Virus e inquinamento

22 aprile 2020 | commenti: Commenta per primo |
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Covid 19 e Pm 2,5 – studi di Harvard confermano la correlazione fra virus e inquinamento

Dario Pulcini, Assessore alle Politiche Ambientali del V Municipio, è tornato a parlare di covid 19 in correlazione ad una tematica a lui molto cara: l’impatto dell’uomo sull’ambiente e in che modo tutto questo incide nella diffusione dei virus e di altre malattie.

Lo ha fatto a proposito di uno studio effettuato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA). Lo studio ha messo in correlazione una significativa incidenza fra presenza di polveri sottili nell’aria e numero di contagi da SARS- COV2. In particolare le pm 2.5 farebbero da “carrier” ossia da vettore di trasporto per il virus.

Le pm 2,5, chiamate anche “polveri sottili”, sono micro particelle inquinanti e cancerogene così piccole che riescono a penetrare negli alveoli dei polmoni e poi nel sangue, danneggiando l’organismo.

A confermare la tesi del SIMA e delle due Università Italiane (Aldo Moro di Bari e Alma Mater di Bologna) che hanno condotto la ricerca, arriva anche uno studio del Dipartimento di Biostatistica dell’Università di Harvard.

Quest’ultima relazione ha fatto un ulteriore passo in avanti. Secondo quanto rilevato da alcuni studiosi del prestigioso ateneo americano, l’esposizione all’inquinamento da particolato fine (PM2.5) potrebbe aumentare drammaticamente la mortalità del COVID-19.

In Italia lo studio si era concentrato sulle polveri sottili e proprio sul PM 2.5. E’ stato notato come le concentrazioni maggiori del particolato si sono sempre registrate proprio nelle regioni settentrionali (la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna), le zone più colpite sia per numero di contagi che per decessi dal virus.

Da cosa hanno origine queste particelle che, come molti studi scientifici testimoniano, sono dannose per la salute e per l’ambiente?

Le pm 2.5 vengono dagli impianti di riscaldamento domestici e non domestici a gas, gasolio o a legna. Ma anche dagli stabilimenti industriali, dalle centrali di energia da fonti fossili, dagli inceneritori, dai motori dei veicoli a combustione interna, ma anche dagli incendi boschivi e dagli allevamenti intensivi. Ricordiamo che le regioni italiane dove si registra il più alto tasso di contagiati sono territori fortemente industrializzati.

L’Assessore Pulcini, ecologista e forte promotore della sostenibilità ambientale, commentando lo studio del SIMA aveva dichiarato:

“Le polveri sottili vengono generate dalle attività dell’uomo che, molto spesso, purtroppo, è poco attento e consapevole delle conseguenze delle sue azioni sull’inquinamento e, più in generale, sulla salute e tutela degli ecosistemi, di cui fa parte. Ciò che contribuisce all’aumento di pm 2.5 nell’atmosfera, oltre al traffico veicolare, sono gli impianti termici, unitamente agli impianti industriali. Per questo l’invito che rivolgo ai cittadini è di tenere sotto il limite di 20° le temperature all’interno dei luoghi chiusi. Ridurre l’utilizzo dell’automobile, abbassare i gradi dei riscaldamenti sono solo due semplici azioni che portano ad una diminuzione dell’inquinamento che ricordo essere la maggior causa di morte non naturale nel mondo”.

Il particolato, causando inquinamento, è responsabile di problemi legati all’apparato respiratorio, che è principalmente colpita dal virus.

Le complicazioni al sistema respiratorio rappresentano la principale causa di decesso da covid 19. Gli studiosi americani sono partiti proprio dal seguente presupposto: una grande sovrapposizione fra le cause di morte dei pazienti affetti da Sars-Cov2 e le malattie che sono dovute ad una esposizione prolungata alle polveri sottili.

Il Global Burden of Disease Study ha identificato l’inquinamento atmosferico come un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e respiratorie. Si ritiene sia responsabile di 5,5 milioni di morti premature all’anno.

Quello che emerge dallo studio realizzato ad Harvard (e da altri studi medici) è che l’esposizione a lungo termine alle pm 2.5 influisce negativamente sulle vie respiratorie. Ma anche sul sistema cardiovascolare e ciò può anche esacerbare la gravità dei sintomi dell’infezione COVID 19, aumentando, di fatto, il rischio di morte nei pazienti affetti.

Il recente studio dell’Università di Harvard su cosa si è basato?

Lo studio è stato fatto su 3.080 contee degli Stati Uniti coprendo ben il 98% della popolazione. Sono stati poi analizzati gli studi precedentemente svolti su un campione preso dal programma di assicurazione medica americana (Medicare), che avevano fatto una stima sugli effetti a lungo termine del particolato sulla mortalità nel campione selezionato.

I ricercatori hanno quindi confrontato i dati di mortalità e contagio degli Stati Uniti al COVID 19 con l’esposizione a lungo termine (dal 2000 al 2016) all’inquinamento dell’aria da PM2,5, depurandoli dagli effetti di molti fattori confondenti (densità di popolazione, status socioeconomico, percentuale di fumatori, tasso di obesità, variabili climatiche, livello di istruzione , numero di tamponi per la positività al virus effettuati, disponibilità di letti negli ospedali..).

