RomAfrica Film Festival

10 luglio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Dall’ 11 al 14 luglio ecco il RomAfrica Film Festival.

Il RomAfrica Film Festival è un evento giovane – si terrà proprio questo mese la quinta edizione – ma la sua importanza culturale è già immensa, non soltanto per gli afrodiscendenti che popolano il nostro paese.

C’è un cinema in sordina, in Africa, prolifico e creativo quanto quello dell’Occidente e in progressiva risalita nell’interesse nazionale.

L’edizione di quest’anno è curata da gruppi come il Collettivo N, spazio di confronto e di raccordo per gli afrodiscendenti e gli stranieri in generale in Italia, e viene così descritta dal presidente Cleophas Adrien Dioma: “Il RAFF deve innanzitutto colmare un vuoto incredibile, l’Africa raccontata dal punto di vista africano”.

È un evento aperto a tutti, ma in cui è la voce degli africani a farla da padrone, raccontano il continente dal loro punto di vista e aprendo nuove prospettive rifiutando pietismo e pessimismo.

Dieci film tutti diversi, provenienti da regioni diverse dell’Africa, assieme documentari e numerosi cortometraggi.

Un punto di vista moderno, fresco e veramente inclusivo, che racconti il mondo così com’è in tutte le sue proverbiali “sfumature”. Nelle parole dell’attrice Ira Fronten, ora in procinto di girare un film assieme a Checco Zalone, “Il cinema è un mezzo con cui le culture possono documentare il loro passaggio sul pianeta”.

Di cosa parla un film africano?

Molti di quelli di quest’anno hanno un punto di raccordo: la figura femminile. Presente non soltanto in ruolo da protagonista – anche in contesti ostili e pregiudizievoli, seppur raccontati per una volta dal punto di vista di chi li vive in prima persona – ma anche dietro la telecamera, come nel caso di Sofia della regista marocchina Meryem Benm’Barek.

Un film “dalle tinte forti”, così lo definisce l’attrice afroitaliana Maria de Sousa, incentrato sull’esperienza di gravidanza e parto della protagonista ventenne, e sulla sua ricerca, assieme alla cugina Lena, del padre del bimbo, la cui assenza renderebbe un tale parto illegale.

Farewell Ella Bella

Ma vi è anche la storia introspettiva di Ella, protagonista di Farewell Ella Bella della sudafricana Lwazi Mvusi, alla ricerca del padrino nomade trombettista e del coraggio di affrontare il proprio passato.

Oppure quella romantica di Kena e Ziki, che nel Rafiki della premiata regista keniota Wanuri Kahiu vivono con coraggio il loro amore in un paese ostile contro le coppie omosessuali – esperienza fin troppo vicina anche per molti italiani bianchi.

Poi c’è Naturelle, l’Interprete dell’omonimo film dell’ivoriano Olivier Meliehe Koné, la donna in carriera che rivede daccapo la propria femminilità innamorandosi di un americano, interpretata dalla signora del cinema ivoriano per eccellenza Kathy Touré.

Film ancora poco conosciuti internazionalmente, ma non privi di riconoscimento per chi si fa avanti a trovarli: basti dire che il primo film previsto nella scaletta, Hepta – Sette Stadi d’Amore del regista egiziano Hadi el Bagoury, è stato encomiato come miglior film alle edizioni 2017 Cairo National Film Festival for Egyptian Cinema e dell’Arabian Film Festival, nonché del premio del pubblico all’Arabian Sight Festival di Washington l’anno prima.

Ma se Hepta è un’opera romantica, molti dei film che lo seguono nella lenito del festival hanno tinte ben più forti.

Spiccano in quel senso i documentari: dura poco più di un’ora il Terminus di Nour Gharbi, incerato sulle vicende di tre africani titolare di protezione, ad opera del progetto FARIFormare Assistere Riabilitare Inserire – cofinanziato dal Ministro dell’Interno.

Italiano è anche Rwanda di Riccardo Salvetti, che documenta il genocidio della popolazione tutsi in Ruanda durante la primavera del 1944. Per il ruolo delle comparse, quasi cinquecento, sono coinvolti individui da 24 diversi paesi dell’Africa.

Dal Marocco viene il rappresentante più noto del genere thriller, Le Silence Des Papillons (Il Silenzio Delle Farfalle) di Hamid Basket, incentrato sul misterioso decesso di una cantante lirica, e sulle indagini in cerca del colpevole che attraversano il gruppo dei suoi parenti.

Wulu

Wulu, co-produzione tra Mali e Senegal di Daouda Coulibaly, riprende invece il classico Scarface, con la discesa del ventenne Ladji nella “spirale infernale” dello spaccio di cocaina dopo la perdita di un’attesa promozione a lavoro.

Da Cannes a Roma…

Per chi invece vuole piangere c’è Yomeddine, in concorso per la palma d’oro alla scorsa edizione del festival di Cannes, dell’egiziano Abu Bakr Shawky: la vicenda di Beshay, che abbandona dopo anni la colonia di lebbrosi dove ha vissuto fin dall’infanzia assieme a un giovanissimo orfano, non può non lasciare un impatto emotivo sullo spettatore.

E altrettanto commuovente promette di essere Vent Du Nord, del tunisino Walid Mattar, dove il padre di famiglia Hervé si trasferisce in Tunisia per seguire la fabbrica di calzature ove lavora, decidendo di inseguire invece il suo sogno di diventare un pescatore.

E vi sono anche i cortometraggi, alcuni dei quali sono promossi proprio dal Collettivo N: da segnalare Indovina Chi Ti Porto Per Cena, del romano Amin Nour, che racconta in chiave comica lo scontro culturale caratteristico delle seconde generazioni, tramite gli occhi di un giovane afroromano che va a incontrare la famiglia bianca della fidanzata.

Solo l’inizio, si spera, di un progetto artistico in continua crescita come la stessa Africa.

È sempre bello stare sul set”, dichiara Maria de Sousa, “una volta superati i primi ruoli stereotipati. Proviamo sempre a mediare con il regista in modo da superarli”.

Ci sono ancora registi, ad esempio, che richiedono ai loro attori di parlare “africano”, come se tutto il continente avesse un’unica cultura e lingua. Eppure, l’esperienza della recitazione rimane positiva, e dei film presenti al festival , de Sousa preferisce senza dubbio Sofia, con il suo racconto di prima persona del ruolo della donna nella società marocchina.

È ora di andare oltre il problema dell’integrazione, e raccontare altro. Parlare di afrodiscendenti che vivono una vita normale, senza sottolineare il colore della pelle e la provenienza: ormai, la loro provenienza è proprio l’Italia”.

C’è un potenziale ancora nascosto nelle storie degli afroitaliani, pronto a emergere tramite le storie giuste nelle giuste mani. “Secondo la visione che si ha all’estero del nostro mondo artistico”, afferma De Souza, “da noi non è presente multiculturalità, il che è chiaramente falso”.

Questo il consiglio che l’attrice ha da dare ai giovani emuli che potrebbero averne bisogno: “Azzardatevi. Fate in modo che nei film si capisca che rispecchiano la società.

L’Italia è una società multiculturale, multietnica, in cui la mescolanza delle culture è un valore aggiunto.

Ci vuole coraggio, in Italia è come se fosse una cosa nuova, però va fatto”. E sarà proprio al RAFF, a partire da giovedì 11 Luglio, che questa società in crescita avrà modo di brillare.

di Maria Flaminia Zacchelli

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