The Social Dilemma

23 ottobre 2020 | commenti: Commenta per primo |
Condividi con i tuoi amici:

The Social Dilemma ha scalato velocissimamente la classifica dei film più visti su Netflix

Tutti ne parlano e molti ne scrivono. A me ne ha parlato un giovane paziente in seduta, turbato da quanto ascoltato e visto. Per cui non ho potuto fare a meno di vederlo io stessa, con attenzione.

The Social Dilemma è un docufilm del regista Jeff Orlowski, che racconta i pericoli dei social network e i cambiamenti che stanno generando nella nostra società. Tutti ce ne rendiamo conto: pensieri e gruppi estremisti, fake news, teorie complottiste, diffusione di haters… sono fenomeni che conosciamo.

Orlowski fa spiegare tutto questo proprio ai personaggi che hanno progettato Facebook, Google, Instagram, Twitter, Pinterest e altre piattaforme, che hanno creato gli smartphone che possediamo e poi li hanno riempiti di contenuti per cui non possiamo smettere di tenerli sempre in mano. Raccontano che inizialmente intendevano i social come “una risorsa al servizio del bene” e che essi hanno effettivamente creato delle cose meravigliose, per esempio riunendo famiglie lontane o aumentando la solidarietà in numerosi ambiti, dalla donazione di organi alla ricerca dell’animale domestico smarrito… ma in seguito qualcosa è accaduto: “Eravamo partiti con altre intenzioni, poi la situazione ci è sfuggita di mano”.

In estrema sintesi cosa afferma The Social Dilemma?

Che, per interessi economici, i colossi della Silicon Valley, che tanto tempo fa creavano e vendevano software e prodotti per i computer, adesso hanno cominciato a vendere un altro tipo di prodotto, e cioè gli utenti, le persone. Noi.

In che senso? Nel senso che “vendono” i nostri interessi, preferenze, emozioni, tempo e, infine, personalità. Come? Attraverso l’elaborazione di sofisticatissimi algoritmi, che hanno come obiettivo finale quello di “tenere le persone incollate allo schermo il più a lungo possibile” e così generare guadagni e che, per raggiungere questo scopo, sono in grado di leggere, memorizzare e riproporre i dati più attrattivi e coinvolgenti per noi tutti.

La frase che più emotivamente impatta, vedendo il documentario, è proprio questa: “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”. E’ la nostra attenzione il prodotto.

Ricordate The Truman Show? Viveva in una vita-fiction creatagli intorno, totalmente inconsapevole di essere il “prodotto” che veniva venduto nel più grande reality mai realizzato. In teoria, oggi, siamo tutti un po’ come lui: indifese marionette nelle mani dei potenti elaboratori di algoritmi che ci “dirigono”, ci manipolano.

Il docufilm mostra come tutto ciò avvenga; la manipolazione del comportamento umano è un meccanismo studiato con chirurgica precisione che funziona in questo modo: raffinati algoritmi prima coinvolgono l’utente proponendo cose che gli interessano, poi lo incollano allo schermo in una sorta di incantesimo da cui non riesce a uscire, usando le strategie di tecnologia persuasiva.

Si chiama rinforzo positivo intermittente ed è lo stesso principio delle slot machine: si tira giù la leva, si aggiorna e compare il contenuto che più ci interessa. Il cervello è gratificato dal piacere che prova e quindi ripete l’azione ancora e poi ancora, per continuare a provare piacere. E mentre siamo “ingaggiati” a dare attenzione ai contenuti piacevoli e impieghiamo il nostro tempo in questo scorrimento infinito, il social network propone e vende pubblicità.

L’algoritmo ha raggiunto l’obiettivo: ci propone contenuti interessanti, ci costringe a vederli inviandoci continue notifiche che non possiamo fare a meno di “aprire”, poi tenta di influenzarci proponendocene altri similari e, un passo per volta, diventiamo prede ambite da propagandisti e inserzionisti.

In questo articolo non intendo in realtà fare una recensione al documentario di Netflix, The Social Dilemma. Ci hanno già pensato: lo hanno criticato definendolo un fallimento, un’occasione sprecata, un film di denuncia che utilizza per pubblicizzarsi lo stesso sistema che poi denuncia, per cui siamo “costretti” a guardarlo, un documentario brutto, riduttivo e semplicistico.

Il mio intento è raccontare la mia esperienza, la mia riflessione: la frase che più mi ha colpito è stata quella pronunciata da Jaron Lanier, uno dei creatori della realtà virtuale e adesso acceso oppositore, autore del libro “Ten arguments for deleting your social media accounts right now” (“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”) il quale afferma che è un po’ semplicistico affermare che il prodotto siano le persone e la loro attenzione: “è il graduale, impercettibile cambiamento del tuo comportamento e della tua percezione ad essere il prodotto. E questo il prodotto, non c’è nient’altro in ballo, è l’unica cosa dalla quale possano trarne profitto”.

