Via della seta, accordi Cina Italia

3 aprile 2019 | commenti: Commenta per primo |

La Via della seta: un asse commerciale tra Oriente e Occidente

Si torna a parlare di “via della seta” dopo secoli. Questo suggestivo itinerario culturale e commerciale che si snoda per 5000 chilometri attraverso un paesaggio differentemente caratterizzato dalla natura (rilievi, pietraie, canaloni, oasi, sabbia), è uno dei primi esempi di globalizzazione della storia dell’umanità e cadde in disuso quando si scoprì la maggiore convenienza e rapidità delle rotte marine.

Questo percorso collegava la Cina al Mediterraneo; gli itinerari variavano ma era Roma la principale città di destinazione della seta, così come testimoniato già dal primo secolo a.C. con la presenza nella città eterna del prezioso tessuto, originario dell’Asia centrale.

L’idea dell’attuale leader cinese di rilanciare commerci con tutte le aree toccate dalla nuova via della seta, fino all’Europa mediterranea e oltre, esalta le economie dei Paesi interessati, poiché è assai facile comprendere cosa significhi avere scambi commerciali con un gigante economico in costante crescita, con quasi due miliardi di consumatori, che da solo produce oltre il 15% del PIL mondiale.

 

L’Italia sta cercando di smarcarsi da alcuni vincoli imposti dalla UE a trazione franco-tedesca, che su ogni fronte cerca di frenare il nostro Paese per timore di perdere fette importanti di mercato extra europeo.

E così, quando una delegazione cinese guidata dal Presidente Xi Jinping e composta da 150 suoi collaboratori, da dirigenti degli apparati statali e 300 uomini d’affari, sbarca in Italia per avvicinare ulteriormente i due Paesi (già collegati da secoli di scambi commerciali), accade un putiferio politico scatenato dal “fuoco amico” di USA e UE.

Ma vediamo perché.

Innanzitutto non c’è nulla di più naturale se due Paesi intendono allacciare relazioni commerciali, anche se appartenenti a sfere d’influenza differenti per come la storia e Yalta ci hanno consegnato l’assetto geopolitico del secondo dopoguerra.

Alcune osservazioni dell’amministrazione statunitense sul rischio di prevaricazione della Cina circa tematiche delicate come quelle relative alle telecomunicazioni 5G e quindi sul potenziale controllo delle stesse, per un Paese che, come l’Italia, appartiene alla Nato sarebbero anche comprensibili. Ma questo aspetto è stato isolato a monte dal governo italiano rispetto agli altri argomenti più squisitamente commerciali, che hanno riguardato la sottoscrizione di 33 trattati specifici su agricoltura e commercio, da rendere operativi nei prossimi mesi con il gigante asiatico dagli occhi a mandorla.

Lascia invece perplessi l’atteggiamento di un Paese alleato come la Francia che dapprima condanna l’intraprendenza italiana nei rapporti a due con la Cina e poi, incontrando lo stesso Xi Jinping due giorni più tardi, gli strappa una commessa per la fornitura di trenta Airbus, del valore di svariate decine di miliardi di euro.

Questa condotta sibillina di una Nazione confinante che fa parte dell’UE – e che già in tempi meno recenti fece saltare, con un’apposita guerra, l’interlocutore libico dell’Italia per il controllo delle migrazioni e per la gestione di una parte del petrolio nella Jamairia – non depone di certo bene alla causa del “marciare insieme” evocata dagli stessi amici dell’Unione europea addirittura con battutine pungenti (una per tutte si ricordi l’intervista televisiva di Sarkozy assieme alla storica alleata Merkel). E Macron non sembra sia migliore.

Alla luce di questi fatti che sottraggono possibili lauti guadagni alle società italiane di import-export, è raccapricciante sentire, qui in Italia, solo rimbrotti (l’ultimo quello di Junker nell’intervista rilasciata a Fabio Fazio).

Richieste di manovre correttive anticipate; dichiarazioni che ci danneggiano sui mercati facendo innalzare il nostro spread in rapporto ai Bund tedeschi; con buona pace dei nostri connazionali che si troveranno a dover pagare un conto salato per l’ostruzionismo principale delle due Nazioni europee che invece fanno affari diretti con l’Africa e con l’Oriente.

di Stefano Quagliozzi

Direttore Responsabile TabletRoma

 

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