintonia con la comunicazione emotiva che intercorre all’interno del contesto familiare; questo è anche il motivo per cui i bambini sono estremamente sensibili ai conflitti silenziosi tra i genitori (QUI un altro articolo dell’Ordine degli Psicologi del Lazio dedicato al tema), da una parte, e all’armonia profonda, dall’altra.

Quindi possiamo anche rilassarci un po’. Però non lo lasciamo piangere troppo, che poi suonano i vicini.

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a cura dell’Ordine degli Psicologi del Lazio

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