E se un tale sottile livello di manipolazione nel cambiamento di percezione e comportamento può essere considerato in parte trascurabile qualora spinga me, adulta, ad acquistare la borsa di una marca piuttosto che di un’altra, diventa preoccupante quando “il cambiamento di percezione e comportamento” riguardi magari persone poco equilibrate che possano trasformarsi in stalkers o haters di qualcuno o, ancor più, ragazzi e adolescenti, fragili camminatori di un percorso già così difficile verso la ricerca e costruzione di una integra, solida, congruente identità. Coloro che hanno talmente bisogno di piacere per potersi piacere da soli, di essere riconosciuti per riconoscersi loro stessi, di appartenere per potersi identificare… che… dove vanno oggi a cercare tutto questo? Nei social, appunto.

Nei commenti ai post e alle storie, nei like ricevuti, nei followers… ricompense a breve termine che confondiamo con il valore e la verità.

In una società dove l’attribuzione di senso e valore sembra essere sempre più ancorata ai concetti contrapposti di vincente/perdente, l’essere IN oppure OUT è dunque determinato dal successo che ci viene riconosciuto dai social. Essi sfruttano la vulnerabilità della psicologia umana facendo leva su uno dei bisogni più profondi dell’individuo: piacere, essere riconosciuto, essere parte di. Tutti abbiamo ormai accettato che la risposta/conferma ai nostri bisogni ci arrivi dai social. Anche noi adulti, siamo sinceri: se pubblico la foto di una torta che ho cucinato, di sicuro andrò a controllare quanti Like ci sono sotto la mia foto. E’ quella che viene chiamata ricompensa dopaminergica (ne scriverò meglio prossimamente), di cui abbiamo talmente necessità da diventarne dipendenti.

Proprio riflettendo su tutto ciò, sono rimasta turbata dal momento del film in cui si parla dell’aumento di casi di depressione e ansia negli adolescenti statunitensi e vengono presentati dati preoccupanti: dal 2010/2011, sono aumentati del 62% i casi di ricovero per comportamenti autolesionistici nella fascia dai 15 ai 19 anni e del 189% nella fascia dai 10 ai 14 anni; anche i casi di suicidio sono cresciuti in modo esponenziale: del 70% dai 15 ai 19 anni, del 151% tra i 10 ai 14 anni.

Solo colpa dei social?

Forse concorrono altre cause, come la crisi economica, della società, della famiglia… però è un dato che inquieta profondamente e la mia sensazione è che sia strettamente legato proprio alla nascita e crescita dei social. Perché se prima non piacevamo o eravamo presi in giro dai compagni di classe era sì doloroso, ma contenuto e in qualche modo si superava. Adesso invece il discorso è enormemente amplificato: esiste il cyber-bullismo, terrificante perché la violenza (fisica e psicologica) può arrivare da qualunque parte, da chiunque, impossibili da identificare e da contenere con delle difese.

Facebook & Co. hanno creato un mondo dove (soprattutto per i giovani) se non sei apprezzato sui social automaticamente significa che non hai valore e se sei preso di mira l’unica cosa che puoi fare è sparire, toglierti di mezzo. Una delle frasi più forti del docufilm è questa: “Ci siamo evoluti in modo che ci interessi il parere delle persone della nostra tribù, perché è importante. Non ci siamo evoluti per ottenere l’approvazione sociale di diecimila persone ogni cinque minuti…”. Che però è quella di cui non possiamo più fare a meno.

Se ne può uscire?

Gli ultimi minuti del film lanciano dei messaggi di ottimismo e qualche suggerimento. Il primo è che i legislatori prendano in mano la situazione e che si arrivi ad una regolamentazione che possa invertire la rotta. Ma, in attesa che questo avvenga, qualcosa possiamo farla anche da soli.

Prima cosa: consapevolezza. Informiamoci e diventiamo consapevoli di cosa stiamo usando e come lo stiamo usando. Seconda cosa: educazione. Educhiamo soprattutto i più giovani ad un uso monitorato, moderato e consapevole dei social. E poi interroghiamoci… se i ragazzi sono tanto attratti dai contenuti delle varie piattaforme non sarà anche perché non trovano da altre parti (per esempio in famiglia) momenti e situazioni da cui sentirsi attratti? È solo una provocazione… però sentendo quanti dei miei giovani pazienti mi dicono che non hanno niente di cui parlare con le loro famiglie, un piccolo dubbio mi viene…

Infine, per quanto riguarda The Social Dilemma  va visto? Oppure no per appunto “opporci” al fatto che siamo “spinti” a guardarlo”? A voi la scelta… libera? Forse non del tutto ma, almeno, consapevole.

 

Dott.ssa Giulia Migani

Psicologa – Psicoterapeuta

Analista transazionale socio-cognitiva

Mediatore Feuerstein Basic e Standard I livello

Associazione Hikikomori Italia Onlus – Area psicologica Referente Roma Sud

EMAIL: giuliamigani@yahoo.it Cellulare: 338 3839479

 

 

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.

 

Condividi con i tuoi amici:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.