Tradizioni contadine

1 maggio 2019 | commenti: Commenta per primo |

Tradizioni contadine tra scienza e leggenda

Le tradizioni contadine, il simbolo e lo specchio di un Paese genuino, che non conosceva la vanità e l’arroganza ma solo il piacere di stare insieme, ritrovarsi per raccontarsi le tante cose fatte durante la giornata. Il lavoro era duro ma allo stesso tempo semplice e scandito dal tempo dato dalle campane delle chiese, e di domenica si andava tutti a messa, per ringraziare e supplicare Dio di qualcosa che si doveva avere o qualcosa che si doveva fare.

La profonda religiosità del mondo contadino faceva sì che tutto dovesse essere benedetto prima di cominciare a lavorare; una parte del raccolto andava in dono al parroco del Paese come per ingraziarsi Dio e ringraziarlo.

Allo stesso tempo c’era il rito laico della Luna, che con i suoi cambiamenti influenzava tutto, il lavoro nei campi ma anche le gestazioni e i parti e gli animali.

Guardando la Luna si decideva quando mettere a dimora alcuna colture e quando raccoglierne altre, si decideva quando alcuni alberi potevano essete potati e si sapeva che con la Luna piena sarebbero nati nuovi animali, ma anche nuovi bambini che una volta cresciuti avrebbero continuato il lavoro dei padri.

Ancora oggi si usa guardare la Luna per alcune coltivazioni, per estirpare e per piantare; si è scoperto che dietro alla leggende c’è un fondo di scienza, che i contadini in fondo usavano la scienza applicandola alle piccole cose di ogni giorno.

Esistevano anche alcune credenze molto radicate nella mente, una famosa è per esempio quella delle Masche.

Le Masche erano donne considerate streghe e al tempo stesso guaritrici, conoscitrici delle erbe e dei loro poteri, pronte ad aiutare ma anche a punire chi non mostrava rispetto.

E’ un esempio tipico del rapporto fra uomini, medicamenti, malattie, superstizioni, pratiche pagane e, perché no, magia. Non è magia, o cerca almeno di imitarla, una filastrocca che nel Monferrato si usava per curare la tonsillite.

 

Perché per richiamare il male fuori dal corpo, all’applicazione di prodotti medicamentosi come i cataplasmi (in grado di assorbire, se applicati sulla parte dolorante) occorreva il rito: si prendeva la mano del sofferente e si segnava una serie di croci intercalandole con questa formula: “Iin + nha dun + nha + trenna. Quare + quarenna. Gian + bulan + bules. Ir + castagne + i + sun ++des”. Passava? “Mia nonna – che era degli anni 90 dell’Ottocento, veniva da una famiglia contadina e aveva un sapere autonomo in materia di medicinali – preparava intrugli a caldo, basati su oli e riso, raccolti da un panno di cotone, che più di una volta sono serviti a lenire non poco i miei mal di gola.

Non recitava formule, perché ormai faceva parte di una generazione cattolicissima, che alle pratiche pseudomagiche aveva sostituito il principio che ‘el diavul u vo fiché el corni dapertut’ (‘il diavolo vuole mettere le corna in ogni dove’), quasi un precetto della rigida formazione religiosa che innervava la cultura delle nostre campagne”.

A volte le guarigioni sembravano miracolose, frutto di qualche cosa soprannaturale che non si riusciva a comprendere.

di Valeria Fraquelli

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