I risultati di questo documento suggeriscono che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico aumenta la vulnerabilità a manifestare i sintomi e i disturbi più gravi legati al COVID-19.

Un aumento di 1 µg/m3 nell’esposizione a lungo termine di PM2,5 aumenterebbe del 15% il tasso di mortalità COVID-19.

Questi dati sono coerenti con i risultati di un altro studio (precedentemente svolto ad Harvard) secondo cui l’esposizione all’inquinamento atmosferico ha aumentato notevolmente il rischio di morte durante l’epidemia di SARS del 2003, causata anch’essa da un coronavirus.

Nello studio dell’Università americana vi è poi un caso molto evidente a conferma della tesi. I dati relativi alla zona di Manhattan (quartiere di New York) dove si sono registrati i maggiori casi di infezione dal virus SARS-COV-2. In questa zona i valori di PM2.5 variano da circa 7 a 11 µg/m3 negli ultimi anni e i decessi segnalati per COVID-19 fino al 4 di aprile sono 1904. Se i livelli di particelle fossero stati in media solo di un’unità inferiori negli ultimi due decenni, i ricercatori hanno calcolato che 248 persone in meno sarebbero morte nelle ultime settimane.

Lo studio di biostatistica ci dice quindi che le zone più inquinate vedono (e vedranno) un numero maggiore di malati gravi, una volta diffusosi il contagio.

I risultati di questo studio sottolineano, quindi, l’importanza di continuare a rafforzare le normative per diminuire l’inquinamento atmosferico e quindi abbassare i livelli di pm 2.5 nell’aria anche durante la crisi COVID-19.

Dario Pulcini, alla luce di questo ulteriore studio sul rapporto fra inquinamento -danni ambientali e virus, ha affermato: 

“Questa crisi sanitaria ci fa, ancora una volta, riflettere sulle conseguenze altamente nocive dell’inquinamento e dei danni ambientali sul nostro sistema. Le epidemie vengono generate dalle azioni dell’uomo sulla natura. La distruzione degli ecosistemi porta malattie e morte per ogni specie vivente, compresa la nostra.

Siamo tutti corresponsabili e tutti dobbiamo modificare le nostre azioni. Lo dobbiamo fare partendo proprio dalle piccole abitudini quotidiane che generano nuovi comportamenti collettivi. Sulla nostra pelle stiamo provando le conseguenze di comportamenti passati che non hanno preso in considerazione la natura e le sue leggi.

Per anni il sistema economico è stato lineare, basato su una continua produzione e un consumismo sfrenato, illudendoci di poterlo fare senza limiti o conseguenze.

Le risorse naturali, però, non sono e non erano illimitate. Spero quindi che questo dramma sanitario che stiamo vivendo sia l’occasione per riflettere. Sarà utile per capire quanto sia ormai urgente e necessario abbracciare un nuovo modello di vita che è quello sistemico. Dobbiamo  fondare il nostro futuro sull’economia circolare.

Più che guardare alla quantità, bisogna rivolgersi alla qualità. L’obiettivo, infatti, deve essere quello di fare di più con ciò che abbiamo, riducendo al minimo l’utilizzo delle risorse naturali, utilizzandole in maniera consapevole e sostenibile. Le attività antropiche provocano o accelerano processi irreversibili quali l’inquinamento, la perdita di biodiversità e di interi ecosistemi. La buona notizia è che siamo noi gli attori della trasformazione necessaria e improcrastinabile che ci attende.

Noi possiamo modificare le sorti del nostro futuro e salvare il pianeta essendo parte della natura e rispettando le sue leggi. Dobbiamo passare da una visione riduzionista della vita ad una sistemica. Da un’attenzione all’aumento non del PIL ma della qualità della vita, da una società gerarchica ad una organica, dall’economia globale della crescita infinita all’economia rilocalizzata della crescita governata”.

Pulcini ha poi concluso ricordando quanto fatto come Assessore Municipale e invitando i cittadini a cogliere questo momento per apprendere pratiche virtuose ed ecologiche, trasformando un problema in opportunità:

“Nel mio piccolo, ho redatto un piano d’azione Municipale sull’ambiente dal nome “Comincio Io”. L’obiettivo è quello di fornire delle linee guida, semplici consigli che si possono adottare in vari ambiti della nostra quotidianità per evolvere verso una visione sistemica della tutela dell’ambiente naturale. Nel corso del mio mandato, insieme alla maggioranza del Movimento 5 Stelle, ho sempre cercato di sensibilizzare con convegni, incontri, laboratori gratuiti, festival ed eventi vari la cittadinanza sulle tematiche ambientali. Abbiamo esempi concreti su come produrre meno rifiuti, meno emissioni e su come vivere in maniera più ecosostenibile. In questa quarantena abbiamo il tempo di riflettere su come sarà il nostro futuro e cosa possiamo modificare delle nostre vite per non tornare alle vecchie malsane abitudini. Cambiare si può e si deve, oggi come non mai. Ognuno può fare la sua parte”.

 

a cura della redazione

 

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